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Aurelio Ugolini. Il poeta livornese dimenticato tra Pascoli e Marradi

Aurelio Ugolini (Alessandria d’Egitto, 10 ottobre 1875 – L’Aquila, 14 gennaio 1907) appartiene a quella schiera di poeti e studiosi che, pur avendo goduto della stima dei contemporanei, sono stati progressivamente dimenticati dalla storia letteraria del Novecento. Insegnante, filologo, critico e poeta, fu uno degli allievi più promettenti della scuola di Alessandro D’Ancona e Giovanni Pascoli, capace di coniugare una rigorosa preparazione filologica con una sensibilità poetica raffinata. La sua esistenza, spezzata improvvisamente a poco più di trentun anni, interruppe una carriera che sembrava destinata a svilupparsi in molte direzioni: poesia, critica, teatro e studi linguistici. Nacque ad Alessandria d’Egitto da una famiglia italiana, e, ancora bambino, fu condotto a Livorno, città alla quale rimase legato per tutta la vita e che considerò sempre la propria vera patria. Dino Provenzal, che lo conobbe fin dall’infanzia e ne fu uno degli amici più cari, ricorda come il piccolo Aurelio alternasse la vivacità tipica dei coetanei a lunghi momenti di raccoglimento e silenzio, quasi presagendo il destino doloroso che lo avrebbe accompagnato negli anni successivi. Frequentò il ginnasio a Livorno, maturando molto presto una passione straordinaria per la letteratura, alimentata dalla lettura dei classici italiani e stranieri.

Conclusi gli studi ginnasiali, la famiglia si trasferì a Pisa insieme ai fratelli Egizio e Riccardo. Per il giovane Ugolini l’abbandono di Livorno rappresentò un autentico trauma, tanto che nelle lettere agli amici avrebbe ricordato con nostalgia il “profumo di mare” della città labronica, immagine destinata a ritornare anche nella sua poesia. A Pisa la sua vita fu presto sconvolta da un gravissimo lutto: nel 1892, nel giro di appena due mesi, perse entrambi i genitori. Rimasto orfano a soli diciassette anni, trovò nella poesia una forma di consolazione e di disciplina spirituale, trasformando il dolore personale in una più intensa dedizione allo studio e alla scrittura. Durante gli anni universitari si formò uno dei più vivaci cenacoli letterari della Pisa di fine Ottocento: attorno a Ugolini si raccolsero numerosi giovani destinati a distinguersi negli studi e nella letteratura, fra i quali Ettore Botteghi, Emilio Agostini, Enrico Meucci, Domizio Torrigiani, Carlo Bernheimer, Guido Catastini, Gino Del Guasta e Antonio Antony. Quelle riunioni, ricordate con affetto da Provenzal, erano animate da interminabili discussioni sulla poesia, sull’arte e sulla critica contemporanea. Ugolini ne rappresentava naturalmente il centro, grazie alla sua cultura, all’equilibrio del giudizio e alla capacità di entusiasmare gli amici senza mai assumere atteggiamenti di superiorità.

Fra tutte le amicizie universitarie la più intensa fu certamente quella con Ettore Botteghi. Uniti dall’origine livornese, dall’amore per la poesia e dalla nostalgia del mare, i due giovani arrivarono perfino a scrivere insieme un romanzo, Montenero, rimasto inedito. La morte prematura di Botteghi, avvenuta nel 1900 dopo una lunga malattia, colpì profondamente Ugolini, che ne conservò sempre un ricordo commosso e vide nella scomparsa dell’amico una dolorosa anticipazione della precarietà dell’esistenza. Già negli anni giovanili la sua vocazione poetica era stata riconosciuta da due figure autorevoli della cultura italiana: Giovanni Pascoli e Giovanni Marradi. Entrambi lo incoraggiarono fin dai primi tentativi poetici, intuendone il talento quando ancora molti coetanei guardavano con ironia alle sue aspirazioni letterarie. Il rapporto con Pascoli non fu soltanto quello fra maestro e allievo, ma divenne un vero punto di riferimento morale e artistico destinato a influenzarne tutta la formazione; Marradi, invece, gli rimase accanto per tutta la vita, prefazionando Viburna e rendendo omaggio alla sua memoria dopo la morte.

L’attività poetica si sviluppò inizialmente attraverso piccole pubblicazioni collettive nate all’interno del cenacolo pisano: nel 1895 partecipò alla strenna Ceppo, che raccoglieva liriche di giovani autori introdotte da Ada Negri e accompagnate da parole di incoraggiamento di Pascoli e Marradi. L’anno successivo collaborò anche alla raccolta Natale, mentre nel 1896 pubblicò Pergamene del secolo XIX, una serie di eleganti ballate composte in occasione di nozze (erano opere ancora giovanili, ma già caratterizzate da quella rigorosa ricerca formale che sarebbe rimasta una costante della sua poetica).

