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Franco Baresi. Un’irripetibile storia d’amore

Nella contemporaneità lo sport è il regno dell’epica.

Siamo reduci da un campionato del mondo nel quale fino a un certo punto è sembrato che la contesa fosse riservata a un manipolo di semidei o eroi degni dell’Iliade: Messi, Mbappé, Haaland hanno segnato gol con ritmi da capogiro, abbattendo un record dietro l’altro. Erano come novelli Ettore, Achille, Agamennone, rispetto a cui tutti gli altri non apparivano che comprimari.

Eppure l’epica nello sport non sta nelle cifre. Non sta nelle statistiche e nei record, nelle pagelle e nelle classifiche all time, nei titoli vinti e nei premi individuali. Questi dicono qualcosa, magari molto, ma non tutto: non possono spiegare ad esempio il fenomeno per cui gesta tecniche e atletiche si traducono in emozioni, che dal campo di gioco e dagli spalti arrivano fino al telespettatore più remoto, facendolo urlare di gioia o di sofferenza. Non sono in grado di farci capire come accada che un gesto che dura un battito di ciglia venga sottratto alla sua estemporaneità, per imprimersi nell’immaginario collettivo fin dal primo replay e diventare storia o, se preferite, leggenda. Non sanno spiegare perché un singolo individuo sia in grado di suscitare un amore assoluto in una folla di 80.000 persone, che grida il suo nome all’unisono, identificandosi totalmente in lui, allo stesso modo in cui lui si identifica in quella folla, come se fossero una cosa sola, come se vibrassero dello stesso sentimento. Perché ogni volta che su uno schermo scorrono le immagini del giro di campo di Franco Baresi, nella sua partita d’addio, con gli occhi inondati di lacrime di fronte al suo popolo, si capisce che questa è l’essenza autentica del calcio.

Quasi trent’anni dopo quel giorno, l’Italia ha perso l’eroe più grande della sua storia calcistica. Non il calciatore più forte, non quello che ha vinto di più: la sua bacheca era piena di trofei, ma per sempre priva del Pallone d’Oro, che come nessun altro avrebbe meritato. Nella sua carriera Franco Baresi ha segnato una trentina di gol in circa 800 partite ufficiali tra club e nazionale, e mai una rete in un mondiale, eppure… Eppure oggi è pianto da tutti coloro che amano il calcio, almeno da tutti coloro che hanno l’età per averlo visto giocare.

Le ragioni di questo amore sono semplicissime, anche se appaiono lontane, troppo, dal calcio attuale, ormai (quasi) definitivamente corrotto dal dio denaro. Per vent’anni Franco Baresi ha vestito sempre la stessa maglia e gli stessi colori, rossoneri, nella polvere della serie B come sugli altari della Coppa dei Campioni. Non è stato semplicemente, come si dice spesso, una bandiera: ciascuna squadra (o quasi) ha le proprie; ma Franco Baresi è stato unico perché è rimasto al Milan quando qualsiasi altra squadra, a partire dalla dominante Juventus degli anni Ottanta, lo avrebbe voluto, quando il blasone rossonero sembrava destinato a un’inarrestabile decadenza, quando nessuno poteva immaginare la teoria di scudetti e trofei internazionali, che sarebbero arrivati dopo due cadute rovinose in serie B, diverse mediocri stagioni in serie A e il rischio concreto del fallimento. Questo faceva di lui il Capitano: era il comandante che non aveva abbandonato la nave quando stava affondando. Anzi, aveva tenuto il timone: come se in cuor suo sapesse che prima o poi sarebbero arrivate le giornate del nostro riscatto.

La sua fedeltà al Milan era una cosa sola con la sua personalità, che congiungeva mitezza e austerità in un modo difficilmente replicabile. C’era qualcosa di profondamente dolce nello sguardo di Franco Baresi, quasi una nota di malinconia, specie quando era fuori dal campo. Il viso scavato, gli occhi, il sorriso, la voce trasmettevano timidezza e umiltà, con un tocco di ironia appena accennata, quasi sussurrata. Dall’insieme della sua persona promanava un’eleganza che aveva la grazia della spontaneità. Questa eleganza era ciò che più accomunava l’uomo Baresi al calciatore, dotato di una classe sopraffina: quando usciva palla al piede, a testa alta, si rimaneva folgorati dal suo incedere regale. Ma in campo era, soprattutto, un guerriero. Quell’uomo così mite diventava un baluardo insormontabile a guardia della sua porta: «il gran Baresio / di punte velleitarie atterratore», l’ha definito Michele Mari (Atleide, in Dalla cripta). Con lui però la difesa si rovesciava subito in attacco. Chirurgico negli interventi in scivolata, spietato nello sradicare la palla dai piedi degli avversari, era in grado di rilanciarla immediatamente, trovando con staffilate precisissime l’attaccante di turno, o di proiettarsi in avanti con guizzi improvvisi, dettando il passaggio di ritorno ai compagni e seminando scompiglio nelle difese avversarie.

