Esistono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma che svolgono una funzione ancora più preziosa: conservano la memoria di un’esperienza collettiva, ne documentano il percorso e ne restituiscono il significato culturale e umano. Questo accade quando il volume nasce dall’attività, e soprattutto dalla necessità, di associazioni che, spesso lontano dai grandi centri e dai riflettori, dedicano anni di lavoro alla tutela del patrimonio storico, artistico e popolare di una comunità. Ed il volume 25 anni. Associazione Culturale Cella Sancti Miniati di Roccalbegna, curato da Gilia Pandolfi e pubblicato nel 2023 da Innocenti Editore, con sede a Grosseto, rappresenta proprio questo. L’opera assume il valore di una vera e propria testimonianza collettiva sulla memoria culturale di un territorio che ha avuto una marginale attenzione da parte delle istituzioni, ma ricco di stratificazioni storiche, artistiche e antropologiche come quello dell’alta valle dell’Albegna (e del comune di Roccalbegna per l’appunto). Attraverso ricordi, testimonianze, documenti e riflessioni maturate nell’arco di un quarto di secolo di attività, il volume restituisce il senso profondo di un’esperienza associativa che ha cercato di opporsi allo spopolamento culturale e alla progressiva perdita della memoria comunitaria di Roccalbegna e delle sue frazioni. Le pagine raccolgono le voci di soci, collaboratori, studiosi e figure significative della comunità rocchigiana, componendo un mosaico di esperienze che permette di ricostruire la storia dell’associazione insieme ad una parte importante della storia culturale contemporanea del paese.
Particolarmente significativa appare, per forza di cose, la figura di Gilia Pandolfi, anima e presidente dell’associazione, il cui percorso culturale emerge come uno dei fili conduttori dell’intera esperienza della Cella Sancti Miniati. Il suo lavoro di raccolta delle tradizioni popolari, della memoria orale, del lessico locale, della storia del territorio e delle testimonianze delle generazioni precedenti costituisce infatti uno degli esempi più coerenti e duraturi di ricerca culturale dal basso sviluppatisi negli ultimi decenni in ambito maremmano. Grazie a lei sono nate iniziative che spaziano dalla valorizzazione delle tradizioni popolari alla promozione della musica locale, dalla riscoperta di documenti storici all’organizzazione di mostre, incontri, concerti e attività divulgative. Particolarmente importante appare il lavoro svolto sul recupero delle musiche tradizionali di Roccalbegna, raccolte, studiate e successivamente pubblicate e diffuse attraverso specifici progetti editoriali e discografici. Tale attività assume un valore che contribuisce alla conservazione di un patrimonio immateriale che rischiava sicuramente di scomparire.
Di rilievo risultano inoltre le pagine dedicate alla collaborazione con figure centrali della vita culturale locale, tra cui don Ippolito Corridori, autore di importanti studi sulla storia religiosa e civile del territorio. Attraverso questi ricordi emerge con chiarezza il ruolo che alcune personalità hanno svolto nel mantenere viva una coscienza storica comunitaria in un contesto caratterizzato da dimensioni demografiche sempre più ridotte e da una progressiva marginalizzazione delle aree interne. A differenza di alcune pubblicazioni commemorative, il libro non si limita ad elencare successi e iniziative riuscite, ma affronta apertamente anche i limiti, le difficoltà e i progetti rimasti incompiuti. Emergono così le problematiche economiche che hanno spesso ostacolato l’attività dell’associazione, la scarsità di risorse disponibili, le difficoltà organizzative e soprattutto la mancanza di un sostegno culturale sufficientemente diffuso all’interno della comunità stessa. Tra i progetti che non hanno trovato piena realizzazione vengono ricordate iniziative che avrebbero potuto rappresentare importanti occasioni di formazione e sviluppo culturale per il territorio, come l’idea di una scuola di grafica e altre attività pensate per coinvolgere nuove generazioni e nuove professionalità. L’esperienza della Cella Sancti Miniati mostra come le associazioni culturali attive nei piccoli borghi rappresentino spesso gli ultimi presìdi di conservazione della memoria storica locale. Attraverso il loro lavoro vengono salvate testimonianze e conoscenze che difficilmente troverebbero spazio nelle grandi istituzioni culturali nazionali. Tuttavia, senza un adeguato sostegno economico, istituzionale e soprattutto ricambio generazionale, tali realtà rischiano progressivamente di scomparire per sempre.
