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Gli storici dimenticati dei Medici: la scoperta di un nuovo manoscritto dell’Istoria de’ suoi tempi di Giovan Battista Adriani

Fare filologia è un po’ come studiare la tettonica delle placche: un movimento di pochi millimetri può generare terremoti e spostare continenti. Il nome di Giovan Battista Adriani (1511-1579) dirà poco o nulla ai non specialisti, ma la recente scoperta di un suo nuovo manoscritto può invece contribuire a rivalutare la figura di questo intellettuale, considerato minore fra i minori. Si tratta della copia di dedica della sua più importante opera, l’Istoria de’ nostri tempi (prima edizione: Firenze, Giunti, 1583) e conservata a Firenze presso la Biblioteca Nazionale Centrale con la segnatura II.II.116-118. Conosciamo tutti Machiavelli e sappiamo, almeno in parte, attraverso quali manoscritti e stampe le sue opere ci siano state trasmesse. Ma basta avanzare di una sola generazione, pur restando a Firenze, per avventurarsi in un territorio dimenticato: quello che non a caso lo storico americano Eric Cochrane definì Florence in the forgotten centuries.

La Firenze del passato cui siamo abituati a pensare è quella del Quattrocento e del primo quarto del Cinquecento: la Firenze di Lorenzo il Magnifico, di Savonarola, di papa Leone X. Eppure, se la dinastia medicea riuscì a imporsi stabilmente nei due secoli successivi, lo si deve a un altro Medici, Cosimo, il quale, eletto duca quasi per caso nel gennaio del 1537, morì nel 1574 col titolo di granduca di Toscana.

Nel corso del suo lungo governo, Cosimo consolidò il proprio potere in città e nel dominio, allentò progressivamente il capestro militare dell’Impero e della Spagna che lo avrebbe soffocato, incorporò la Repubblica di Siena nello Stato fiorentino, riuscì a contrastare le pressioni della Chiesa senza cedervi, e sul piano sociale pacificò una cittadinanza che fino ad allora era stata attraversata fin troppo spesso e facilmente da divisioni interne.

Cosimo era ben consapevole della portata di questa trasformazione. Per tale ragione si preoccupò sempre di celebrare la famiglia dei Medici promovendo diverse iniziative artistiche e letterarie, tutte di carattere pubblico. L’obiettivo di questa operazione era di costruire l’impressione di una continuità dinastica fra il proprio ramo della famiglia e quello cui appartenevano gli altri Medici fino ad allora più illustri, fra cui Cosimo il Vecchio, Lorenzo il Magnifico e i papi Leone X e Clemente VII. Fra queste iniziative, una delle più ambiziose fu proprio la commissione di una storia ufficiale che presentasse il principato mediceo come il risultato della prudenza, della moderazione e della lungimiranza politica del duca: non semplicemente un’opera storiografica, ma un vero e proprio monumento destinato a consolidarne la memoria nel tempo.

Per dimostrare come la costruzione dello stato cosimiano avesse posto fine alle divisioni interne e rappresentasse un beneficio per Firenze – unica città italiana uscita dalle guerre d’Italia con un territorio ampliato – Cosimo affidò la scrittura di una storia ufficiale a due fra i migliori intellettuali della città: Benedetto Varchi (1503-1565) e, dopo la morte di quest’ultimo, Giovan Battista Adriani.

Nessuno dei due possedeva una vera esperienza politica o storiografica, ma la scelta era tutt’altro che casuale. Cosimo aveva infatti l’abitudine di circondarsi di collaboratori relativamente estranei alle grandi lotte di fazione cittadine: uomini provenienti dal dominio fiorentino o addirittura da fuori Toscana, ai quali affidava importanti incarichi amministrativi e culturali. Varchi e Adriani, però, erano ben lontani dall’essere figure secondarie. Entrambi avevano una solidissima formazione umanistica, si erano distinti come letterati e oratori, e intrattenevano rapporti con alcune delle personalità culturali più influenti del tempo, fra cui Pietro Bembo e il cardinal Marcello Cervini, il futuro papa Marcello II.

