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Come i bambini possono salvare la letteratura  

[Questo testo riassume un dialogo dell’autore con Bruno Mazzoni a Palazzo Valentini, Roma, nell’ambito del programma Il mese della letteratura romena a Roma (10 marzo 2026)]

Parecchi di noi sono stati, una volta, bambini. Quasi tutti. In un film del regista tedesco Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino, un angelo dice così: «se lasciamo l’umanità senza narratori, la lasciamo senza infanzia». Queste parole mi hanno perseguitato. I narratori si chiamano, dall’invenzione della stampa in poi, scrittori. Lasciare l’umanità senza scrittori significa strappare agli adulti l’infanzia che hanno vissuto un tempo, quando credevano nel potere curativo dell’illusione, quando credevano che la più complicata macchina di tutte funzionasse soltanto con le parole.

La mia professione è quella di archeologo e di storico dell’antichità. Devo confessarvi che l’antichità non era particolarmente interessata alla letteratura per bambini. Le favole di Esopo, per esempio, hanno cominciato a essere utilizzate come materiale didattico per i bambini soltanto a partire dal Rinascimento. A mio avviso, il primo testo scritto per essere letto ai bambini nell’antichità è stato Il Vangelo dell’infanzia di Tommaso, un vangelo apocrifo che tratta dell’infanzia di Gesù e dei miracoli da lui compiuti tra i 5 e i 12 anni. L’archeologia ci dice naturalmente moltissimo sulla presenza dei bambini. Conosciamo le loro piccole mani impresse in ocra sulle pareti delle grotte già nel Paleolitico, 200.000 anni fa, dal Tibet all’Argentina. Conosciamo i ricci di ceramica usati come sonagli dai bambini dell’antica Grecia, e le bambole e i giocattoli che le bambine, diventate donne, dedicavano nel tempio di Artemide poco prima della cerimonia del matrimonio. Conosciamo i disegni su corteccia di betulla dello scolaro Onfim, nel Novgorod russo del XIII secolo, nei quali vediamo numerose figure umane che hanno alla mano talvolta tre dita, talvolta sette, talvolta otto. Eppure, durante tutto questo lungo periodo, la letteratura per l’infanzia non ha ancora, per così dire, diritto di cittadinanza. Bisogna attendere il diciottesimo secolo e soprattutto il diciannovesimo perché essa fiorisca davvero. Più o meno nello stesso periodo in cui Lewis Carroll scrive Alice nel Paese delle Meraviglie, uno dei figli di Darwin disegna sul retro delle pagine manoscritte dell’Origine delle specie. Pare che Darwin abbia conservato quelle pagine proprio perché Francis aveva disegnato su di esse… La presenza dei bambini è, nella storia, tanto discreta quanto è impellente nella vita di ogni famiglia.

Credo che oggi ci troviamo in un momento di svolta per la letteratura per l’infanzia. Sebbene sia un genere relativamente nuovo, su di essa pesa oggi una grandissima responsabilità. Da essa dipende in larga misura il destino della letteratura. Da essa dipende se i bambini continueranno a leggere — e dunque se gli adulti del 2040 continueranno a leggere — oppure se ci separeremo definitivamente dal libro e sceglieremo gli schermi.

Negli anni ‘50 Hannah Arendt scriveva, nel suo saggio The Crisis in Education (La crisi dell’educazione): “Education is the point at which we decide whether we love the world enough to assume responsibility for it” («L’educazione è il punto in cui decidiamo se amiamo il mondo abbastanza da assumerci la responsabilità per esso»). La buona letteratura per bambini è uno straordinario strumento educativo, proprio perché non ha nulla di semplificato, di artificiale o di didascalico. È una educazione viva, ribelle. Così come abbiamo la responsabilità di dare ai nostri figli qualcosa di buono da mangiare, abbiamo anche la responsabilità di dare loro qualcosa di buono da leggere. Vogliamo un buon medico — il migliore! — per i nostri figli; dobbiamo volere anche un bravo scrittore.

