L’incontro tra Gemma Hansson Carbone e la scrittura di Dimitris Dimitriadis non nasce da una scelta occasionale, ma rappresenta il risultato di un lungo percorso di ricerca artistica. Dopo anni di lavoro intorno a Muoio come un paese, uno dei testi più emblematici del grande autore greco, la regista e interprete prosegue oggi la propria esplorazione del suo universo poetico e filosofico con Il Vangelo di Cassandra, presentato nell’ambito del Festival di Atene ed Epidauro e ospitato anche da Fabbrica Europa.
Più che un nuovo allestimento, lo spettacolo costituisce il naturale sviluppo di una ricerca che attraversa l’intera opera di Dimitriadis. Al centro non vi è semplicemente una rilettura del mito classico, ma una riflessione radicale sul potere generativo della parola e sulla possibilità del teatro di creare nuove forme di esperienza.
Nella scrittura di Dimitriadis il linguaggio non è mai uno strumento destinato a descrivere il reale. Al contrario, è la forza che lo genera. Le parole precedono il mondo, lo evocano, lo trasformano. È all’interno di questo orizzonte poetico che prende forma Il Vangelo di Cassandra, un testo che sposta profondamente il significato tradizionale della figura mitologica.
La Cassandra immaginata da Dimitriadis non è più la profetessa tragica condannata a conoscere il futuro senza essere creduta. La sua voce non annuncia ciò che accadrà, ma inaugura ciò che è possibile vivere nel presente. La profezia cessa di essere una maledizione e diventa un atto creativo, una forza capace di aprire nuovi spazi di esistenza.
La protagonista si trasforma così nella voce di un mondo che cerca di rinascere: un mondo in cui il desiderio prende il posto della negazione, gli opposti non si annullano ma convivono e la parola si fa esperienza concreta, corpo vivente, materia condivisa.
È proprio questa visione che Gemma Hansson Carbone porta sulla scena, firmando sia la regia sia l’interpretazione. La sua ricerca si allontana da qualsiasi lettura psicologica o puramente narrativa del testo. La parola non viene recitata né illustrata: attraversa il corpo, lo modifica, ne diventa il respiro e il movimento. Come la stessa artista ha più volte sottolineato, il testo di Dimitriadis non chiede di essere rappresentato, ma incarnato.
Ne nasce una performance che assume la forma di un rito contemporaneo più che di uno spettacolo teatrale tradizionale. Lo spettatore non è chiamato a seguire una storia, bensì a condividere un’esperienza sensoriale e poetica nella quale voce, corpo, luce e spazio costruiscono un’unica partitura.
Questo lavoro si inserisce all’interno della ricerca che Hansson Carbone definisce il “Mondo dell’Adesso” (The World of Now): uno spazio performativo in cui il teatro supera la rappresentazione per diventare un luogo di presenza assoluta, dove interprete e pubblico abitano lo stesso tempo e la stessa esperienza, in una relazione diretta e continuamente trasformativa.
Un ruolo fondamentale nella costruzione di questo universo scenico è affidato al lavoro sulla fisicità. La cura del movimento di Gloria Dorliguzzo sviluppa una vera e propria scrittura del corpo: percorsi circolari, incroci, continui spostamenti di equilibrio e tensione trasformano il gesto in una forma di linguaggio autonoma. Il movimento non accompagna la parola, ma nasce da essa, come se il testo prendesse corpo nello spazio attraverso il respiro e la presenza dell’interprete.
Anche l’ambiente scenico partecipa a questa stessa logica creativa. Le scene e il disegno luci di Alessandro Panzavolta, insieme alla ricerca tecnologica e sonora di Francesco Tedde, danno vita a uno spazio aperto, fatto di riflessi, vibrazioni luminose e risonanze acustiche. Non si tratta di una scenografia che rappresenta un luogo, ma di un ambiente che accoglie e coinvolge spettatori e performer all’interno della medesima esperienza percettiva.
I costumi ideati da Johanna Invrea e Damiano Bagli si inseriscono organicamente in questa architettura scenica, estendendo il corpo verso lo spazio circostante e trasformandolo in una superficie viva di relazione. Ogni elemento visivo contribuisce alla costruzione di un organismo unitario, nel quale luce, voce, materia e movimento dialogano continuamente.
L’universo creato da Il Vangelo di Cassandra non propone una rilettura archeologica del mito, né una sua attualizzazione illustrativa. La figura di Cassandra diventa piuttosto una presenza capace di interrogare il nostro tempo, offrendo una prospettiva in cui il presente non è un punto di arrivo, ma un continuo atto di nascita.
Lo spettacolo invita il pubblico a entrare in un territorio in cui la poesia precede ogni interpretazione razionale e la parola diventa materia generatrice di realtà. L’esperienza teatrale si trasforma così in un processo di attraversamento, dove il significato non viene spiegato ma vissuto.
In questa prospettiva, la voce di Cassandra non torna per ottenere finalmente giustizia o conferma delle proprie profezie. Torna perché possa essere ascoltata. Non come voce del destino, ma come possibilità di immaginare un altro presente, un diverso modo di abitare il mondo.
È forse questa la dimensione più radicale del lavoro di Gemma Hansson Carbone: fare del teatro un luogo in cui la parola poetica non racconta ciò che esiste, ma rende possibile ciò che ancora non ha preso forma. Il Vangelo di Cassandra si configura così come un’esperienza immersiva, capace di mettere in relazione corpo, pensiero e immaginazione, restituendo al pubblico un teatro che non offre risposte, ma apre nuove possibilità di ascolto e di trasformazione.
Crediti
Di e con Gemma Hansson Carbone
Testo Dimitris Dimitriadis
Movement director Gloria Dorliguzzo
Luci e scene Alessandro Panzavolta
Tecnomago Francesco Tedde
Costumi Johanna Invrea e Damiano Bagli
Poeta Michele Montanari
Traduzione italiana Gilda Tentorio
Cura Ilenia Carrone
Organizzazione e promozione Veronica Arietto
Una coproduzione Naprawski e Fondazione Fabbrica Europa
Con il supporto di PARC – Performing Arts Research Centre, Olinda – TeatroLaCucina, Antropotopia, Orthographe, Nerval Teatro, 42zone Hub (Grecia)
In collaborazione con Istituto Italiano di Cultura di Atene.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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