Sul terreno di gioco Baresi tirava fuori un carisma che nessuno avrebbe sospettato: si arrabbiava, urlava, si faceva sentire, con i calciatori dell’altra squadra, ma soprattutto con i suoi compagni. Era un leader autentico, e tutti ricordano il suo braccio alzato a dettare il fuorigioco alla formidabile linea di difesa del Milan di Sacchi e di Capello, che faceva scattare quasi in automatico anche la bandierina del guardalinee. Era un campione di stoicismo che giocava in tutte le condizioni: con il braccio al collo, con la testa fasciata, con un ginocchio operato di fresco, come accadde durante i mondiali americani del 1994, quando ritornò poco più di venti giorni dopo un tremendo infortunio per disputare la finale contro il Brasile. Fece una partita memorabile, ma sbagliò il primo rigore e tutti ricordano il suo umanissimo sciogliersi in pianto, consolato da Arrigo Sacchi in insolite vesti paterne.

Se ci si pensa, appena un soffio, o meglio due hanno diviso Franco Baresi da un’impresa leggendaria, quella di vincere tre mondiali, come nella storia è successo solo a Pelé: perché dopo avere conquistato, senza giocare, il mondiale del 1982, lui e la Nazionale italiana avrebbero meritato senza ombra di dubbio di vincere quello del 1990, sfuggito per una partita disgraziata conclusa da una ancora più disgraziata serie di rigori (nella semifinale contro l’Argentina), e non avrebbero demeritato vincendo appunto quello del 1994, quando un altro fuoriclasse dal sorriso triste, Roberto Baggio, inanellò una serie di prestazioni monstre, prima di calciare alto, anche lui, il pallone del suo rigore. Ma le brucianti sconfitte fanno parte della storia di tutti i grandissimi campioni. Sembrano anzi un elemento fondamentale della loro grandezza. Così come ci sono sempre episodi curiosi, strane coincidenze disseminate nella vita e nella carriera di certi personaggi. Si è ricordato tante volte che lui, interista, venne scartato dall’Inter, finendo per diventare il simbolo del Milan: non ho mai capito se fosse leggenda o verità la combinazione chiastica per cui il fratello Beppe, che era stato scelto dall’Inter, sarebbe stato di fede milanista. Colpisce poi pensare a quel mondiale dell’82, al quale Franco venne convocato dopo una stagione disastrosa per lui, vittima di una malattia del sangue, e per il Milan, retrocesso in B: lo vinse appunto senza mai scendere in campo, perché davanti aveva ancora Scirea. Incredibile, al contrario, la stagione del ’94, conclusa con l’amaro epilogo di Pasadena. Quell’anno il Milan vinse il terzo scudetto di fila, grazie a una difesa, la sua difesa, divenuta sostanzialmente impenetrabile: appena 15 gol subiti in 34 partite, tanto che la squadra poté permettersi di segnare solo 36 reti in tutto il campionato. Quel Milan vinse anche la Champions League con una finale rimasta nella storia: 4-0 al Barcellona di Johann Cruijff, schiantato di netto. Ma Baresi ad Atene non c’era, perché squalificato. Così non vinse la finale che giocò, quella del mondiale, dopo il prodigioso ritorno dall’infortunio, e vinse la Coppa dei Campioni senza giocare la finale.

