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Medea’s Children: Milo Rau conclude il suo dialogo con la tragedia greca

«Continuiamo a interpretare il rituale attraverso una prospettiva profondamente cristiana. Per i Greci, invece, il rituale non aveva altro scopo che mettere in relazione gli esseri umani.»

In questa riflessione di Milo Rau si condensa la poetica di uno dei più autorevoli protagonisti del teatro europeo contemporaneo. Per il regista, drammaturgo e teorico svizzero, la scena non è il luogo della rappresentazione del reale, ma uno spazio in cui arte, politica, memoria collettiva ed esperienza sociale si incontrano e si interrogano reciprocamente.

Quando, nel 2018, ha assunto la direzione artistica del NTGent, Rau ha presentato il Ghent Manifesto, un decalogo destinato a ridefinire il ruolo del teatro pubblico. Ispirato al Dogme 95 cinematografico, il manifesto propone un teatro radicalmente aperto alla società: prove e ricerca condotte in pubblico, coinvolgimento di interpreti non professionisti, azioni che escono dagli edifici teatrali, pratica del plurilinguismo e uso dei classici come materia viva da reinventare, anziché da riprodurre fedelmente. Al centro del progetto vi è un’affermazione che da allora attraversa tutta la sua opera: «Non rappresenteremo più il mondo. Lo cambieremo». Il teatro diventa così uno spazio di incontro e trasformazione, prima ancora che di rappresentazione.

Presentato al Festival di Atene ed Epidauro, Medea’s Children costituisce l’approdo finale del lungo confronto di Rau con la tragedia greca. Lo hanno preceduto Orestes in Mosul (2019), che trasferiva l’Orestea di Eschilo nella Mosul devastata dalla guerra, e Antigone in the Amazon (2023), dove il dramma sofocleo si intrecciava alle lotte delle popolazioni indigene e del Movimento dei Lavoratori Senza Terra (MST) contro la distruzione dell’Amazzonia e la violenza dell’estrattivismo.

Con Medea’s Children prende forma una trilogia ideale che utilizza tre capolavori della tragedia antica per interrogare alcune delle grandi ferite del XXI secolo: la guerra, l’ingiustizia sociale, la crisi ecologica e, infine, la violenza che si annida all’interno della famiglia.

Lo spettacolo nasce da un fatto di cronaca che ha sconvolto il Belgio: una madre ha ucciso i suoi cinque figli prima di tentare il suicidio. Questo evento viene intrecciato al mito euripideo di Medea non per riproporre il dramma classico, ma per esplorare il modo in cui guardiamo la violenza e comprendere come il teatro possa trasformare un fatto reale in un’esperienza condivisa.

La vicenda inizia quando il delitto è già avvenuto. In scena, l’attore Peter Seynaeve dialoga con un gruppo di giovani interpreti sui temi del teatro, della famiglia, dell’amore, della gelosia, del trauma e della morte. Là dove la tragedia antica relegava i figli di Medea fuori dalla scena, Rau li porta al centro dell’azione. I bambini non sono più presenze mute e invisibili: prendono la parola, raccontano, interrogano gli adulti e diventano essi stessi i custodi della memoria e della narrazione.

Attraverso l’impiego di telecamere dal vivo, grandi proiezioni e sequenze preregistrate, lo spettacolo si configura come un laboratorio della rappresentazione. Rau insiste sulla differenza sostanziale tra immaginare la violenza e assistervi. La scena diventa così il luogo in cui vengono messi alla prova i limiti dello sguardo, della responsabilità e della memoria collettiva, senza mai indulgere né nel sensazionalismo né nella condanna morale.

Delicato e implacabile al tempo stesso, Medea’s Children rifiuta ogni semplificazione. Medea non appare né come un mostro né come una vittima, ma come una figura irriducibile a qualsiasi interpretazione univoca. Ciò che interessa davvero a Rau non è mettere in scena l’orrore, bensì interrogare la possibilità che il teatro torni a essere una forma di rituale civile: uno spazio condiviso in cui una comunità possa confrontarsi con il trauma, attraversare le proprie contraddizioni e immaginare nuove forme di convivenza.

Scheda dello spettacolo

Medea’s Children

Ideazione e regia: Milo Rau
Drammaturgia: Kaatje De Geest
Scene: ruimtevaarders (Karolien De Schepper, Christophe Engels)
Oggetti di scena: Joris Soenen
Costumi: Jo De Visscher
Luci: Dennis Diels
Video design: Moritz von Dungern
Sound design: Elia Rediger
Produzione: NTGent
Durata: 90 minuti
Lingua: olandese con sopratitoli in greco

Festival di Atene ed Epidauro
Pireos 260 (Spazio D)
4 e 5 luglio 2026, ore 20.30

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.