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Preferisco pensare secondo la musica (Ich denke lieber nach der Musik)

Esistono libri che si leggono e libri che costringono il lettore a cambiare il proprio modo di leggere. L’Orecchio di Proteo di Carlo Alessandro Landini appartiene decisamente alla seconda categoria. È un’opera monumentale non tanto per l’imponenza materiale quanto per la densità dei percorsi che apre. Volatile, profondo e leggero inversamente proporzionale al suo peso. Capace di mescolare musica e scrittura e aprirci a semplici riflessioni, a schiuderci nel cuore o, se il cuore non è più il centro dei sentimenti, combinare i neuroni nelle loro infinite possibilità. Ogni scelta ha un rovescio, cioè una rinuncia, e così non c’è differenza tra l’atto di scegliere e l’atto di rinunciare. Anche la riflessione sulla scelta assume una luce diversa.  Ogni rinuncia lascia dietro di sé la nostalgia delle possibilità non realizzate. Per la vita quotidiana questa è spesso la fonte del rimpianto; nell’arte, invece, ogni possibilità continua a restare legittima. Noi siamo ancorati ad un principio di realtà, alla fine scegliamo ciò che pensiamo ci convenga e che giudichiamo razionale che, invece e spesso, può essere causa di dolore, di  rimpianto o  il guardiano del destino che ci distoglie dalla scelta come nel film   Sliding doors del 1998, scritto e diretto da Peter Howitt. Landini, però, sembra andare oltre il film dove i due destini restano separati, nell’arte e nella musica le possibilità scartate non scompaiono del tutto. Continuano a vivere come potenzialità dell’opera, quasi fossero tutte simultaneamente presenti nella mente del creatore.

Per l’artista, per il compositore musicale, le infinite possibilità non sono rigidamente ancorate a principi di realtà, tutte plausibili ed arbitrarie nello stesso tempo, libere e legittime, non sanzionabili. In arte un a priori estetico o morale non esiste. Il compositore non elimina le alternative: le conserva come presenza invisibile dell’opera stessa. L’arte diventa così il luogo in cui il possibile continua a convivere con il reale. Ogni pagina sembra rifiutare l’idea che esista una sola strada interpretativa, invitando il lettore a muoversi continuamente tra musica, filosofia, letteratura, neuroscienze, matematica, mitologia e teoria dell’arte. Come ne Il Gioco delle Perle di Vetro di Hermann Hesse,  il sapere è un intreccio di analogie, rimandi e trasformazioni continue. È  una dichiarazione di metodo, l’idea che la conoscenza più feconda nasca dall’arte di mettere in relazione ciò che, in apparenza, appartiene a mondi diversi.

Il titolo rivela immediatamente il cuore del libro. Proteo, il dio marino capace di mutare incessantemente forma, diventa il simbolo di una conoscenza che non può essere irrigidita in definizioni definitive. Come Proteo, anche la musica sfugge alla fissità del linguaggio: non rappresenta semplicemente il mondo, ma lo trasforma, lo moltiplica, lo rende ogni volta diverso. Da qui nasce quella che Landini chiama una vera e propria ontologica impermanenza, una formosa deformità, ancora un ossimoro per quella che Wackenroeder definisce la lingua degli angeli e per altri è il portale per le legioni di Satana. Una condizione nella quale la mutevolezza non costituisce un limite della conoscenza ma la sua forma più autentica.

È forse questo l’aspetto più originale dell’opera. Noi siamo abituati a pensare la conoscenza come eliminazione dell’ambiguità, come riduzione dell’incertezza. Landini compie invece l’operazione opposta: mostra come sia proprio l’ambiguità a rendere possibile la comprensione della realtà. In questo senso la musica diventa il paradigma di ogni autentico atto conoscitivo, perché i suoni, a differenza delle parole, non rinviano a un unico significato ma custodiscono una pluralità inesauribile di possibilità.

