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Le arance dell’antica Epidauro di Thodoris Gkonis

Al Piccolo Teatro di Epidauro è andato in scena lo spettacolo Le arance dell’antica Epidauro, scritto e diretto da Thodoris Gkonis, tratto dall’omonima raccolta di racconti pubblicata dalla casa editrice Ágra.

L’opera nasce dalla memoria collettiva degli abitanti della regione. Gkonis racconta il proprio mondo non come autobiografia, ma assumendo la voce di “un altro uomo”, trasformando il ricordo individuale in patrimonio condiviso.

Il regista costruisce una personale mitologia dell’Argolide, sospesa tra nostalgia, affetto e cura per un universo destinato a scomparire. Lui stesso ha dichiarato ad un’intervista che vuole raccontare il Novecento, perché ha l’impressione che il XXI secolo guardi al secolo precedente con eccessiva aggressività.

L’arancia come simbolo

L’arancia è molto più di un semplice frutto. Potrebbe essere raccontata attraverso le sue infinite varietà: la Navel, le tarocco, le moro. Per Gkonis, le arance di Palaia Epidavros possiedono qualcosa di unico.

La loro buccia si apre facilmente con le dita, la polpa è dolce e delicata. Sono, «mandarini diventati grandi», ma soprattutto custodiscono la memoria di una comunità.

Le associa alla tragica figura della figlia del vecchio medico del paese, morta prematuramente, e ricorda i familiari che lavoravano nei grandi agrumeti dell’Argolide, tornando a casa non soltanto con la fatica del lavoro, ma anche con le storie del luogo.

Quelle storie, tramandate oralmente di generazione in generazione, costituiscono la vera eredità della comunità.

La scena come luogo della memoria

Lo spettacolo si apre con lo stesso Gkonis che, in scena, annaffia il giardino, raccoglie frammenti di antiche brocche e si prende cura della casa.

La piccola abitazione presente nello spazio teatrale diventa una naturale estensione della scena: da essa escono gli attori, che raggiungono il frutteto, gli ulivi e la grande roccia, trasformando il paesaggio reale in spazio della memoria.

L’intera rappresentazione dialoga continuamente con il mito. Sullo sfondo affiora l’impresa di Eracle e dei pomi delle Esperidi, simbolo di fertilità e di abbondanza, origine stessa del termine “esperidi”, con cui vengono indicati gli agrumi.

Per Gkonis l’arancia rappresenta un augurio, un talismano di buona sorte che racchiude nella propria polpa le infinite storie della sua terra.

Tradizione popolare, memoria familiare e immaginazione poetica si fondono in una narrazione attraversata dalla malinconia della montagna e dalla luce della pianura argolica.

Gli elementi dello spettacolo che suscitano perplessità

Pur animato da autentica partecipazione emotiva, lo spettacolo non convince pienamente sul piano teatrale.

La regia fatica a dare una precisa identità scenica alle numerose voci che popolano il racconto; alcune sequenze risultano prolisse, diversi episodi appaiono dispersivi e l’importanza attribuita alle parti musicali finisce talvolta per sbilanciare il ritmo complessivo.

L’intensa grecità del testo, insieme all’idealizzazione della terra natale e alla continua ricerca di collegamenti con il patrimonio mitologico, tende a sacrificare quella misura che avrebbe forse giovato all’opera.

La scrittura di Gkonis possiede una qualità letteraria. È una lingua da leggere nel silenzio dell’interiorità più che da declamare sulla scena. In alcuni passaggi, inoltre, la sovrapposizione simultanea di testi diversi rende difficile seguire sia il filo narrativo sia il significato simbolico.

I punti di forza

Quando però il racconto riesce a trovare equilibrio tra parola, musica e interpretazione, lo spettacolo raggiunge momenti di autentica poesia.

La pianura argolica emerge come un luogo sospeso fra realtà e leggenda, popolato di profumi, luce e misteri.

Emblematica è la figura del medico che, dopo la morte della figlia, distribuisce cassette di arance sanguinelle ai bambini delle scuole dei villaggi montani. Quei frutti, dal colore del sangue, diventano il simbolo di un dolore trasformato in dono e memoria condivisa.

Tra le immagini più toccanti rimangono l’attesa del vecchio camion del medico, il padre che si rade nel cortile prima di partire per il lavoro e il bambino che rincorre l’autobus nel tentativo di trattenerlo ancora per qualche istante.

Sono frammenti di vita quotidiana che assumono il valore universale del ricordo.

La musica come filo narrativo

Uno dei maggiori meriti dello spettacolo è la componente musicale.

Le composizioni di Fotis Siotas, unite alla voce intensa di Christina Maxouri, trasformano la rappresentazione in una sorta di concerto drammatico, nel quale la musica non accompagna semplicemente il racconto, ma ne diventa il principale veicolo emotivo.

Particolarmente riuscita è anche la scena del mercato, nella quale canto, movimento e ironia interrompono la tensione malinconica costruita fino a quel momento.

Il finale

Tra gli interpreti spicca Charis Charalambous-Kazepis, capace di restituire con rara sensibilità la malinconia che attraversa l’intero testo.

Il culmine dello spettacolo coincide con il lungo monologo affidato a Ioanna Pappa: un’intensa meditazione sul tempo, sulla memoria e sulla vecchiaia.

L’esperienza accumulata nel corso della vita sembra condensarsi simbolicamente in un piccolo neo sul volto, segno minimo che racchiude insieme la sapienza degli anni, la forza della vita e l’inevitabile presenza della morte.

È in questo momento che la scrittura poetica di Thodoris Gkonis raggiunge la sua massima intensità, offrendo allo spettatore il vertice emotivo e artistico dell’intera rappresentazione.

Scheda dello spettacolo

  • Testo e regia: Thodoris Gkonis
  • Scene e costumi: Maria Bacha
  • Musiche: Fotis Siotas
  • Luci: Tasos Palaioroutas
  • Movimenti scenici: Natalia Baka
  • Fonico: Nikos Kolias
  • Musicisti in scena: Fotis Siotas, Dimitris Chatzizisis, Giorgos Theodoropoulos
  • Interpreti: Ioanna Pappa, Christina Maxouri, Roxani Karfi, Charis Charalambous-Kazepis, Natalia Baka, Thodoris Gkonis
  • Assistente alla regia: Marissa Konsta
  • Organizzazione della produzione: Katerina Kourti
  • Produzione esecutiva: Nikolas Chanakoulas – Apparat Athen

Spunti tratti dall’articolo di Nikos Xenios apparso su bookpress.gr

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.