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A TRIAL: la democrazia sotto accusa

La foto di copertina è di Christiane Jatahy

Presentato negli spazi di Pireos 260 nell’ambito del Festival di Atene ed Epidauro, A TRIAL, di Christiane Jatahy, reinventa Un nemico del popolo di Henrik Ibsen come un processo partecipato, nel quale il pubblico è chiamato a misurarsi con il rapporto tra verità, responsabilità e crisi della democrazia.

Ci sono spettacoli che raccontano una storia e altri che trasformano lo spettatore in parte integrante dell’azione. A TRIAL, di Christiane Jatahy, ispirato a Un nemico del popolo di Henrik Ibsen, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è una semplice rilettura scenica del classico ibseniano, ma una complessa esperienza estetica e politica nella quale teatro, cinema e dibattito pubblico convivono in un continuo processo di ricerca della verità.

La regista brasiliana, tra le figure più autorevoli del teatro contemporaneo, torna a confrontarsi con un’opera che continua a dialogare con ogni epoca. Ibsen poneva al centro della vicenda un uomo deciso a rendere pubblica una verità scomoda, entrando in conflitto non solo con il potere politico, ma anche con una società che preferisce la rassicurante sicurezza del silenzio al rischio di mettere in discussione l’ordine costituito. Christiane Jatahy trasferisce questa riflessione nel presente, in un mondo nel quale la verità è costantemente contestata, l’informazione si trasforma in terreno di scontro e l’opinione pubblica assume un potere quasi giudiziario.

Ciò che rende A TRIAL un’esperienza davvero originale è il fatto che l’idea stessa del «processo» non rimane confinata alla finzione teatrale. Lo spettacolo si struttura come una vera procedura giudiziaria, nella quale il pubblico non assiste passivamente agli eventi, ma è chiamato a prendervi parte. Undici spettatori vengono scelti per formare la giuria, assumendo un ruolo destinato a modificare in modo sostanziale la dinamica della rappresentazione. Non si tratta di un semplice espediente interattivo, ma di una precisa scelta drammaturgica che rafforza il senso di responsabilità individuale e collettiva. Il confronto cessa di appartenere esclusivamente agli attori e si estende alla platea, coinvolgendola direttamente.

Jatahy non cerca risposte facili né orienta lo spettatore verso una determinata posizione morale. Al contrario, costruisce uno spazio abitato dal dubbio. Quanto sono realmente obiettive le nostre decisioni? Quanto incidono su di esse la retorica, l’emozione o la forza delle immagini? In quale momento il processo democratico tutela la verità e quando, invece, finisce per comprometterla? Sono interrogativi che attraversano l’intero spettacolo senza mai assumere un tono didascalico.

Al centro di questa complessa costruzione scenica si impone la presenza di Wagner Moura, autore di un’interpretazione di straordinaria intensità, capace di mantenere viva la tensione dall’inizio alla fine. Il suo lavoro è misurato, profondo e sorretto da una rara economia espressiva. L’attore non cerca mai di trasformare il protagonista in un eroe o in un martire della verità; al contrario, ne mette in luce tutte le contraddizioni. È un uomo che crede fermamente nelle proprie convinzioni, ma che rimane vulnerabile, impulsivo e profondamente umano.

La sua presenza scenica è magnetica. Moura riesce a mantenere costantemente viva l’attenzione del pubblico, instaurando con gli spettatori una relazione così diretta da far percepire il processo come un evento che si sta realmente svolgendo davanti ai loro occhi. È una prova attoriale di altissimo livello, una di quelle che ricordano come il palcoscenico continui a essere il banco di prova più esigente per un interprete.

La regia di Christiane Jatahy conferma ancora una volta la cifra stilistica che l’ha resa una delle figure più originali della scena internazionale: il dialogo organico tra teatro e cinema. L’impiego della videocamera dal vivo, delle proiezioni e delle immagini filmate non rappresenta un semplice espediente tecnologico destinato a stupire il pubblico, ma costituisce un elemento essenziale della drammaturgia. L’immagine acquisisce lo stesso peso della presenza scenica, rivelando dettagli, espressioni e reazioni che altrimenti sfuggirebbero allo sguardo.

Lo spettatore è così chiamato a interrogarsi non soltanto su ciò che accade, ma anche sul modo in cui viene costruita la rappresentazione della verità. In un’epoca in cui la nostra percezione della realtà è sempre più mediata dagli schermi, questa scelta assume un evidente valore politico.

Il maggiore punto di forza dello spettacolo risiede proprio nella continua integrazione tra linguaggio teatrale e linguaggio cinematografico. I due mezzi non entrano mai in competizione, ma si completano reciprocamente, dando vita a un’esperienza stratificata e coinvolgente, senza che venga meno l’energia irripetibile della rappresentazione dal vivo.