Laureatosi all’Università di Pisa sotto la guida di Alessandro D’Ancona e Francesco Flamini, intraprese la carriera dell’insegnamento. Il primo incarico lo condusse al ginnasio comunale di Pontedera, dove conquistò rapidamente l’affetto degli studenti grazie alla preparazione, alla serietà e alla passione educativa; contemporaneamente rielaborò la propria tesi di laurea dedicata a Giambattista Gelli, pubblicata poco dopo in volume (Provenzal insiste particolarmente su questo aspetto della sua personalità, sottolineando come Ugolini non considerasse incompatibili la ricerca filologica e la creazione poetica, ma vedesse nella critica un indispensabile esercizio di rigore intellettuale). La filologia costituì infatti uno degli ambiti nei quali avrebbe probabilmente lasciato risultati ancora più importanti se la morte non ne avesse interrotto l’attività. Dopo il volume sul Gelli pubblicò gli studi dedicati a Maestro Gregorio d’Arezzo, dimostrando una notevole capacità di affrontare problemi attributivi e testuali con metodo rigoroso. Nel frattempo, la sua vita privata conobbe una svolta decisiva: si innamorò di Ebe Somma, nipote di Giovanni Marradi, che sposò il 25 luglio 1900, e dal matrimonio nacque il figlio Gino, destinato a diventare il centro della sua vita affettiva. Gli anni trascorsi con la famiglia rappresentarono il periodo più sereno della sua esistenza; particolarmente felici furono le estati trascorse a Castiglioncello, luogo che Provenzal descrive come un vero rifugio dello spirito, fra il mare, la pineta, la pesca e le lunghe passeggiate durante le quali Ugolini ritrovava quella comunione con la natura che costituisce uno dei motivi dominanti della sua poesia. Le esigenze della carriera scolastica lo costrinsero tuttavia a continui trasferimenti: dopo Pontedera insegnò a Sezze, quindi a Massa, successivamente al liceo di Caltagirone e infine al liceo dell’Aquila. Però, durante il soggiorno siciliano, riuscì finalmente a superare la naturale ritrosia che per anni gli aveva impedito di raccogliere organicamente i propri versi e preparò la pubblicazione di Viburna, uscita nel 1904 (presso l’editore Giusti di Livorno) con prefazione di Marradi. Il volume rappresenta la sintesi più compiuta della sua esperienza poetica; una lirica ancora profondamente radicata nella tradizione classica, ma già aperta alle suggestioni pascoliane e alle nuove sensibilità del primo Novecento.

Giunto all’Aquila, Ugolini si fece rapidamente apprezzare non soltanto come insegnante, ma anche come conferenziere e uomo di cultura: tenne una fortunata conferenza sulla Poesia delle folle e accettò dalla casa editrice Vallardi l’incarico di preparare un’edizione scolastica delle opere di Giambattista Gelli; contemporaneamente progettava un nuovo libro di poesie (dal titolo Grotteschi), una commedia teatrale, racconti e nuovi studi critici. Il destino interruppe però improvvisamente quei progetti. Il 5 gennaio 1907 fu colpito da un violento dolore addominale; la malattia ebbe un decorso rapidissimo e, nonostante le cure, il 14 gennaio morì all’età di trentuno anni. Provenzal ricorda con particolare commozione le ultime ore trascorse accanto alla moglie Ebe e al piccolo Gino, al quale, pur consapevole della gravità della situazione, volle ancora far acquistare i doni della Befana. Le ultime parole pronunciate con piena lucidità furono rivolte alla moglie: «Ebe, muoio». Il suo corpo venne trasportato a Livorno, dove fu sepolto nella città che aveva sempre considerato la propria vera patria. La seconda edizione postuma di Viburna, pubblicata nel 1908 grazie all’impegno degli amici, cercò di preservarne la memoria. Nel 1928 il Comune di Livorno gli rese omaggio intitolandogli una strada nel quartiere di Antignano, ma, col passare dei decenni, il nome di Aurelio Ugolini scomparve quasi completamente dalle storie della letteratura italiana. Eppure, la testimonianza di Dino Provenzal restituisce il ritratto di un intellettuale di raro equilibrio, capace di coniugare poesia, filologia e insegnamento con una serietà morale unanimemente riconosciuta dai contemporanei. La sua vicenda rappresenta oggi una delle pagine più significative, e insieme più trascurate, della cultura letteraria toscana tra Otto e Novecento.

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.