Fra le personalità che hanno maggiormente contribuito a conservare e valorizzare la cultura popolare maremmana del secondo Novecento, Morbello Vergari (Santa Caterina di Roccalbegna, 28 dicembre 1920 – Roselle (GR), 16 gennaio 1989) occupa un posto del tutto particolare. Poeta, scrittore, ricercatore di tradizioni popolari, cantore e divulgatore della civiltà contadina, rappresenta una figura difficilmente riconducibile alle categorie tradizionali della storia letteraria italiana. La sua opera nasce infatti fuori dagli ambienti accademici e dai principali circuiti editoriali, affondando le proprie radici nell’esperienza concreta del lavoro agricolo, nella cultura orale e nella vita delle campagne maremmane. Proprio questa originalità costituisce oggi il principale motivo di interesse della sua produzione, che meriterebbe una più ampia attenzione critica all’interno del panorama della letteratura italiana del Novecento. Nato nel piccolo borgo di Santa Caterina, nel comune di Roccalbegna, da Candido Vergari e Giustina Baccetti, trascorse l’infanzia tra le campagne maremmane seguendo gli spostamenti della famiglia. Dopo un primo trasferimento a Baccinello, dove il padre lavorava come minatore nella locale miniera di lignite, fu costretto ad abbandonare molto presto la scuola per contribuire al sostentamento familiare. Frequentò soltanto le prime tre classi elementari, ma quella che amava definire ironicamente la propria «Università di Baccinello» divenne il simbolo di una formazione completamente autodidatta. La vera scuola di Morbello fu la terra, il lavoro agricolo, la lingua parlata dei contadini e, successivamente, la lettura appassionata dei grandi classici della letteratura italiana.
Durante il servizio militare e la campagna d’Albania maturò un interesse sempre più intenso per i libri, che continuò anche negli anni della prigionia seguiti all’8 settembre 1943. Deportato in Cecoslovacchia e internato nel lager di Dalvitz, trovò nella lettura una forma di resistenza morale e di crescita personale. Al ritorno in Italia, nel 1945, riprese il lavoro nei campi senza abbandonare quella passione che, nel giro di pochi anni, sarebbe diventata attività poetica. Come egli stesso ricordò più volte, fu la lettura — più ancora della scuola — a insegnargli a scrivere. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta iniziarono le sue prime esperienze artistiche. Accanto alla poesia coltivò la musica popolare, ottenendo il permesso comunale di suonatore ambulante di fisarmonica e animando veglie contadine, feste paesane e balli nelle campagne maremmane. Parallelamente compose i primi “maggi”, antichi canti della tradizione toscana che reinterpretò introducendovi temi sociali e civili, come il lavoro e la condizione dei contadini. Nello stesso periodo maturò anche il proprio impegno politico, entrando nelle liste del Partito Comunista Italiano e svolgendo attività di consigliere comunale a Magliano in Toscana, esperienza che avrebbe lasciato tracce evidenti nella sua prima produzione poetica (una fra tutte la poesia Il prete, la vecchietta, e le elezioni). La frequentazione della Biblioteca Chelliana di Grosseto e con gli intellettuali come Luciano Bianciardi contribuì ad ampliare ulteriormente i suoi orizzonti culturali. Pur conoscendo da vicino la tradizione dell’improvvisazione poetica in ottava rima, Vergari preferì progressivamente abbandonare quella forma espressiva per costruire una poesia personale, capace di fondere lingua parlata, ironia, denuncia sociale e osservazione della realtà quotidiana. La sua scrittura nasce sempre dall’esperienza diretta, senza artifici letterari, mantenendo una straordinaria immediatezza comunicativa.