La letteratura per l’infanzia non è fatta per addestrare i bambini, per fare loro il lavaggio del cervello. È fatta per farli vivere intensamente, gioire intensamente, sognare intensamente. La letteratura per bambini ti fa capire che più sei felice, più diventi buono; e più sei buono, più diventi felice. Se capisci questo, scoprirai automaticamente che cosa significhino morale e virtù. La letteratura per bambini non è una semplice estensione della scuola. La propaganda morale non ha nulla da cercare nella letteratura per l’infanzia. Non occorre una vita intera per arrivare a odiare i cliché: i bambini li percepiscono già e muoiono di noia quando li incontrano. I caratteri non si formano con un sovradosaggio di slogan. Io desidero dunque una morale della gioia, della vicinanza agli animali, e della fiducia in genitori imperfetti ma amorevoli. Così come è importante che la letteratura per bambini non sia didascalica e piena di slogan morali e di propaganda virtuosa, è altrettanto importante che non eviti di parlare di sofferenza, minaccia, vulnerabi­tà, scomparsa. Non dobbiamo temere che i libri introducano questi temi nella vita dei bambini. Tutte queste cose esistono già nel loro mondo, e i bambini cercano una spiegazione, una giustificazione, una soluzione per orientarsi.

Un tempo Stefan Zweig scrisse un saggio sul libro come porta d’ingresso nel mondo. Oggi questa porta è più importante che mai: è un arco di trionfo attraverso cui entrare nel mondo. Se questa porta si chiude adesso, sotto la pressione di tante forze che vogliono abbatterla come fosse una porta qualsiasi, scossa dalla tempesta, temo che non potrà più essere riaperta tra dieci anni. E la lettura, con tutto ciò che ha fatto per l’umanità, diventerà un ricordo. Zweig scrisse il suo saggio Das Buch als Eingang zur Welt («Il libro come ingresso nel mondo») circa un secolo fa. Oggi non so più se l’estrema importanza del libro sia tanto quella di essere una porta d’ingresso nel mondo, quanto piuttosto quella di essere la porta segreta per uscire dalla rete.

Tornerò tra poco sulla dicotomia libro-schermo; permettetemi ora di ricordare altre due porte che mi piacciono. Nel XVIII secolo circolava già un aneddoto su Isaac Newton secondo cui il matematico e fisico inglese, amante dei gatti, aveva ritagliato nella porta della sua stanza una piccola apertura per permettere al gatto di entrare e uscire liberamente. Poi ne aveva ritagliata un’altra, più piccola, per permettere il passaggio dei suoi cuccioli. Mi piace questo apparente errore di logica di Newton, mi piace questo ordine ludico del mondo. Sì, la letteratura per bambini è una porta separata da quella degli adulti, ma può essere anche la stessa porta. Vorrei sottolineare che la letteratura per l’infanzia merita davvero di essere letta dai bambini soltanto se merita di essere letta anche dagli adulti. Se un libro per bambini fa sbadigliare noi, non può essere un buon libro neppure per i nostri figli. Dobbiamo sentire molto chiaramente che la letteratura per bambini è anche nostra, degli adulti, e dobbiamo proteggerla come proteggeremmo una parte viva della nostra ricchezza, non come un investimento speculativo o una scommessa rischiosa.

La buona letteratura per bambini ha un alto contenuto di umanità e un effetto immediato. È quella minestra calda che dai a una persona che arriva dalla montagna stremata. Credo che ogni scrittore di romanzi per adulti, come lo sono stato anch’io per molto tempo, debba ricordarsi che la letteratura deve essere così: semplice, emozionante. Quando scrivo la cosiddetta letteratura seria, scrivo con sforzo, quasi “agonizzando” sarei portato a dire. I libri per bambini, invece, li ho scritti velocemente e sono stato molto felice. Da sospettare, vero? Tutti sappiamo che se non si soffre e non si stringono i denti sembrerebbe quasi che non si lavori davvero. Ma io sono contento di aver trovato finalmente, anche se tardi nella vita, una provincia della letteratura in cui sentirmi come un orso nella propria tana. Scrivere per bambini ti ricorda soprattutto una cosa: smettere di parlare dei tuoi problemi. Creare un mondo molto più ampio delle tue piccole ambizioni e sconfitte, un mondo fondamentalmente dedicato agli altri. Lì troviamo avventure nel mondo e avventure nel regno della lingua.

