Il filosofo Aldo Capitini, che aveva avuto un ruolo non secondario nella cospirazione antifascista, venne nominato commissario straordinario dell’Università per Stranieri nel 1944. La nomina avvenne pochi giorni dopo la liberazione di Perugia da parte delle truppe alleate.
Capitini rimase commissario straordinario dal 1944 al 1946 (quando fu costretto a lasciare per pressioni della Chiesa locale), guidando l’istituto nel periodo più critico della transizione post‑fascista.
Il promotore del Liberalsocialismo iniziò subito a riorganizzare l’Ateneo. Tra le prime azioni che ritenne fondamentali e coerenti con la sua visione etico-politica, ci fu l’intenzione di porre mano alla revisione dei simboli presenti negli spazi istituzionali, inclusi pitture, sculture, decorazioni troppo fascisticamente connotate.
In questa prospettiva, e mosso da questi intenti, chiese a Gerardo Dottori di intervenire sull’affresco dell’Aula Magna, contenente elementi iconografici non più compatibili con il nuovo clima dell’Italia post‑fascista.
La richiesta è collocata tra l’agosto e il settembre 1944, cioè dopo il verbale del 10 agosto 1944 (che segna l’avvio operativo del commissariato) e prima dell’inaugurazione dei Corsi di Alta Cultura del 3 settembre 1944, evento per il quale Capitini voleva un’Aula Magna coerente con la nuova linea etica e civile dell’istituzione.
Tra le prime urgenze che Capitini individuò vi fu, appunto, la necessità di ripulire gli spazi simbolici dell’istituzione dagli ultimi residui dell’estetica e della retorica del regime. Palazzo Gallenga, sede dell’Università per Stranieri, portava ancora i segni di quella stagione. In particolare, l’Aula Magna – luogo delle cerimonie ufficiali, delle lezioni inaugurali, dei momenti pubblici più rappresentativi – ospitava un affresco di Gerardo Dottori, maestro del Futurismo umbro, nel quale erano presenti elementi iconografici non più compatibili con il nuovo clima politico e morale.
La richiesta a Dottori, pittore ritenuto “di regime”, non va letta però come un gesto censorio, ma piuttosto come un atto di responsabilità civile: l’Ateneo, che di lì a poco avrebbe inaugurato i Corsi di Alta Cultura, doveva presentarsi alla città e agli ospiti internazionali come un luogo finalmente libero, coerente con i valori della nascente democrazia.
Dottori accolse l’invito con la sensibilità dell’artista che comprende il mutare dei tempi e la necessità di adattamento alle circostanze. L’intervento – discreto ma significativo – restituì all’Aula Magna un’immagine più neutra, più aperta, più adatta a rappresentare un’istituzione che stava rinascendo. Non fu solo un ritocco pittorico: fu un gesto simbolico, un piccolo ma eloquente tassello della ricostruzione morale che Capitini perseguiva con determinazione.
Quello su cui Dottori rimise mano non è un affresco, ma una pittura murale dal titolo La luce dell’antica Madre ed era stato realizzato nel 1937 stabilendo una associazione mitico-iconografica fra la storia di antiche migrazioni e la fondazione di Roma, dalle origini alla ri-fondazione dell’era fascista.
Dottori, su input capitiniano, cassò il grande fascio che sovrastava l’immagine del Colosseo e, soprattutto, pose mano a cancellare il volto di Mussolini dell’immagine che campeggia sulla destra, il primo dei due uomini che trasportano blocchi per costruire la città. Al posto della mascella volitiva e del capo squadrato, realizzò una testa (invero troppo piccola rispetto al corpo) di un uomo con occhi chiari e capelli biondi mossi. Un prototipo antropologico che non corrispondeva certo all’aspetto del Duce e alla proclamata, fiera italianità.
Degna di nota, la circostanza per cui durante una cerimonia pubblica, tenuta prima del compimento dei ritocchi all’affresco dottoriano, la pittura fu nascosta alla vista mediante una schermatura di un telo di grosse dimensioni (come documentato da una foto, descritta da Michele Schippa, dipendente di UniStra e guida turistica all’occorrenza, immagine di cui attualmente non ho disponibilità).
Le due mensole laterali, sulle quali campeggiavano i busti del re Vittorio Emanuele III (opera di Tommaso Peccini) e di Mussolini (scultore Bruno Arzilli), furono occupate dai busti di Leonardo da Vinci e Dante Alighieri. Che è lo stato dell’arte attuale.

I busti del re e del Duce erano realizzati in pregiato marmo botticino. Quelli di Dante e Leonardo sono invece plasmati nel meno nobile gesso alabastrino.
Da notare che fra le collezioni della Stranieri restano anche il Ritratto di Mussolini (giovane) di Gerardo Dottori, il Ritratto di Mussolini (maturo) di Alessandro Bruschetti, oltre a quello di Vittorio Emanuele III, ancora di Dottori.
Da rilevare la grande scritta virgiliana frontale ANTIQUAM EXQUIRITE MATREM, coerente con l’affresco, e sulla destra a una scritta su più righe in cui campeggiano i versi danteschi (con qualche piccola libertà).
La frase ANTIQUAM EXQUIRITE MATREM viene da Virgilio (Eneide, III, 136) e costituisce l’invito delle divinità ai Troiani a ritrovare la madre antica, la terra originaria, la radice identitaria. Il senso fascista-dottoriano si riferiva alla ricerca delle radici etniche e spirituali, con venatura di stampo nazionalistico. Con evidente richiamo alla romanità, ripetutamente esaltata dal regime. Ma evocava anche la Madre come archetipo, figura cosmica, generativa, che nel futurismo sacro di Dottori assume una forma luminosa, ascensionale.
Ancora Dante. Sulla parete destra, sulla superficie di marmo scuro, spicca la scritta in lettere di ottone [Onde, se] ’l mio disir dee aver fine / in questo miro e angelico templo / che solo amore e luce ha per confine…» (Par., XXVIII, 51‑53) con due “libertà” consistenti nell’eliminazione del sintagma iniziale [Onde, se], sostituito da puntini di sospensione e con la forma dell’articolo con aferesi ’l, riportato all’italiano standard IL.

Il “desìo” è il desiderio di conoscenza, che qui deve trovare compimento nella comprensione dell’armonia cosmica.
Da rilevare che nella controfacciata dell’Aula era scritta una frase di Mussolini, poi fatta cancellare da Capitini. Furono invece lasciate le aquile sopra le porte, opera di Gracco Mosci.
L'autore
- SANDRO ALLEGRINI ha pubblicato studi di filologia classica e storia, arte e letteratura sulla produzione di autori locali e nazionali. Ha creato e dirige collane di biografie (“Umbri”), di dialetto “I grandi classici in perugino” (Dante, Michelangelo), di poesia (“Officina del Dialetto”), narrativa, critica e saggistica (“Lanterne”, Orient Express). Ha pubblicato oltre 80 volumi di storia locale e lingua perugina, editor di testi di prosa e poesia, autore di documentari sui rioni di Perugia (Futura Edizioni). Membro della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, Accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia, iscritto all’Ordine nazionale dei Giornalisti, è fondatore e coordinatore dell’Accademia del Dónca. Tra le sue ultime pubblicazioni “Mia zia Maria Callas. Dietro le quinte” (2024) con Angelo Meneghini e “La Costituzione Italiana m perugino” (Morlacchi editore, 2025), col magistrato Beatrice Meniconi. Ne Il Giornale dell’Umbria.com scrive sotto il brand di Inviato Cittadino, cura le sezioni Accademia del Dónca e la rubrica Palcoscenico
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