Esiste tuttavia un elemento che, a tratti, attenua l’efficacia dell’insieme. La continua alternanza tra l’azione scenica e la lettura dei soprattitoli costringe inevitabilmente lo spettatore a spostare lo sguardo, facendo perdere alcuni momenti di spontaneità e interrompendo, seppur temporaneamente, quel senso di partecipazione continua che costituisce uno dei maggiori punti di forza dello spettacolo. Non si tratta di un limite sostanziale, ma probabilmente dell’unico aspetto che riduce, sia pure marginalmente, la forza di una messinscena altrimenti costruita con grande rigore.

Al di là della sua notevole qualità estetica, A TRIAL si distingue soprattutto per la sua dimensione politica. Jatahy non utilizza Un nemico del popolo soltanto per rileggere Ibsen o per affrontare il tema di uno scandalo ambientale. Il suo sguardo si concentra sulla crisi della democrazia contemporanea, sulla crescente sfiducia nei confronti della scienza, sulla diffusione della disinformazione e sulla rapidità con cui l’opinione pubblica può trasformarsi in un meccanismo di assoluzione o di condanna.

La domanda fondamentale non è più chi abbia ragione, ma chi possieda il potere di stabilire i criteri attraverso cui la verità viene definita.

Il risultato più significativo di A TRIAL si concentra nel finale. Il verdetto pronunciato dalla giuria non costituisce il vero fulcro dell’esperienza. Ciò che rimane impresso è il percorso che conduce a quella decisione: il processo attraverso il quale gli spettatori sono chiamati a prendere posizione, ad ascoltare argomentazioni contrapposte, a confrontarsi con punti di vista divergenti e, soprattutto, ad assumersi la responsabilità del proprio giudizio.

La democrazia emerge così non come un sistema acquisito una volta per tutte, ma come una pratica fragile, continuamente esposta al rischio della manipolazione e dell’inerzia, che può sopravvivere soltanto grazie all’esercizio costante del senso critico e della partecipazione.

Con A TRIAL, Christiane Jatahy conferma il proprio posto tra le voci più autorevoli del teatro politico contemporaneo. Attraverso un classico della drammaturgia moderna riesce a parlare con lucidità del presente, evitando tanto la facile allegoria quanto il didascalismo. La forza della sua regia risiede proprio nella capacità di trasformare il palcoscenico in uno spazio di confronto civile, dove il teatro non offre risposte ma costruisce domande.

Determinante è la presenza di Wagner Moura, protagonista di un’interpretazione di rara intensità, capace di sostenere l’intero impianto drammaturgico con autorevolezza e misura. La sua prova non si esaurisce nella qualità dell’esecuzione attoriale, ma diventa il punto di equilibrio tra il dispositivo teatrale e il coinvolgimento emotivo del pubblico.

Alla fine dello spettacolo non si esce con una certezza in più, ma con una serie di interrogativi che continuano ad accompagnare lo spettatore ben oltre la chiusura del sipario. Ed è probabilmente questo il risultato più importante raggiunto da Jatahy.

In un tempo nel quale tutti sembrano rivendicare il monopolio della verità, la regista brasiliana sceglie invece di difendere qualcosa di molto più difficile e prezioso: il diritto al dubbio. Ed è proprio questa la qualità che rende A TRIAL uno degli spettacoli più significativi della scena teatrale contemporanea.

 

Crediti

Ideazione e regia: Christiane Jatahy
Testo: Christiane Jatahy, Wagner Moura, Lucas Paraízo
Interpreti: Julia Bernat, Danilo Grangheia, Wagner Moura
Nel film: Jonas Bloch, Marjorie Estiano, Salvador Moura, Antônio Falcão, José Moura, Henry Soares, Paes Leme
Con la partecipazione di: Tatiana Henrique
Scene e luci: Thomas Walgrave
Video: Julio Parente, Diego Avila
Costumi: Marina Franco, Laysa Dias
Direzione della fotografia: Paulo Camacho
Progetto sonoro: Pedro Vituri, Cristiano Caldeira, Diogo Magalhães
Direzione tecnica: Mickaël Marchadier
Make-up: Vini Kilesse
Testimonianze: Elisangela de Araujo Aurelio, Graça Maria, Rodrigo Silva
Consulenza legale: Julia Sandroni
Ricerca sul campo: Bruno Peretti
Consulenza tossicologica: Christophe Durewski
Realizzazione modellini: Lilliput Miniaturas & Maquetes
Fotografie: Caio Lirio
Ufficio stampa: Factoria Comunicação, Vanessa Cardoso, Daniella Cavalcanti
Assistenti di produzione: Ana Beatriz Figueras, Joana D’Aguiar
Produzione e distribuzione: Henrique Mariano
Direzione artistica: Lison Bellanger, Charlotte Pesle Beal (EPOC Productions)

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.