La consacrazione arrivò nel 1964, quando, con la raccolta poetica Versacci e discorsucci, ottenne il Premio “Città di Torino”. Quest’ultima rappresenta probabilmente l’opera che meglio sintetizza la sua poetica. Nella primissima poesia intitolata Premessa l’autore dichiara di non voler cantare «cavalier, armi, onori», ma «i lavoranti, l’ape, i campi, i fiori»: un vero manifesto programmatico che rivendica la dignità poetica del lavoro manuale, della civiltà contadina e delle persone comuni. Vergari sceglie deliberatamente di porre al centro della propria poesia coloro che la letteratura aveva troppo spesso lasciato ai margini, adottando una lingua semplice ma mai banale, capace di trasformare l’esperienza quotidiana in racconto universale. Negli stessi anni la sua attività si estese ben oltre la poesia: stabilitosi nel Podere Moscona, all’interno dell’area archeologica di Roselle, sviluppò una profonda passione per l’archeologia. I reperti che emergevano durante il lavoro agricolo lo spinsero a studiare la storia dell’antica città etrusca, collaborando direttamente alle campagne di scavo e pubblicando, insieme allo storico Vasco Melani, il volume Roselle. Profilo di una città etrusca (1974, seconda edizione 1984). Per decenni divenne una presenza familiare per studiosi, archeologi e visitatori, assumendo quasi naturalmente il ruolo di custode della memoria storica del sito; accanto all’interesse archeologico continuò l’impegno nella valorizzazione delle tradizioni popolari. Collaborò con Caterina Bueno, Corrado Barontini e numerosi ricercatori del folklore toscano, partecipando alla nascita del Coro degli Etruschi, una delle esperienze più significative nella riscoperta del patrimonio musicale della Maremma. Le sue ricerche confluirono nella pubblicazione, insieme al già citato amico Corrado Barontini, di Canti popolari in Maremma (1975), ancora oggi considerato uno dei contributi più importanti dedicati allo studio della tradizione orale maremmana. In quegli stessi anni collaborò inoltre con giornali e riviste quali L’Unità, Il Nuovo Corriere, La Nazione, Il Paese, il Bollettino della Società Storica Maremmana e La Gazzetta della Maremma, partecipando attivamente al dibattito culturale sul recupero delle culture locali.
Il valore della sua esperienza venne riconosciuto anche da importanti studiosi della cultura popolare. Il semiologo Omar Calabrese citò infatti Morbello Vergari come una delle espressioni più autentiche del folk italiano contemporaneo, accostandolo a figure come alla sopra citata Caterina Bueno, Giovanna Marini, Rosa Balistreri e Maria Carta. Non si trattava soltanto di recuperare antichi repertori musicali, ma di riconoscere nella cultura popolare una forma autonoma di produzione artistica e di memoria collettiva. Negli ultimi anni della sua vita Vergari continuò a scrivere, pubblicando opere dedicate alla storia, alle tradizioni popolari, alla gastronomia e alla cultura materiale della Maremma, senza mai interrompere la propria attività divulgativa presso l’area archeologica di Roselle. Anche durante la malattia, che lo avrebbe portato alla morte nel gennaio del 1989, continuò a raccogliere appunti, proverbi e rimedi della tradizione contadina, confluiti postumi nei volumi Cure selvatiche e detti popolari alla rinfusa e Quaderni di appunti. Fino agli ultimi giorni rimase fedele alla convinzione che la cultura popolare costituisse un patrimonio da trasmettere e custodire; negli anni successivi alla sua scomparsa la sua figura ha conosciuto una progressiva riscoperta. La pubblicazione della monografia Morbello Vergari scrittore e poeta di Maremma (Effigi, 2006), l’intitolazione della scuola primaria di Roselle nel 2009 e, più recentemente, l’istituzione del Premio Vergari da parte del Comune di Roccalbegna e la futura edizione commentata di Versacci e discorsucci (nella sua versione del 1964, curata da Gabriele Fabrizi e patrocinata dallo stesso comune di Roccalbegna) testimoniano come la sua memoria continui a rappresentare un punto di riferimento per la cultura maremmana.
Rileggere oggi Morbello Vergari significa riscoprire uno scrittore che seppe fare della propria esperienza di contadino la materia stessa della poesia, trasformando la vita quotidiana, il lavoro nei campi, il canto popolare e la memoria della Maremma in una forma originale di letteratura (insieme a molti altri poeti e poetesse estemporanei che misero e mettono al centro un mondo destinato al silenzio che invece hanno trovato il coraggio di scrivere e di pubblicare). La sua opera dimostra come la cultura popolare possa diventare autentica ricerca poetica senza perdere la propria immediatezza, offrendo ancora oggi una testimonianza preziosa di un mondo che rischia progressivamente di scomparire. Fra i molti “poeti della terra” del Novecento italiano, Vergari resta una delle voci più autentiche e originali, capace di unire tradizione, impegno civile e profonda umanità.
L'autore
- Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.
Ultimi articoli
In primo piano30 Settembre 2026Emilio Agostini, la voce di Sassetta tra memoria, Maremma e libertà
In primo piano27 Settembre 2026Renzo Barsacchi: la poesia come dialogo inquieto con Dio
In primo piano22 Settembre 2026La luce e l’ombra di Raffaello Gambogi
In primo piano14 Settembre 2026Ettore Borzacchini, Giorgio Marchetti e l’invenzione della lingua livornese
