In primo piano · Interventi

Carlo Bini. Lo scrittore romantico che diede voce al Risorgimento democratico

Fra le personalità meno convenzionali del primo Risorgimento italiano, Carlo Bini (Livorno, 1º dicembre 1806 – Carrara, 12 novembre 1842) occupa un posto di assoluto rilievo. Scrittore, patriota, giornalista e pensatore politico, fu uno dei maggiori interpreti del romanticismo democratico italiano, capace di fondere riflessione filosofica, autobiografia, satira, narrativa e impegno civile in una prosa di straordinaria modernità. La morte prematura spezzò un percorso intellettuale che molti contemporanei ritenevano destinato a occupare una posizione centrale nella letteratura italiana dell’Ottocento.

Nacque a Livorno da Giulio, commerciante originario della Lunigiana, e Violante Milanesi; da ragazzo frequentò il collegio dei Barnabiti di San Sebastiano, dove ricevette una solida formazione classica e strinse amicizie destinate a segnare tutta la sua vita. Fra queste la più importante fu quella con Francesco Domenico Guerrazzi, nato appena due anni prima, con il quale condivise fin dall’adolescenza la passione per la letteratura, la lettura dei classici, l’ammirazione per Byron e il crescente interesse per gli ideali liberali. Quella fra Bini e Guerrazzi fu una delle amicizie intellettuali più intense del Risorgimento toscano: due temperamenti diversissimi — più impetuoso e oratorio Guerrazzi, più riflessivo e ironico Bini — accomunati dalla convinzione che la letteratura dovesse diventare uno strumento di rigenerazione morale e politica del Paese.

Le difficoltà economiche della famiglia gli impedirono di proseguire regolarmente gli studi universitari; fu costretto ad aiutare il padre nel commercio dei cereali, continuò però a formarsi da autodidatta, leggendo instancabilmente filosofia, storia, letteratura inglese e francese. Questa formazione libera e non accademica contribuì a sviluppare quello stile anticonvenzionale che caratterizzerà tutta la sua produzione, lontana tanto dal classicismo accademico quanto dalla retorica patriottica allora dominante. Fra il 1828 e il 1829 partecipò, insieme a Guerrazzi, alla fondazione ed alla distribuzione de L’Indicatore livornese, periodico politico-letterario destinato a diventare uno dei principali organi del liberalismo democratico toscano: il giornale proponeva una letteratura impegnata, aperta alle esperienze europee e strettamente connessa alla formazione civile dei lettori, contrapponendosi alla cultura moderata rappresentata dall’«Antologia» di Vieusseux. La sua soppressione da parte delle autorità granducali, dopo appena quarantotto numeri, segnò uno dei primi episodi della repressione politica contro il movimento democratico toscano. Nel 1830 Bini conobbe Giuseppe Mazzini, con il quale instaurò un rapporto di profonda stima reciproca. Pur non essendo un organizzatore politico nel senso stretto del termine, aderì agli ideali della Giovine Italia e contribuì alla loro diffusione in Toscana. Nel settembre del 1833 fu arrestato come sospetto cospiratore e rinchiuso per circa tre mesi nel Forte della Stella di Portoferraio, all’isola d’Elba (l’esperienza del carcere si rivelò decisiva per la sua maturazione intellettuale).

