
Il volume Le Gabelle delle some grosse a Perugia fra Tre e Quattrocento, uscito per i tipi di Volumnia, è stato presentato mercoledì 20 maggio al Dipartimento di Lettere dell’Università di Perugia da Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, e da Gaetano Sabatini, direttore dell’Istituto storico italiano per l’Età Moderna e Contemporanea.
Curato da Emanuela Monini e Giulio Vaccaro, contiene l’edizione di nove gabelle (ossia di elenchi di dazio imposti sulle merci che entravano e uscivano dalla città) delle some grosse (la soma era l’unità di misura) e del passaggio del Comune di Perugia datate dal 1379 al 1416.
Ritrovati all’interno del fondo delle Comunanze dell’Archivio di Stato di Perugia, questi e altri circa 300 testi (anche dal fondo Consigli e Riformanze), tutti in volgare perugino secondo-trecentesco o primo-quattrocentesco, sono documenti di eccezionale rilevanza da diversi punti di vista.
L’interesse storico e storico-economico è senza dubbio uno di questi: le entrate della gabella grossa mostrano gli intensi rapporti commerciali che la città intratteneva con l’Italia, con l’Europa e con il Medio Oriente, testimoniati anche dall’altissimo numero di toponimi (Inghilterra, Spagna, Provenza, Navarra; ma anche indicazioni come parigine, marchigiane, viterbese, assisiate, spellane, napoletane, padovane, urbinate…). Dall’altro, tuttavia, mostrano anche il tentativo di una città di mantenere la propria libertà imponendo un sistema fiscale sui beni di consumo che consentisse, in qualche modo, di garantire la solvibilità e la sostenibilità finanziaria del Comune: com’è noto, il tentativo non ebbe buon esito, e la città dovette prima darsi ai Visconti (ed è il periodo in cui le gabelle in effetti mancano) per poi entrare, dopo la morte di Braccio da Montone, nel 1424, sotto il controllo diretto dello Stato della Chiesa.
Al dato storico si aggiunge, ovviamente, l’interesse linguistico. L’uso del volgare è attestato a Perugia da un’epoca relativamente tarda, ossia dal 1326, cinque anni dopo la morte di Dante Alighieri, ma l’uso che ne viene fatto è ampio e si estende anche al livello ufficiale. Quelli di Perugia del 1342, per esempio, sono i primi statuti di un grande comune compilati direttamente in volgare: il Costituto del Comune di Siena del 1309-1310, realizzato da Ranieri Gangalandi, muove comunque da un ipotesto latino, e anche gli statuti fiorentini del 1355-1357 presentano una doppia versione, una latina e una volgare, realizzata su incarico ufficiale del Comune dal notaio Andrea Lancia.
Con l’eccezione degli Statuti, la gran parte delle testimonianze in perugino è costituita da testi letterari, siano essi in poesia (Marino Ceccoli, Cecco Nuccoli, Cucco Baglioni, Gilio Lelli) o in prosa, come per esempio il romanzo sulle origini di Perugia, il cosiddetto Romanzo di Perugia e Corciano: questo fa sì che, benché Perugia sia, al di fuori della Toscana, la seconda città per numero di occorrenze (la prima è Venezia), la quota di lessico che noi conosciamo sia relativamente limitata.
Al contrario i testi cosiddetti “di carattere pratico” (come per l’appunto le gabelle, ma anche le lettere, le cedole, i documenti notarili) riescono a mostrarci un volgare perugino che sente meno, e talvolta non sente affatto, la crescente pressione del modello linguistico fiorentino, che si andava nel corso del secondo Trecento espandendo al di fuori della Toscana. A quest’altezza cronologica, inoltre, il perugino non sente ancora la pressione dei dialetti romagnoli, da dove arriverà un fenomeno bandiera che caratterizza il dialetto, almeno nelle sue rappresentazioni rustiche, come la palatalizzazione della a tonica in sillaba libera (il tipo chène per ‘cane’), che arriverà nel Cinquecento; e non sente neppure gli influssi del modello romano, che si espanderà invece tra tardo Quattrocento e primo Cinquecento in tutta l’area umbra, come mostrano i cambiamenti nella toponomastica cittadina (Via del Verzaio diventa, come è oggi, Via del Verzaro). Quello che vediamo in questi testi, insomma, è un perugino ancora estremamente conservativo e privo di influssi esterni: la lingua, infatti, mostra caratteri di grande continuità tra la prima gabella del 1379 e l’ultima del 1416, e la lingua di entrambe è sostanzialmente sovrapponibile a quella degli statuti del 1342.
Le nove gabelle sono tutte estremamente simili tra di loro e sono con ogni probabilità copiate l’una dall’altra. Esse sono sostanzialmente un testo bipartito in una prima sezione, che contiene l’elenco delle merci in ordine alfabetico (diversamente dalla Gabella delle porti fiorentina degli anni Settanta del Trecento, che è invece articolata per generi merceologici), e in una seconda in cui (a partire dal 1391) sono elencate le condizioni da tenere per ottenere e riscuotere la gabella.
Il dato più interessante del volume, tuttavia, è che nel testo compare quella parte del lessico che generalmente non compare nelle opere letterarie, ossia il lessico materiale. Alcune di queste parole sono poco o per nulla attestate non solo in perugino o nei volgari a esso vicino, ma anche nel dominio italiano. Si pensi a un caso come fiescola, ovvero la gabbia fatta per pressare le olive prima della spremitura: si tratta di una parola priva di attestazioni antiche e che troviamo documentata, di là dal caso delle Gabelle, solo in alcuni glossari otto-novecenteschi della zona del Lago Trasimeno. In questo modo le Gabelle delle some grosse (che contengono, complessivamente, circa 126.000 parole) incrementano la nostra conoscenza del lessico materiale non solo del volgare della città di Perugia o del volgare umbro, ma anche dell’area italoromanza.
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