Dopo aver letto la bella introduzione di Andrea Bedetti e la postfazione di Renzo Cresti, ci si domanda che cosa resti ancora da aggiungere. Eppure, proprio questa è la forza del libro di Carlo Alessandro Landini: non invita soltanto a essere letto, ma costringe il lettore a prendere posizione. Per Andrea Bedetti, Landini è una figura eclettica, capace di attraversare con la stessa naturalezza il mondo dei suoni e quello delle parole. Qualunque sia l’ambito in cui esercita la propria creatività, lo fa, per usare una suggestione kantiana, con lo sguardo rivolto al cielo stellato e con la consapevolezza di quella legge morale che dovrebbe guidare ogni autentica forma d’arte. Una qualità oggi sempre più rara.
Che cos’è, del resto, la musica se non l’arte del non detto? Essa comincia proprio dove finiscono le parole, in quella regione dell’inesprimibile alla quale tutti, pur con sensibilità diverse, possono accostarsi. Landini può permettersi una critica tanto aspra nei confronti degli analisti musicali proprio perché conosce dall’interno i più diversi campi del sapere: dall’architettura alla pittura, dalle neuroscienze alla filosofia, dalla fisica alla matematica. Il suo sarcasmo non è mai supponente ed esercizio di superiorità intellettuale; è piuttosto un atto d’amore, talvolta travestito da bonario cinismo, verso quell’arte alla quale ha dedicato l’intera esistenza.
La sua polemica prende di mira soprattutto lo strutturalismo che, tra gli anni Sessanta e Settanta, pretende di trasformare l’analisi musicale in un metodo quasi scientifico. Ma sarebbe riduttivo limitarne la portata al solo ambito musicale. La forza della scrittura di Landini consiste proprio nella capacità di oltrepassare continuamente il caso particolare, facendo della musica il paradigma di una riflessione molto più ampia sulla cultura contemporanea. Da semplice lettrice, e non da filosofa, mi viene spontaneo domandarmi se questa fiducia quasi assoluta nelle strutture non rappresenti una delle espressioni più radicali della moderna volontà di ricondurre ogni esperienza entro sistemi perfettamente ordinati e classificabili. È l’antica tentazione dell’uomo di credere che tutto possa essere spiegato, misurato e infine controllato, lasciando sempre meno spazio alla libertà, al mistero e all’imprevedibilità del sentimento. Sono davvero queste le cure da prescrivere a un’arte che Landini definisce flebile, malata, saturnina, malinconica par excellence? Viene quasi da pensare che gli analisti vogliano costringerla a indossare una camicia di forza per contenerne la vitalità, la forza dirompente, la gioia improvvisa o, al contrario, la sua dolorosa malinconia. Nel loro continuo piallare, limare e livellare, rischiano di dimenticare proprio ciò che nella musica è irriducibile a qualsiasi schema. A questa pretesa di dominio Landini sembra contrapporre un atteggiamento che ricorda la sospensione del giudizio di Edmund Husserl: non la rinuncia a comprendere, ma l’umiltà di riconoscere che ogni opera custodisce un nucleo che sfugge inevitabilmente a ogni analisi.
Quando un’opera diventa veramente arte? Quando suscita stupore, come avrebbe voluto Marinetti; quando si manifesta come un organismo vivente, secondo Goethe; quando riesce a stabilire una silenziosa risonanza tra chi crea e chi ascolta. Mi vengono in mente parole come “utente” e “committente”, termini che certamente non piacerebbero a Landini, perché appartengono a quel linguaggio burocratico e impersonale che sembra avere colonizzato anche il mondo dell’arte. E poi il titolo: La logica perversa delle lavatrici. La prima volta ero convinta di aver letto levatrici. L’assonanza mi aveva tratto in inganno. Come avrei potuto associare la musica alle lavatrici? Pensando alla musica immagino un’arte maieutica, capace di far nascere nell’uomo i sentimenti più profondi, di scuoterlo e di restituirgli la coscienza del proprio essere. Invece erano proprio le lavatrici. Ed ecco allora l’intuizione folgorante: la lavatrice è il simbolo di chi pretende di strizzare un’opera, centrifugarla, ridurla ai suoi meccanismi interni fino a privarla del suo respiro vitale.
Particolarmente affascinante è anche il capitolo dedicato al meraviglioso dell’ordito musicale. Ricordo che, quasi mezzo secolo fa, sentivo parlare della musica elettronica e dei suoi suoni allora così insoliti. Oggi esistono perfino corsi universitari di Informatica musicale, spesso frequentati anche da studenti privi di una formazione musicale tradizionale. Non è il mezzo tecnologico a destare perplessità; ogni epoca ha avuto i propri strumenti. La domanda è un’altra: che cosa accade quando la tecnica smette di essere uno strumento e pretende di sostituirsi all’ispirazione? Forse è proprio qui che torna attuale la provocazione di Landini nei confronti della frattura cartesiana tra res cogitans e res extensa. La cultura moderna ha spesso separato ciò che nell’esperienza umana è inseparabile. Anche la medicina, talvolta, studia il corpo come un insieme di organi dimenticando che il dolore fisico è spesso la manifestazione visibile di un dolore più profondo.
Così anche nella musica. Il meraviglioso ordito di un’opera non può essere progettato a tavolino né garantito da una procedura tecnica. Può certamente essere favorito dalla competenza, ma conserva sempre una parte di mistero che sfugge al controllo. Dove la tecnica pretende di sostituire l’ispirazione, resta soltanto l’effetto; dove invece si pone al servizio dell’immaginazione, allora può ancora nascere la musica.
L'autore
- Appartengo al Sud di questa bellissima Italia, antica terra che una volta si chiamava Italia e il cui nome fu dai Romani traslato a tutta la penisola. Vivo a Catanzaro Lido, cittadina posta nel golfo di Squillace. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, quello privato a Vibo Valentia, Liceo Linguistico Pentecoste e poi negli Istituti Statali: Istituto Tecnico per il Turismo a Marina di Gioiosa Ionica e al Liceo Linguistico Enrico Fermi di Catanzaro Lido. Il lavoro, il mio impegno nella Scuola e la famiglia sono stati la Stella polare della mia vita. Mi sono adoprata per la realizzazione di progetti europei come Socrates, Comenius ed ho partecipato a progetti Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della Scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. La lettura occupa molto tempo della mia giornata e se il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli. Mi affascina cogliere il non detto o immergermi tra le metafore delle pagine letterarie per cercare di raccontarle come materia viva del nostro presente, forse per questo leggere del passato mi affascina di più. Scrivo per la rivista letteraria Il Randagio. Collaboro con la la Rivista trimestrale di SCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE SCOLASTICA - Casi e questioni tra diritto e organizzazione - Rivista scientifica ANVUR Euroedizioni Torino.
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