Una cosa curiosa: non vedrete mai per strada una manifestazione a favore della letteratura per l’infanzia. Eppure, la sua importanza è pari a quella delle grandi questioni politiche. Perché ciò che i bambini leggono è il tappeto su cui cammineranno per tutta la vita e il cielo che avranno sopra la loro testa. La qualità dei libri che, senza che te ne accorga, ti formano a quell’età è tra le cose direttamente responsabili, credo, della capacità degli adulti di abitare bene la propria vita — di sapere tre cose: a chi affidare il proprio amore, come conservare gli amici, come incassare i colpi.

D’altra parte detesto la letteratura didascalica e spero che nei miei libri per bambini non esista nessuna ‘lezione’. Nulla di ciò che ho scritto in questi volumi nasce dal calcolo di biffare determinati insegnamenti o di sottolineare esplicitamente certi valori da “acquisire”, come in un curriculum scolastico. Quello che voglio dal bambino che legge è che ridacchi, che rida, che si muova in un letto confortevole. Voglio che sia sorpreso da ciò che accade, davvero sorpreso — anche dal fatto che la lezione che si aspettava, quella su come bisogna essere bravi, obbedire ai genitori e dire la verità, sia completamente assente o sostituita occasionalmente da una contro-lezione. La letteratura per bambini ha il solo obbligo di tenerti col fiato sospeso, non di moralizzare. Per me l’unica cosa importante è che il piccolo lettore provi l’emozione pura dell’avventura, della bellezza di un accadimento fatto di parole — e quindi voglia leggere per tutta la vita.

Qui vorrei esprimere una mia amarezza. Ho l’impressione che la letteratura per l’infanzia pubblicata oggi in Europa orientale sia, in misura schiacciante, d’importazione. È normale che in Romania dominino le traduzioni, ma a un certo punto questa dominazione può diventare tossica. Credo che, quando si parla di letteratura per l’infanzia, ogni paese debba avere grande cura di coloro che la scrivono nella lingua del luogo. Essi hanno un accesso privilegiato al cuore e alla mente del bambino. Ogni nutrizionista ti dirà che è meglio mangiare verdure di stagione, quelle fresche, cresciute proprio in quella stagione dell’anno. Certo, puoi mangiare broccoli surgelati tutto l’anno, se questa è la tua passione. Ora, non sono troppo fiero di essermi paragonato a una verdura di stagione, ma l’idea è che sia pericoloso dare a una cultura solo libri per bambini appartenenti a un’altra cultura. Con gli adulti il rischio è minore. Ti sei già formato intellettualmente e vuoi leggere solo letteratura tedesca? Benissimo. Ma formare un bambino francese o italiano o romeno soltanto o prevalentemente con libri e film per bambini prodotti in un altro paese è controproducente.

Vorrei ora riflettere brevemente sull’impatto della tecnologia digitale sui bambini. La mia ipotesi è che per un libro il lettore è un partner, un partecipante, un prossimo; per la tecnologia digitale, invece, l’utente è innanzitutto un cliente.

«L’uomo è un essere lento, possibile soltanto grazie a velocità fantastiche», diceva Henri Michaux (un être lent, qui n’est possible que grâce à des vitesses fantastiques). Michaux — poeta di professione — lo scriveva nel suo saggio del 1966. I dibattiti sul ruolo della tecnologia oggi ruotano spesso proprio attorno a questa dinamica: veloce versus lento. Naturalmente la velocità affascina e allo stesso tempo spaventa. Il discorso, diciamo pure anti-tecnologico, vede spesso il problema proprio in questa velocità. Capisco la fascinazione degli schermi. Nella Romania degli anni ‘80 i libri erano l’unica soluzione — ma so che se qualcuno mi avesse messo in mano, da bambino, un videogioco di oggi, probabilmente non me ne sarei più staccato. Avevo già provato questa fascinazione vedendo un povero televisore a colori…

Qui vorrei segnalare tre problemi. La prima osservazione. Ciò che la tecnologia digitale mette in pericolo nei bambini è anzitutto l’ancoraggio sociale dell’apprendimento. Come adulti passati attraverso il labirinto universitario, associamo quasi automaticamente l’apprendimento allo studio solitario, alla concentrazione individuale nella notte, nelle sessioni d’esame. Nei bambini, invece, l’apprendimento è molto più una fioritura in un giardino comune. La tecnologia digitale, che serve benissimo a una persona già formata che desidera continuare a istruirsi, tende ad annullare la varietà di riferimenti sociali dell’apprendimento di cui il bambino ha bisogno. Così come si dice che la vita sulla Terra sia nata vicino alle sorgenti geotermiche vulcaniche, per il bambino l’apprendimento nasce lungo un’interfaccia sociale. Senza di essa, le informazioni restano semplici dati ai quali sei esposto ma che non assimili davvero. E prima della lettura solitaria c’è l’immagine del genitore che legge ad alta voce e parla con il bambino delle illustrazioni del libro.