Franchino Baresi, nato a Travagliato, paese della campagna bresciana, lambito oggi dall’autostrada Bre-Be-Mi (che quasi ricorda il mitico Gre-No-Li del Milan di Rocco), era un uomo semplice, figlio di un agricoltore: era rimasto orfano di entrambi i genitori da ragazzino e aveva tirato i primi calci nella squadra dell’oratorio. Non so se avesse studiato, ma era un personaggio destinato alla letteratura. Gli ho stretto la mano due volte in vita mia: una alla Fondazione Feltrinelli, dove si presentava il suo libro Libero di sognare; l’altra nientemeno che al Circolo Filologico Milanese, dove un mio collega, Stefano Simonetta, presentava con lui un libro che è quasi l’autobiografia di un tifoso innamorato, Da bambino ho visto un UFO. Franco Baresi, Milano e io. In entrambi i casi ero con mio figlio, bonariamente costretto a una sorta di visitazione laica, di incontro altamente pedagogico con il Maestro. La prima volta sono riuscito a mormorargli a malapena qualcosa: «Sei una leggenda per me». Reagì con il sorriso di chi ti offre il suo sostegno. Nella foto che un amico mi ha scattato nell’occasione si vede che siamo alti uguali: la cosa fu per me una rivelazione scioccante.

Se avessi avuto la forza di parlargli e lui il tempo di ascoltare, gli avrei detto qualcosa dei due ricordi più intensi che conservo di lui. Il primo fu quando lo vidi a sette anni, quell’estate memorabile dell’82, quando dopo il mondiale Baresi raggiunse il Milan in ritiro a Pinzolo, dove mi trovavo in vacanza con i miei nonni. Aveva ventidue anni, ma mio nonno ne parlava con il rispetto riservato già a un grande campione. Lo vidi giocare su un campo che non aveva spalti, il 1° agosto del 1982, in un Milan Pinzolo 8 a 0 che mi riempì di gioia come se la mia squadra avesse vinto lo scudetto. Il secondo è di un’altra estate, quella del 1995, quando a fine agosto il Milan giocava la prima partita di campionato a Padova. Avrei dovuto studiare per un esame, ma il mio migliore amico mi convinse ad andare a vedere la partita, facendo leva sul fatto che il Padova è la mia seconda squadra del cuore, perché era quella per cui batteva il cuore proprio di mio nonno. Partimmo come si faceva allora, senza biglietti. Arrivati allo stadio Euganeo, che allora era senza una curva (ce l’ha solo dall’ultima stagione) riuscimmo ad arraffare due biglietti ai bagarini, spendendo tutti i soldi che avevamo con noi. Al 44’, con le due squadre sull’1 a 1, dalla curva dei tifosi ospiti vedemmo Baresi involarsi sulla tre quarti del Padova e, grazie a una perfetta triangolazione con Weah, segnare un gol. Fu il suo ultimo in serie A. Tornammo a casa senza voce e con la benzina che bastava appena per arrivare a Brescia.

Da quello che ho scritto si capisce forse solo una cosa nitidamente: soffro di una patologia. Molte persone non la capiscono. Ancora adesso, quando si giocano alcune partite, c’è chi preferisce uscire di casa. Non me ne vergogno più di tanto. Il tifo è un fenomeno misterioso che si attiva solo in certi individui. Nella sua forma più pura ha a che fare relativamente con i risultati. Mi sorprende sempre l’ostinazione degli interisti nel ricordare a noi milanisti le nostre discese agli inferi. Per me non diminuiscono ma aumentano la nostra grandezza. Se è così, è perché c’è stato Baresi. La sua storia rappresenta qualcosa che un tifoso del Milan porta dentro di sé come una certezza incrollabile, in grado di rendere sopportabile qualsiasi disastro calcistico: è come il numero 6, che nessun calciatore del Milan, dopo di lui, ha più potuto indossare e che è divenuto un contrassegno di immortalità. Franco è legato a quel numero per sempre, anche per un’amara ironia del destino: lui, nato nel 1960, è morto a 66 anni. Si sa che il 6 è il numero petrarchesco per eccellenza, il doppio 6 ancora di più. Petrarca raccontava di avere incontrato Laura il 6 aprile 1327 e che lei fosse morta il 6 aprile del 1348, e il Canzoniere è composto, non a caso, da 366 testi. Mi piace pensare che Franco Baresi abbia scritto anche lui il racconto di un’irripetibile storia d’amore.

gabriele.baldassari@unimi.it

 

 

 

L'autore

Gabriele Baldassari
Gabriele Baldassari
Docente di Letteratura italiana e ora di Filologia italiana all’Università degli Studi di Milano, Gabriele Baldassari ha pubblicato studi e edizioni che privilegiano la poesia lirica italiana dalle Origini fino al primo Cinquecento (con particolare attenzione per Petrarca, Boiardo e l’ambiente estense), ma giungono fino a Parini e Manzoni. Ha lavorato a lungo in ambito editoriale ed è segretario di un circolo del Partito Democratico.