Le pagine dedicate alle difficoltà dell’associazione lasciano emergere una questione che riguarda non soltanto Roccalbegna, ma gran parte delle aree rurali italiane: il progressivo indebolimento dei legami tra le nuove generazioni e il patrimonio culturale delle proprie comunità. In molti casi i giovani conoscono poco o nulla delle associazioni che per decenni hanno lavorato alla conservazione della memoria locale, e questo rischio di frattura nella trasmissione culturale appare chiaramente percepito dagli autori delle testimonianze raccolte nel volume. Nel complesso il volume celebrativo dell’associazione rappresenta (oltre che ad un’ottima ricostruzione storica associativa) una documentazione di resistenza culturale sviluppatasi in un piccolo centro della Maremma grossetana e mostra concretamente quanto il lavoro volontario di studiosi, insegnanti, sacerdoti, amministratori e cittadini possa contribuire alla tutela dell’identità storica di un territorio. Allo stesso tempo, però, il volume evidenzia con lucidità quanto fragile sia questo patrimonio quando non viene accompagnato da adeguate politiche culturali e da un effettivo ricambio generazionale. Il risultato finale è un’opera che possiede insieme valore documentario, memoriale e civile, oltre che alla necessità di conservare tutto ciò, prima che venga definitivamente disperso.
Per comprendere più da vicino la storia, le attività e le prospettive future di questa esperienza associativa, abbiamo incontrato la presidente Gilia Pandolfi, da anni anima e punto di riferimento della Cella Sancti Miniati. Ne è nata una conversazione che ripercorre le origini dell’associazione, i progetti realizzati, le difficoltà affrontate e le sfide che attendono oggi chi opera per conservare e trasmettere la memoria culturale dei piccoli borghi italiani.
Intervista alla presidente Gilia Pandolfi
Buonasera signora Pandolfi. L’Associazione Cella Sancti Miniati opera ormai da quasi trent’anni nel campo della tutela della memoria locale. Quali furono le motivazioni culturali che portarono alla sua fondazione nel 1998 e quali esigenze del territorio sentivate allora più urgenti?
Buonasera a lei. Allora si, l’associazione nacque ufficialmente nel 1998, ma in realtà l’idea era presente da molto tempo. Eravamo un gruppo di persone profondamente (vecchiarelli più che altri, ride) legate a Roccalbegna che vedevano cambiare rapidamente il paese. Molti erano partiti per lavoro o per seguire le proprie famiglie altrove, ma nessuno aveva mai reciso il legame con le proprie radici. Sentivamo che stava scomparendo un patrimonio enorme fatto di racconti, parole, usanze, musiche, documenti e ricordi. La denominazione stessa dell’associazione, Cella Sancti Miniati, richiama l’antica toponomastica medievale del territorio e rappresenta simbolicamente il nostro desiderio di mantenere un ponte tra passato e presente.
Quindi l’associazione nasce anzitutto da una preoccupazione per la perdita della memoria?
Esattamente. Avevamo paura che una parte importante della nostra identità si perdesse per sempre. E non parlo soltanto delle tradizioni popolari. Fin dall’inizio volevamo dimostrare che anche un piccolo borgo come Roccalbegna possiede una storia complessa e degna di essere studiata seriamente. Per questo abbiamo affiancato alle ricerche sulla cultura popolare un’attività di studio storico, documentario ed editoriale. In questi quasi trent’anni l’associazione ha organizzato conferenze, rassegne estive, incontri pubblici, mostre, spettacoli, letture storiche e iniziative musicali. Abbiamo promosso progetti come I racconti dell’Albegna, dedicati alla narrazione del territorio attraverso parole e musica, e partecipato anche a manifestazioni più ampie, comprese alcune iniziative legate alle celebrazioni dantesche e alla valorizzazione degli itinerari storici della Maremma.
Nel volume 25 anni emerge più volte il tema della memoria come patrimonio collettivo. In che modo è cambiato, nel corso degli anni, il rapporto dei cittadini di Roccalbegna con la propria storia e le proprie tradizioni?
Quando iniziammo il nostro lavoro, la memoria era ancora presente nelle case. Esistevano persone che ricordavano eventi, raccontavano storie e custodivano documenti tramandati da generazioni. Oggi quella generazione sta progressivamente scomparendo e con essa rischia di andare perduta una parte significativa del patrimonio culturale locale. Paradossalmente, però, negli ultimi anni è cresciuta una maggiore consapevolezza dell’importanza della memoria. Molti cittadini hanno iniziato a comprendere il valore dei materiali che possiedono e spesso si rivolgono all’associazione per condividere fotografie, lettere o testimonianze. Rimane però una difficoltà significativa nel coinvolgimento delle nuove generazioni. Molti giovani conoscono poco la storia del paese e talvolta ignorano persino l’esistenza dell’associazione. Questa è probabilmente la sfida più grande che ci troviamo ad affrontare oggi.