La seconda osservazione riguarda il fatto che i creatori della tecnologia digitale concepiscono spesso il bambino come un cliente. Qualunque sia il linguaggio seducente con cui molte applicazioni educative vengono presentate, l’obiettivo principale è che l’utente resti sull’app il più a lungo possibile e vi ritorni il più spesso possibile. Ciò significa che il contributo conoscitivo dell’app è inevitabilmente subordinato a un fatturato. Sarebbe ingenuo pensare che l’immenso mercato dei prodotti per bambini sia regolato da sorrisi e benedizioni, e non dalla logica del profitto e del fallimento.

La terza osservazione è che gli schermi sabotano il principio fondamentale dell’apprendimento come partecipazione reale. Quando leggiamo, siamo obbligati a inventare scenografie, voci, memorie. Le immagini e i suoni li porta nel libro il bambino che vi partecipa — ed è proprio per questo che può portarseli poi via con sé.

Gli schermi hanno fatto esplodere questa dinamica. L’apprendimento che avviene a metà strada tra te e il libro difficilmente può avvenire a metà strada tra te e lo schermo. Tende a verificarsi direttamente nello schermo — e quindi, in realtà, tende a non verificarsi affatto.

Non sono d’accordo con l’argomento secondo cui i bambini dovranno comunque confrontarsi con il mondo digitalizzato, e dunque devono cominciare il prima possibile. Non cerchiamo possibili vantaggi nell’accesso dei bambini alle armi o a certe sostanze chimiche, no? Per affrontare più tardi il caos non ci si prepara coltivando il caos, ma coltivando l’ordine.

Credo che una relazione giusta con la letteratura, iniziata presto — con cosa, se non con la letteratura per bambini? — permetterà loro, crescendo, di non fare gli errori che fanno oggi molti studenti che svolgono i compiti con ChatGPT e altre forme di intelligenza artificiale. Ciò che ChatGPT offre è una forma di imbroglio: una scorciatoia irresistibile ma vuota, al posto di un viaggio attraverso un paesaggio.

Mi avvio a concludere. Il matematico e filosofo Alfred Whitehead diceva che l’educazione è disciplina per l’avventura della vita. Questo è ciò che porta con sé la letteratura per l’infanzia: disciplina dell’intelligenza e dell’immaginazione, che non esclude la ribellione, né la sofferenza. Credo che la letteratura per bambini sia la forma suprema di educazione — un’educazione fatta, prima di tutto, nello spirito della libertà.

Solo i bambini possono oggi assicurare la continuità della letteratura. Se loro, con il concorso fatale degli adulti, smettono di leggere oggi, cedendo alla tentazione degli schermi, tra vent’anni la tradizione della letteratura non potrà più essere riallacciata. Se invece oggi i bambini, con il concorso provvidenziale degli adulti, continuano a leggere e a chiedere una letteratura viva, l’umanità resisterà — con i suoi scrittori, e con gli angeli.

L'autore

Cătălin Pavel
Cătălin Pavel è uno scrittore e archeologo che ha partecipato a scavi archeologici in Romania, Germania, Francia, Inghilterra, Marocco, Israele e in Turchia. È professore associato presso l’Università “Ovidius” di Costanza, dove coordina dottorati di ricerca e dirige gli scavi dell’università a Histria. I suoi volumi scientifici e letterari sono stati pubblicati in romeno, inglese, francese, turco e italiano (L’archeologia dell’amore. Dal Neanderthal al Taj Mahal, Neo Edizioni, 2022, tradotto da Bruno Mazzoni). Recentemente ha pubblicato in Romania due libri d’avventura per bambini, Il monte con le porte e Il mare con le finestre, e un volume di saggi per studenti delle scuole superiori, L’elefante di Carlo Magno. Un anti-manuale di storia.