Vi era inoltre un elemento che rendeva i due storici particolarmente adatti al compito: entrambi avevano avuto trascorsi repubblicani, erano stati costretti all’esilio e si erano successivamente riconciliati con il duca. Chi meglio di loro poteva allora raccontare quel delicato passaggio dalla repubblica al principato senza cadere né nella nostalgia faziosa né nell’adulazione più scoperta?

Il lavoro dei due storici diede origine a due opere monumentali: la Storia fiorentina del Varchi – rimasta incompleta, rimaneggiata dopo la morte dell’autore con il coinvolgimento dello stesso Cosimo e pubblicata integralmente solo nel 1721 – e l’Istoria de’ suoi tempi dell’Adriani.

Eppure, nei secoli successivi, Adriani finì per essere considerato quasi uno storico senz’anima. Molti lettori, anche moderni, gli rimproverarono una certa freddezza nei confronti del passato repubblicano fiorentino, quel coinvolgimento emotivo che invece emerge chiaramente nelle pagine del Varchi. I giudizi più recenti finiscono così per riecheggiare quelli già formulati fra Settecento e Ottocento: Pietro Giordani lo definiva uno «scrittor freddo», mentre altri gli rimproveravano un eccessivo ricorso a fonti di prima mano e documenti ufficiali.

Fino a oggi dell’Istoria si conoscevano un solo manoscritto e quattro edizioni a stampa, di cui due cinquecentesche. Il manoscritto, conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze con la segnatura Palatino 1186-II, è però estremamente frammentario: contiene appena un ventesimo dell’intera opera. Si tratta inoltre di una vera e propria copia di tipografia, cioè del manoscritto materialmente utilizzato dagli stampatori per preparare l’edizione a stampa. Lo rivelano dettagli molto concreti: ditate d’inchiostro, indicazioni relative alla disposizione dei fascicoli, segni di lavorazione editoriale.

Ma proprio questo manoscritto lasciava intravedere qualcosa di ancora più interessante. Il testo non era stato semplicemente copiato: era stato rimaneggiato e alleggerito. Più mani – alcune vicine all’autore, altre riconducibili all’apparato statale mediceo – avevano progressivamente trasformato l’opera. Interi passi erano stati abbreviati o eliminati; il linguaggio era stato reso più classicheggiante; i temi considerati politicamente o religiosamente delicati erano stati attenuati o soppressi del tutto.

La scoperta del nuovo manoscritto, anch’esso purtroppo mutilo (poiché dei ventidue libri originari ne sopravvivono soltanto tredici distribuiti in tre tomi), cambia radicalmente il quadro. Il nuovo codice mostra infatti il testo prima di questi interventi di rassettatura e conferma che il processo di revisione interessò l’intera opera, e non soltanto i fogli finora conosciuti.

Ma perché questo manoscritto è così importante?

Prima di tutto perché si tratta della copia di dedica inviata dal figlio dell’autore, Marcello Adriani, a Francesco de’ Medici, figlio del committente (nel frattempo infatti sia Giovan Battista Adriani sia Cosimo erano morti: il manoscritto testimonia dunque la continuità di un progetto politico e culturale che sopravviveva ai suoi stessi protagonisti). Lo suggeriscono diversi indizi. La grafia del manoscritto Nazionale coincide con quella presente in gran parte del manoscritto Palatino; inoltre il codice si trovava originariamente presso la Guardaroba medicea, cioè l’insieme dei beni mobili appartenenti alla dinastia, prima di passare nel 1779 alla Biblioteca Magliabechiana, antenata dell’attuale Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. I documenti dell’epoca raccontano persino che i volumi erano già in pessimo stato di conservazione: molte carte, completamente imputridite, dovettero essere eliminate.

Le sorprese più interessanti, però, emergono proprio dal contenuto. Il testo anteriore alla revisione restituisce infatti un Adriani molto diverso da quello tramandato dalle edizioni a stampa: uno storico meno anodino, più polemico, perfino più appassionato.