Da qui si comprende anche la centralità della dissonanza. Nel vivere quotidiano  tendiamo a ricercare continuamente equilibrio, armonia, rassicurazione. Landini suggerisce invece che la dissonanza non rappresenta un incidente del vivere, bensì la sua struttura profonda. Non soltanto la musica, ma anche i rapporti umani e la letteratura vivono di tensioni, contrasti e ambivalenze. Eliminare la dissonanza significherebbe impoverire la realtà stessa. La dissonanza non è l’opposto della consonanza: ne è la condizione. La consonanza non nasce dalla scomparsa del conflitto, ma dalla forma che il conflitto riesce ad assumere. Per Landini la musica intreccia suono e scrittura in una lingua che, proprio perché non appartiene alla rigidità dei significati univoci, conserva un’ambiguità feconda. Non un’ambiguità come difetto, ma come spazio della libertà, nel quale ogni essere, ogni microcosmo, può riconoscere una voce diversa senza che essa perda la propria autenticità. La dissonanza non viene negata, ma trasfigurata in armonia, conservando intatta la propria tensione generatrice. Questa intuizione può essere estesa ai rapporti umani. Ciò che genera sofferenza non è la dissonanza in sé, ma la separazione, l’incapacità di trasformare il contrasto in dialogo. Vengono allora alla mente i versi di Ungaretti: Il mio supplizio è quando non mi credo in armonia. Il supplizio non nasce dall’esistenza del conflitto, bensì dalla perdita di quella relazione che sola può conferirgli un senso. Anche la letteratura vive di questa tensione: non riflette semplicemente il reale, ma lo rifrange, lo deforma e talvolta lo contraddice, proprio per restituirne la complessità. In questa prospettiva risulta illuminante il richiamo a Lars Gustafsson, per il quale la dissonanza non rappresenta una frattura da sanare ma la forma stessa della vita. Anche per Landini l’armonia non consiste nell’eliminare il contrasto, bensì nell’abitare creativamente la tensione tra possibilità diverse. Quando questa tensione viene rimossa, si ricade in una concezione dell’arte rassicurante e pacificata, incapace di accogliere la ricchezza e la complessità del reale. Rimane allora una domanda, forse la più difficile, che attraversa silenziosamente tutto L’Orecchio di Proteo: siamo davvero disposti ad accettare nella vita la stessa dissonanza che ammiriamo nell’arte? Se l’ambiguità è una condizione costitutiva dell’esistenza, rifiutarne la dissonanza non significa forse rifiutare una parte essenziale della vita stessa? È forse questa la lezione più profonda del libro di Landini: la vera armonia non consiste nell’assenza del conflitto, ma nella capacità di dargli una forma, trasformandolo in occasione di conoscenza, di relazione e, in ultima analisi, di libertà.

Il libro dialoga naturalmente con Italo Calvino. Le immagini di Proteo, di Orfeo e di Euridice sembrano appartenere a quella leggerezza che Calvino non identificava con la superficialità ma con la capacità di sottrarre peso al mondo senza rinunciare alla profondità. La scrittura di Landini riesce infatti a parlare di questioni estremamente complesse senza appesantirle, affidandosi a una continua mobilità di immagini, metafore e rimandi culturali. Anche quando introduce temi apparentemente lontani, come la logica fuzzy o le neuroscienze, lo fa per mostrare che il pensiero contemporaneo si sta progressivamente allontanando dalle opposizioni rigide tra vero e falso, ordine e caos, razionalità e immaginazione. Gli interessa mostrare che la musica, come il pensiero creativo, non procede per opposizioni binarie ma per gradazioni, trasformazioni e stati di transizione. Tale figura diventa perfettamente coerente con la figura di Proteo: entrambi esprimono un sapere fondato non sulla fissità delle forme, ma sulla loro continua metamorfosi. Landini crea  immagini che  riescono infatti a parlare di questioni estremamente complesse senza appesantirle, affidandosi a una continua mobilità di visioni, metafore e rimandi culturali.

