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O Capitano, mio Capitano! Per te la bandiera sventola

Il Capitano non ce l’ha fatta. All’apprendere la notizia mi sono sentito come la sera del 31 aprile 1994. Semifinale della nuova Champions League. Gara secca contro il Monaco. Tra i francesi gioca un certo Djorkaeff e una nostra vecchia conoscenza, Jurgen Klinsmann. In panchina Arséne Wenger. Giochiamo in casa. Ci sbarazziamo del Monaco con un secco 3-0. Ma perdiamo il nostro Capitano per un’ammonizione che lo avrebbe costretto a saltare la finalissima di Atene con il Barcellona guidato da Cruijff. Scendendo le rampe di San Siro fino a Piazzale Axum non dissi una parola con i miei compagni di tifo. E non ero il solo ammutolito. Una finale senza Baresi (e per di più senza Costacurta espulso nella stessa partita). Ci guardavamo in faccia scoraggiati. Ripetendo come una lugubre litania “senza il Capitano, senza il Capitano”. Abbandonati, soli, smarriti. Giocare senza Mahatma, come l’aveva soprannominato l’aedo degli Invincibili, Carlo Pellegatti. Io già all’epoca preferivo però chiamarlo, il cortocircuito fu immediato alla prima lettura di Walt Whitman, “Capitano mio Capitano”. E così finirono col chiamarlo anche i compagni coi quali si andava a San Siro in quegli anni tra la fine del Liceo e l’inizio dell’Università. Qualche anno più tardi a uno di loro, il giorno della Laurea, manco a dirlo su mia iniziativa, regalammo la mitica 6 col nome di Baresi sulle spalle e un biglietto di congratulazioni con i versi del poeta americano. E chissà se oggi quell’avvocato leccese, che non ho mai più rivisto, avrà tirato fuori dal cassetto quella maglia e riletto quei versi scritti da un giovane studente di Lettere. Come sia poi andata la finale di Atene lo sappiamo, anche se il Capitano era in tribuna e non a dirigere la difesa. Ma adesso non lo vedremo più neanche in tribuna, con il suo sguardo serio e il viso scavato. E allora torna il senso di scoramento di quella serata di aprile di tanti anni fa. A portarcelo via il peggiore degli avversari. Il più infame. Quello che ti colpisce di nascosto, quando l’arbitro è di spalle. Mi piace però pensare che lassù, varcato il cancello, sia stato accolto dagli applausi del più nobile degli avversari di quegli anni e che oggi Franco giochi insieme a Diego, in una sorta di dantesco rettangolo verde degli spiriti magni. Ma quel senso di scoramento non passa, come non è mai passato dopo il Milan Cagliari del 1° giugno 1997. Anche se ci sono stati altri Milan, altre vittorie, altri cicli. Ma non ci abitueremo mai a non vedere la sua maglietta fuori dai pantaloncini e quella mano alzata a chiamare il fuorigioco. Perché il Capitano era come il fratello maggiore, l’amico col quale ti senti al sicuro e che ti aiuta a crescere. Ovvero, per dirla con Ken Loach, il mio amico Eric.

giancarlo.petrella@unina.it

 

L'autore

Giancarlo Petrella
Giancarlo Petrella (1974-) è Professore Ordinario presso l’Università Federico II di Napoli dove insegna Storia e conservazione del patrimonio librario, Storia del Libro, Bibliografia e Biblioteconomia. Ha fondato e dirige le riviste «L’Illustrazione» (Olschki 2017-) dedicata al libro a stampa illustrato e Marginalia Libraria (Fabrizio Serra, 2026-) dedicata ai libri a stampa postillati. È autore di numerosi contributi e monografie riguardanti la produzione, circolazione e conservazione del libro a stampa tra Rinascimento ed Età Moderna. Ma in fondo le sue vere passioni sono sempre state il calcio raccontato da Gianni Brera e il teatro di Čechov.