Una parte significativa delle attività dell’associazione è stata dedicata alla raccolta di testimonianze orali, racconti popolari, filastrocche, leggende e materiali linguistici. Quali difficoltà presenta oggi il lavoro di documentazione di questo patrimonio immateriale?
La difficoltà principale è il tempo. Molti dei testimoni che abbiamo intervistato negli anni non ci sono più. Ogni volta che scompare una persona anziana, perdiamo una biblioteca vivente fatta di ricordi, esperienze e conoscenze che spesso non sono mai state messe per iscritto. Per questo motivo abbiamo cercato di raccogliere quanto più materiale possibile, registrando racconti, trascrivendo testimonianze e studiando il lessico locale. Un lavoro che ha portato anche alla pubblicazione del Vocabolario di Roccalbegna. Storie di parole e di uomini della Maremma nella Val d’Albegna (Grosseto, Innocenti Editore, 2019). Oggi la difficoltà non è soltanto recuperare le testimonianze, ma anche trasmetterne il valore alle nuove generazioni. Conservare non basta: bisogna fare in modo che ciò che viene raccolto continui a vivere. Molte delle testimonianze raccolte nei primi anni dell’associazione oggi non sarebbero più recuperabili, perché molte delle persone intervistate non ci sono più. Per questo la raccolta della memoria orale è stata una delle attività più importanti della Cella Sancti Miniati.
Tra i risultati più originali dell’associazione vi è certamente il recupero della tradizione musicale rocchigiana. Come nacque questo progetto e quale significato assume oggi per la comunità?
Il progetto nacque dalla consapevolezza che la musica rappresenta una forma di memoria straordinaria. Attraverso le melodie e i canti si conservano emozioni, vicende personali e aspetti della vita quotidiana che spesso non emergono nei documenti scritti. Iniziammo raccogliendo spartiti, registrazioni e testimonianze di musicisti locali. Da quel lavoro nacquero pubblicazioni e incisioni che permisero di salvare un patrimonio musicale che rischiava seriamente di andare perduto. Oggi considero quel progetto uno dei risultati più importanti ottenuti dall’associazione. Non si è trattato soltanto di recuperare delle musiche, ma di restituire alla comunità una parte della propria identità culturale. Uno dei progetti di cui vado più orgogliosa è certamente quello legato alla musica tradizionale di Roccalbegna. Non volevamo che quei canti rimanessero soltanto un ricordo custodito nella memoria degli anziani. Per questo li abbiamo raccolti, studiati e infine pubblicati nel volume La musica di Roccalbegna (2009), accompagnandoli con iniziative pubbliche, incontri e momenti di esecuzione
Lei ha dedicato molti studi alla storia, al lessico e alle vicende umane della valle dell’Albegna. Quale ritiene sia il contributo che la ricerca locale può offrire alla comprensione della storia culturale italiana nel suo complesso?
Io sono convinta che la grande storia sia fatta da tante piccole storie. Quando si studia una comunità come Roccalbegna si finisce inevitabilmente per parlare dell’Italia intera: dell’emigrazione, del lavoro contadino, delle trasformazioni sociali, della religiosità popolare, dello spopolamento delle aree interne. Per questo abbiamo sempre cercato (nel nostro piccolo, si intende) di documentare il territorio attraverso pubblicazioni che raccontassero aspetti diversi della nostra identità. Pensi ad esempio ad Una sera al Cassero sul filo dei ricordi… (1998), Bella Bellina (1999), Il racconto di Roccalbegna (2000, poi ristampato nel 2004), I Ceciarelli (2002), Una insolita Maremma (2008), La musica di Roccalbegna (2009), L’Alta Valle dell’Albegna tra Maritima e Francigena (2011), Il Molino di Emma e di Luigi (2012) e a molti altri lavori. È questo quello di cui le sto parlando.
C’è un libro al quale è particolarmente affezionata?
Sicuramente il volume di don Ippolito Corridori, La comunità di Roccalbegna del 1975. È un’opera straordinaria che meriterebbe una ristampa anastatica. Nonostante siano passati cinquant’anni conserva ancora oggi una grande utilità per chiunque voglia comprendere la storia del paese. Don Ippolito è stato uno studioso di enorme valore e credo che la sua figura meriti di essere maggiormente conosciuta (umanamente era anche una persona squisita mi creda). Quanto a me, sto ultimando quello che probabilmente sarà il mio ultimo lavoro di ricerca dedicato sulla Val d’Albegna. Mi auguro possa rappresentare un punto di arrivo di molti anni di studio e, allo stesso tempo, un punto di partenza per chi vorrà continuare queste ricerche.
Nel libro trovano spazio non soltanto i successi dell’associazione, ma anche progetti rimasti incompiuti. Quanto è importante raccontare anche ciò che non è stato possibile fare?