L’incorporeità della musica, il suo essere entità metalinguistica e metasemantica, che ci conduce sempre in un altrove nonostante il nostro esserci, fa di essa un’arte spirituale e fantastica come poche altre. Attraverso il riferimento a Hakim Bey, figura influente negli ambienti dell’anarchismo contemporaneo e dell’esoterismo, Landini suggerisce che la musica possa costituire una di quelle zone temporaneamente autonome nelle quali è possibile sottrarsi alle strutture del potere e alle convenzioni sociali. La libertà non si conquista una volta per tutte: emerge in momenti di intensa creatività, e l’arte, insieme alla musica, ne rappresenta una delle manifestazioni più alte.   La musica abita proprio questo spazio liminare: è insieme ordine e disordine, sacralità e abisso, forma e deformazione.

Landini  ci accompagna tra letteratura e musica. Prende per mano Arthur Rimbaud e Robert Musil e insieme a loro ci indica la strada.

La formula di Arthur Rimbaud, Littéralement et dans tous les sens, Letteralmente e in tutti i sensi, è una delle espressioni più enigmatiche della sua poetica. Compare in Une Saison en enfer ed è diventata quasi un manifesto del suo modo di intendere il linguaggio. Letteralmente significa che le parole non sono semplici metafore decorative. La poesia non deve essere spiegata o tradotta in un significato nascosto: la parola è già realtà, produce un’esperienza concreta. Ogni parola genera anche infiniti significati e in tutti i sensi. È un apparente paradosso. Una parola va presa alla lettera, ma proprio perché è viva si apre contemporaneamente a una molteplicità di interpretazioni, un principio molto vicino alla musica. Una nota non significa qualcosa in modo univoco; eppure suscita immagini, emozioni, ricordi, idee diverse in ciascun ascoltatore. Per Rimbaud il poeta deve diventare il voyant, il veggente. Per riuscirci deve rompere il linguaggio ordinario, quello che serve soltanto a comunicare informazioni. La parola poetica diventa come la nota musicale un punto in cui convergono: suono, immagine, simbolo, emozione e pensiero. Nessuna interpretazione riesce a esaurirla.

Infine, l’epigrafe musiliana, con cui si chiudono queste riflessioni, appare come la migliore chiave interpretativa dell’intero volume:

…wie ein Ton, der im Ohr klingt und irgendwo in der Welt einen Raum woelbt und ein Licht entzuendet.. come un suono che risuona nell’orecchio e che, da qualche parte nel mondo, incurva uno spazio e accende una luce

Il brano è tratto dal racconto di Robert Musil, Die Versuchung der stillen Veronika, Le tentazioni della silenziosa Veronica:

Da qualche parte si devono udire voci. Forse esse giacciono come se fossero mute tra le pagine di un diario l’una accanto all’altra intrecciate: oscura, profonda, chiusa d’improvvisa in se stessa la voce della donna, come richiedono le pagine, circondata da quella dell’uomo, morbida, lontana, distesa, una voce ramificata, indefinita in cui traspare quanto essa non aveva avuto il tempo di ricoprire. Ma forse no. Forse invece c’è un punto in qualche parte del mondo dove queste due voci che normalmente emergono a stento dall’incolore caos dei rumori quotidiani, vibrano come due raggi e s’intrecciano strettamente, chissà dove; forse si dovrebbe cercare questo punto la cui vicinanza si manifesta solo in uno stato d’inquietudine come il movimento di una musica non ancora percepibile si imprime già con pieghe pesanti ed indefinibili nel sipario strappato della lontananza. Forse allora questi pezzi salterebbero l’uno insieme all’altro, via dalla propria malattia e debolezza verso il chiaro, verso la saldezza, verso ciò che è lineare.

È forse questo il punto verso cui tende tutto il libro di Landini in cui le voci, i suoni e le esperienze della vita smettono di essere frammenti isolati e iniziano finalmente a risuonare insieme. La letteratura e la musica non eliminano la complessità del mondo; le danno forma. E quella forma, come insegna Proteo, è sempre provvisoria, sempre pronta a trasformarsi, ma proprio per questo infinitamente più vicina alla verità. Esse semplificano la ricerca della profondità e della verità: non in un violento contrasto di colori e di toni ma in una modulazione della profondità e del contrasto. La profondità è là dove tutto è chiaro e leggero.

