Tradizione e vulgata vogliono che Dante abbia soggiornato nel 1310, ospite dei Baglioni o comunque in contatto con l’ambiente politico perugino. È noto che il poeta, in quegli anni, era in esilio e si muoveva tra varie città dell’Italia centrale. Perugia, d’altronde, era un nodo politico importante e poteva rappresentare un punto strategico per chi cercava appoggi e alleanze.
Veniamo dunque alla lapide, a mio parere palesemente errata, dato che riporta la citazione sbagliata. Questo il testo:
Intra Tupino e l’acqua che discende
del colle eletto del beato Ubaldo
fertile costa d’alto monte pende
onde Perugia sente freddo e caldo
da Porta Sole…
Il riferimento ovvio è al Chiascio, che scende dal monte di Gubbio, città del patrono sant’Ubaldo.
Il poeta sta localizzando Assisi, ma lo fa con un linguaggio che trasforma il paesaggio in luogo teofanico:
Il Tupino è il Topino, fiume che scorre presso Assisi; l’acqua che discende è il Chiascio, che scende dal monte Subasio; colle eletto del beato Ubaldo sta per Gubbio, protetta da Sant’Ubaldo.
È una cornice che non descrive soltanto la geografia: la sacralizza. Dante sta dicendo: in questo spazio benedetto, tra acque e colli santi, nacque Francesco, un uomo destinato a cambiare il mondo.
La natura umbra diventa prologo spirituale alla vita del Santo. Dante eleva l’Umbria a luogo di rivelazione, trasforma la biografia in epica sacra, prepara il lettore a un canto che è un vero laudario francescano.
La citazione corretta, a mio avviso, è dunque questa:
Intra Tupino e l’acqua che discende
del colle eletto dal beato Ubaldo…
A parte il doppio “del” che Padre Dante avrebbe probabilmente evitato, l’analisi logica appresa alle scuole medie ci insegna che non si tratta di un complemento di specificazione o di appartenenza, ma di un banalissimo complemento di agente. Infatti “eletto”, dal verbo latino ELIGO, sta per “scegliere” e si riferisce al colle scelto dal beato Ubaldo [la cui venerazione è peraltro sentita nella mia famiglia di lontane origini eugubine].
La forma del beato Ubaldo trasformerebbe il sintagma in un genitivo di possesso: il colle del beato Ubaldo, come se fosse sua proprietà o pertinenza. Ma Dante non intende questo: il colle non appartiene a Ubaldo, è stato eletto (scelto) da lui. La sostituzione altera dunque il senso e la sintassi del verso.
Ecco spiegato l’errore, cui è però impossibile porre rimedio. Le pietre odonomastiche o commemorative, anche sbagliate, sono comunque tutelate dalla Soprintendenza. Insomma, se è vero che errare humanum est, diviene doveroso e diabolicum il perseverare nell’errore. Senza però poterci fare niente.

Ad aggravare e rendere una brutta percezione, rilevo la circostanza del pessimo contesto in cui si trova la pietra: cavi, tiranti, scatole telefoniche, muro bucherellato e sbrecciato. Insomma: pare che al peggio non ci sia limite.
Nota filologica. L’amico Carlo Pulsoni mi fa notare che le varianti dantesche sono innumerevoli. Cita, a proposito del verso riferito agli ignavi (canto III) Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, che circola nella riformulazione popolare come Non ti curar di lor, ma guarda e passa.
Varianti d’autore o della tradizione? Certamente di quest’ultima.
Nel caso francescano e della lapide in Porta Sole, a me risulta che i testi autorevoli (Petrocchi, Sapegno, Sanguineti, Chiavacci) riportano “dal”, e che non esiste alcuna variante “del” attestata nei manoscritti. Per quanto a mia conoscenza.
L'autore
- SANDRO ALLEGRINI ha pubblicato studi di filologia classica e storia, arte e letteratura sulla produzione di autori locali e nazionali. Ha creato e dirige collane di biografie (“Umbri”), di dialetto “I grandi classici in perugino” (Dante, Michelangelo), di poesia (“Officina del Dialetto”), narrativa, critica e saggistica (“Lanterne”, Orient Express). Ha pubblicato oltre 80 volumi di storia locale e lingua perugina, editor di testi di prosa e poesia, autore di documentari sui rioni di Perugia (Futura Edizioni). Membro della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, Accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia, iscritto all’Ordine nazionale dei Giornalisti, è fondatore e coordinatore dell’Accademia del Dónca. Tra le sue ultime pubblicazioni “Mia zia Maria Callas. Dietro le quinte” (2024) con Angelo Meneghini e “La Costituzione Italiana m perugino” (Morlacchi editore, 2025), col magistrato Beatrice Meniconi. Ne Il Giornale dell’Umbria.com scrive sotto il brand di Inviato Cittadino, cura le sezioni Accademia del Dónca e la rubrica Palcoscenico
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