Eh beh, direi che è fondamentale. Una storia raccontata soltanto attraverso i successi rischia di essere poco sincera. Le difficoltà, gli errori e i progetti rimasti incompiuti fanno parte della realtà quanto i risultati raggiunti. Tra i rimpianti maggiori ricordo sicuramente il progetto di una scuola di grafica e altre iniziative formative che avrebbero potuto offrire nuove opportunità culturali ai giovani del territorio. Mancanza di risorse economiche e difficoltà organizzative ci impedirono di realizzarle. Raccontare questi fallimenti significa anche lasciare traccia di idee che potrebbero essere riprese in futuro. Lei non sa quanto è stata ignorata questa Cella, anzi ignorata è un eufemismo, perché è stata chiaramente osteggiata, non capita. A forza di prepotenza siamo andate avanti. Fa piacere che giovani come lei si interessino a noi (anche se sono passati quasi trent’anni, ride) mi fa piacere, tanto. Ma un po’ di amaro rimane.
Molte associazioni culturali dei piccoli centri soffrono oggi per la scarsità di risorse economiche e per la difficoltà di coinvolgere nuove generazioni. Qual è la situazione della Cella Sancti Miniati?
La nostra situazione non è diversa da quella di molte altre realtà simili. Le risorse economiche sono limitate e il ricambio generazionale rappresenta il problema più serio. Pensi che agli inizi chiedevamo 25 euro come quota ai soci, ma negli ultimi anni siamo scesi a 10 (sa la disponibilità è quella che è, e non volevamo dare l’idea di sfruttare chi da tanti anni ci aveva supportato). Molti giovani non conoscono la storia dell’associazione e spesso non percepiscono il valore del lavoro svolto in questi anni. È un fenomeno che riguarda non solo Roccalbegna ma gran parte delle aree interne italiane. La speranza è che qualcuno raccolga questa eredità e la porti avanti con nuove energie e nuove competenze.
Quale progetto considera maggiormente rappresentativo dello spirito della Cella Sancti Miniati?
Probabilmente la pubblicazione del volume 25 anni. In quelle pagine non c’è soltanto la storia dell’associazione, ma quella di un’intera comunità. Vi convivono ricordi personali, documenti storici, testimonianze, progetti realizzati e sogni rimasti incompiuti. È il libro che meglio racconta ciò che siamo stati e ciò che abbiamo cercato di fare.
In che modo il rapporto tra luogo, memoria e comunità ha influenzato il suo lavoro?
Ha influenzato tutto. Ogni ricerca che ho condotto nasce da un legame affettivo con questo territorio. Roccalbegna non è soltanto un luogo geografico: è una comunità, una storia condivisa, un patrimonio umano. Per questo considero fondamentali figure come don Ippolito Corridori, Marisa Raffo, Alessandro Giustarini e molte altre persone che hanno contribuito a mantenere viva la memoria del paese. Senza il loro lavoro molte conoscenze sarebbero andate perdute.
Guardando al futuro, quale pensa debba essere il ruolo delle associazioni culturali nei piccoli borghi italiani?
Le associazioni culturali devono continuare a essere luoghi di memoria, ma anche di partecipazione e di dialogo. Nei piccoli paesi spesso rappresentano l’ultimo presidio capace di conservare documenti, tradizioni e conoscenze che altrimenti andrebbero perduti. La difficoltà più grande oggi è il ricambio generazionale. Molti giovani non conoscono neppure l’esistenza dell’associazione. Lo dico come una constatazione, ma anche con un poco di amarezza, dato che una persona come lei ci avrebbe fatto comodo molto tempo fa (ride).
È preoccupata per il futuro della Cella Sancti Miniati?
Più che preoccupata, direi rassegnatamente consapevole. Spero che qualcuno raccolga questa eredità e la porti avanti (senza fare nomi dei qui presenti). Non importa che sia nato a Roccalbegna. L’associazione è aperta a tutti coloro che credono nel valore della cultura e della memoria.
uindi anche una persona arrivata da fuori può contribuire?
Certamente, d’altronde i nostri soci venivano anche da Grosseto, Milano, Torino e Roma (solo per fare qualche nome). Anzi, spesso chi arriva da fuori riesce a vedere aspetti che noi diamo per scontati. L’importante è avvicinarsi a questi luoghi con rispetto e con curiosità autentica. Roccalbegna possiede una storia straordinaria. Ha bisogno di essere conosciuta, studiata e raccontata. Se riusciremo a trasmettere questo messaggio alle nuove generazioni, allora il lavoro di questi quasi trent’anni non sarà stato inutile.
L'autore
- Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.
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