Alla fine della lettura si comprende che L’Orecchio di Proteo non è soltanto un saggio sulla musica. È una riflessione sull’atto stesso del conoscere. In un’epoca che pretende risposte immediate, classificazioni semplici e identità stabili, Landini restituisce dignità alla complessità. Ci ricorda che comprendere non significa ridurre il molteplice all’uno, ma imparare ad ascoltare le infinite modulazioni del reale.

Il musicista incarna la categoria del perturbante, unheimlich, la parola tedesca contiene in sé la parola Heim, casa, che con la negazione  trasmette il disagio del non essere a casa ma essere persi nell’infinità di un altrove? Ed ancora nelle società orientali egli ha il poter  dello sciamano perché la polisemia della musica gli consente di librarsi tra nobile ed ignobile e come tale di restare una cosa sola. la Musica è il sacro ed il sacro contiene l’indifferenziato.

Landini propone una vera e propria epistemologia dell’ambiguità, nella quale la musica diventa il modello stesso della conoscenza.

Carlo Alessandro Landini nasce a Milano il 20 Aprile1954. Già ricercatore Fullbright presso la University of California, San Diego, e Visiting Professor nelle università americane (Columbia University 2003, University of Maryland 2006), poi docente di Composizione al Conservatorio di Piacenza, si dedica da sempre all’analisi del rapporto tra arte, la musica soprattutto, e nevrosi. Ha una vasta produzione di critica musicale ed opere letterarie. Tra i suoi lavori: “Stanze- poesie-ottave” (Fara Editore 2018, Premio Byron 2025). “L’orecchio di Proteo. Saggio di neuroestetica musicale. Ambiguità, trappole cognitive, strategie decisionali” (LIM 2021); “Orizzontale Verticale. Lettera ad un medico” (Puntoacapo editore 2021); “Musica di Dio, Musica del diavolo” (Zecchini Editore 2024); “Dopo il diluvio. Un caso clinico” (Book Editore 2024); “La vendeuse” (Phasar edizioni 2025). Carlo Alessandro Landini è però prima di tutto musicista. Il solo italiano finora ad aver conseguito il Primo Premio – col suo Le retour d’Astrée per violino e pianoforte – al Concorso «W. Lutosławski» di Varsavia (2007). Del 2015 la Sonata n. 5 per pianoforte, la Sonata n. 7 del 2019 e la Sonata n.8 del 2021.

 

 

 

L'autore

Maurizia Maiano
Appartengo al Sud di questa bellissima Italia, antica terra che una volta si chiamava Italia e il cui nome fu dai Romani traslato a tutta la  penisola. Vivo a Catanzaro Lido, cittadina posta nel golfo di Squillace. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che  fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici,  quello privato a Vibo Valentia, Liceo Linguistico Pentecoste e poi negli Istituti Statali: Istituto Tecnico per il Turismo a Marina di Gioiosa Ionica e al Liceo Linguistico Enrico Fermi di Catanzaro Lido. Il lavoro, il mio impegno nella Scuola e la famiglia sono stati la Stella polare della mia vita. Mi sono adoprata per la realizzazione  di progetti europei come Socrates, Comenius ed ho partecipato a progetti Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della Scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. La lettura occupa molto tempo della mia giornata e se il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli. Mi affascina cogliere il non detto o immergermi tra  le metafore delle pagine letterarie per cercare di raccontarle come materia viva del nostro presente, forse per questo leggere del passato mi affascina di più. Scrivo  per la rivista letteraria Il Randagio. Collaboro con la la Rivista trimestrale di SCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE SCOLASTICA - Casi e questioni tra diritto e organizzazione - Rivista scientifica ANVUR Euroedizioni Torino.