Adriani discute apertamente le manovre che portarono all’elezione dei papi, descrive con straordinaria lucidità il conclave del 1549-1550 e sostiene che l’eventuale elezione del cardinale “spirituale” Reginald Pole sarebbe stata «la più santa elezzione che a questa memoria si fusse mai fatta». Attacca inoltre la corruzione ecclesiastica, polemizza contro i Farnese e contro Paolo III, accusato di voler mettere economicamente in ginocchio Firenze attraverso l’imposizione di ingiuste decime.

Non mancano neppure passi di forte coinvolgimento emotivo, come quello dedicato alla figura di don Giovanni d’Austria, «quel don Giovanni d’Austria, l’opere del quale furon poi grandi e maravigliose, avendo in Ispagna combattuto con i Mori e vintili e difesi quei regni, e poi, generale della armata cristiana nel Mar della Morea, fatta con la gran possanza del Turco battaglia navale, e riportata la più onorata vittoria e la maggiore che mai signor cristiano in mare abbia ottenuto».

Tutti questi brani scomparvero nelle edizioni a stampa. Alcuni furono abbreviati; altri eliminati completamente. Le ragioni erano molteplici: l’irrigidirsi della censura ecclesiastica dopo il Concilio di Trento, le esigenze diplomatiche del granducato, ma anche una diversa idea di decoro stilistico e politico. Dinamiche molto simili si ritrovano anche nella Storia fiorentina del Varchi, anch’essa come si è detto sopra profondamente rimaneggiata negli ambienti vicini al potere mediceo.

Lo studio completo del nuovo manoscritto è ora in corso di pubblicazione. Ma una cosa appare già chiara: questa scoperta non permette soltanto di comprendere meglio il cantiere editoriale dell’Istoria dell’Adriani. Consente anche di restituire voce a una stagione della cultura fiorentina rimasta a lungo ai margini della memoria collettiva. E forse ci obbliga a guardare in modo diverso quei “secoli dimenticati” della Firenze medicea che, proprio grazie ai manoscritti, stanno lentamente tornando a parlare.

 

 

L'autore

Dario Brancato
Dario Brancato Insegna presso la Concordia University di Montreal, dove è Professore Ordinario e direttore del Dipartimento di Classics, Modern Languages and Linguistics. Filologo e storico della lingua italiana di formazione, la sua ricerca si concentra principalmente su tre ambiti: la ricezione della letteratura e del pensiero classico nella tradizione italiana fra Medioevo e Rinascimento, la storiografia fiorentina all’epoca di Cosimo I de’ Medici e le Digital Humanities. Questi tre filoni convergono sulla figura intellettuale di Benedetto Varchi, autore sul quale Brancato ha dedicato diversi studi. Tra le sue pubblicazioni si segnalano l’edizione critica del Boezio (1551), uscita nel 2018; numerosi articoli e contributi sulla Storia fiorentina, esaminata attraverso la lente della filologia d’autore e della storia della censura; e i contributi sui commenti volgari ad Aristotele. Della Storia e dei commenti aristotelici è attualmente in preparazione l’edizione critica. Brancato è stato principal investigator di due progetti finanziati dalla Social Science and Humanities Research Council of Canada: il primo (2009-2012), sulla ricezione della Consolatio Philosophiae nell’Italia del Rinascimento; il secondo (2020-2025) consacrato all’arte del “politicamente corretto” nella Firenze di epoca cosimiana. In collaborazione con il DH.ARC dell’Alma Mater Università di Bologna ha realizzato il progetto pilota di edizione digitale della Storia fiorentina (Va.Sto) e ha co-curato il progetto Amor mi mosse, che mi fa parlare. La “Commedia” di Dante, 700 anni dopo (http://divinalingua.it), sviluppato in collaborazione con la Biblioteca Medicea Laurenziana. È stato inoltre fellow presso Villa I Tatti nel 2014-2015 e visiting professor presso l’Alma Mater Università di Bologna nel 2022.