Proprio durante la detenzione nacquero le sue opere più importanti: Il Forte della Stella e soprattutto il Manoscritto di un prigioniero, considerato oggi il suo capolavoro. Lontano dal tradizionale memoriale politico, il libro si presenta come un’opera difficilmente classificabile, nella quale convivono autobiografia, romanzo filosofico, diario, dialogo, riflessione politica e meditazione esistenziale. L’influenza di Laurence Sterne, di Lord Byron e della narrativa europea moderna si intreccia con una voce assolutamente originale, caratterizzata da un continuo alternarsi di ironia e malinconia, di slanci ideali e disincanto. Treccani lo definisce infatti una delle espressioni più significative del romanticismo italiano, sospesa fra sentimentalismo, paradosso filosofico e polemica sociale. Accanto all’impegno politico, una parte fondamentale della sua produzione è rappresentata dalle Lettere all’Adele, dedicate ad Adele Perfetti Witts, la donna di cui si innamorò profondamente (la morte prematura della giovane, avvenuta nel 1838, provocò nello scrittore una crisi personale dalla quale non si sarebbe mai completamente ripreso). Le lettere costituiscono una delle testimonianze più intense della prosa sentimentale italiana dell’Ottocento e mostrano una scrittura sorprendentemente moderna, nella quale l’analisi psicologica prevale spesso sulla narrazione degli eventi. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò prevalentemente alla traduzione, studiando e facendo conoscere autori come il sopracitato Byron e Sterne, il cui gusto per la digressione, l’ironia e l’introspezione lasciò un’impronta profonda anche sul suo stile. Dopo l’esperienza politica i rapporti con Guerrazzi si raffreddarono progressivamente, mentre si rafforzò il legame con Mazzini, che ne apprezzava soprattutto la profonda integrità morale.

Consapevole della fragilità della propria salute, nel 1842 intraprese un viaggio verso Carrara; ma qui vi morì improvvisamente, a soli trentacinque anni. La sua scomparsa suscitò vasta commozione negli ambienti democratici italiani e l’anno successivo vennero pubblicati gli Scritti editi e postumi, preceduti dalla celebre introduzione Ai giovani, redatta da Giuseppe Mazzini, che vide in Bini l’esempio di una coscienza morale capace di parlare alle nuove generazioni. L’edizione raccolse la sottoscrizione di numerose figure eminenti della cultura italiana, fra cui Alessandro Manzoni, Vincenzo Gioberti, Terenzio Mamiani e Massimo d’Azeglio, segno della considerazione di cui godeva lo scrittore già pochi mesi dopo la morte. La fortuna critica di Carlo Bini fu tuttavia irregolare: per lungo tempo la sua figura rimase oscurata dall’ingombrante personalità di Guerrazzi e dal carattere frammentario della sua opera e soltanto nel secondo Novecento gli studi hanno progressivamente restituito il valore della sua scrittura, riconoscendogli un ruolo fondamentale nella nascita della prosa moderna italiana e del pensiero democratico risorgimentale.

Negli ultimi decenni la figura di Carlo Bini è stata al centro di una significativa rivalutazione critica e filologica. Un ruolo fondamentale ha avuto la monumentale edizione Carlo Bini. Tutti gli scritti (Casa Editrice Erasmo – Fondazione Livorno), curata da Roberto Antonini, Patrizia Cascinelli e Roberto Goracci, che ha restituito agli studiosi l’intera produzione dell’autore, comprendendo testi editi, inediti e autografi superstiti. A questa si sono affiancati importanti studi monografici, tra cui Carlo Bini. Una poetica dell’umorismo di Laura Diafani (Società Editrice Fiorentina), che approfondisce il rapporto tra ironia, tensione etica e impegno civile, e il volume collettaneo Carlo Bini. Un livornese europeo (Edizioni ETS), volto a evidenziare i legami dello scrittore con il Romanticismo europeo e a superarne una lettura esclusivamente locale. Parallelamente, nuove edizioni del Manoscritto di un prigioniero, come quelle curate da Gino Tellini per Sellerio e da Quodlibet, hanno ulteriormente valorizzato quest’opera, interpretandola come uno dei testi più originali del primo Ottocento italiano per la sua struttura sperimentale, l’ibridismo dei generi e la straordinaria modernità della riflessione civile e letteraria. A Livorno la memoria dello scrittore è rimasta sempre viva; di fatto la città gli dedicò una via già nel 1865, ed una targa commemorativa, posta nel centro storico, segnala il luogo della sua casa natale. Le sue spoglie riposano nel Famedio del Santuario di Montenero, accanto alle maggiori personalità della storia labronica, mentre la sua opera continua a rappresentare una delle testimonianze più alte dell’intreccio fra letteratura, libertà e coscienza civile che caratterizzò il Risorgimento italiano.

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.