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Rileggere Penelope

Fondato ad Atene da Karolos Koun nel 1942, durante l’occupazione tedesca, il Teatro d’Arte Karolos Koun (Theatro Technis) è una delle istituzioni più importanti della scena teatrale greca moderna. Fin dalle sue origini ha promosso i nuovi autori greci, il dialogo con i grandi classici e con gli autori contemporanei internazionali, nonché una lettura viva del dramma antico. Dal settembre 2014 la direzione artistica è affidata a Marianna Kalbari, regista, drammaturga, attrice e docente, formatasi presso la Scuola del Teatro d’Arte e l’Università della Sorbona. Nel suo lavoro la tradizione teatrale greca dialoga con i linguaggi della scena contemporanea e con le questioni politiche e sociali del presente. È in questa prospettiva che si colloca «Le Penelopi e Le Penelopiadi – The Loom».

«Le Penelopi e Le Penelopiadi – The Loom»: là dove le donne ritessono il mito

Ci sono spettacoli che tornano ai miti antichi per raccontarli di nuovo e altri che li mettono in discussione, cercando le voci che ne sono state escluse. La nuova proposta scenica di Marianna Kalbari, «Le Penelopi e Le Penelopiadi – The Loom», appartiene decisamente alla seconda categoria. Non intende raccontare il ritorno di Odisseo. Sceglie di restare a Itaca, accanto a Penelope e alle donne che il racconto epico ha relegato ai margini. Lo spettacolo dialoga con l’Odissea, ma anche con la sua riscrittura letteraria contemporanea, trasformando il telaio in un luogo di memoria, musica e resistenza.

Il titolo dello spettacolo è già, di per sé, una dichiarazione d’intenti. Le «Penelopi» rinviano alla celebre figura omerica e, al tempo stesso, alle molteplici incarnazioni femminili che il mito può assumere. «Le Penelepoliadi» richiamano invece quasi inevitabilmente il libro The Penelopiad di Margaret Atwood. In quest’opera la scrittrice canadese decostruisce il racconto eroico dell’Odissea, dando voce non soltanto a Penelope, ma anche alle dodici ancelle messe a morte dopo il ritorno di Odisseo. Penelope cessa di essere l’eterno simbolo della pazienza e diventa narratrice della propria storia, mentre le donne «silenziose» dell’epos rivendicano finalmente giustizia. In questo contesto, il plurale assume un significato particolare: non esiste una sola Penelope, ma molte. Tutte le donne che, nel corso dei secoli, sono state chiamate ad aspettare, a tacere o a sopravvivere in un mondo scritto dagli uomini.

Al centro della proposta scenica si trova il telaio. Non è un oggetto decorativo, né un semplice riferimento al mito omerico. Diventa strumento musicale, dispositivo per la produzione del suono, asse scenico e, soprattutto, simbolo della narrazione stessa. Come Penelope tesseva di giorno e disfaceva di notte il sudario funebre di Laerte, padre di Odisseo, così lo spettacolo sembra tessere e disfare incessantemente lo stesso poema epico, alla ricerca dei suoi fili perduti. La tessitura cessa di essere un lavoro domestico e si trasforma in un atto creativo e poli-tico.

Questo simbolismo costituisce forse l’intuizione più potente dello spettacolo. Nell’Odissea, il sudario di Laerte funziona come un ingegnoso espediente per prendere tempo di fronte ai Proci. Nello spettacolo, tuttavia, acquista una nuova dimensione. Diventa metafora della storia stessa: un tessuto che può essere disfatto e ritessuto da prospettive differenti. È proprio qui che si incontrano Omero, Atwood e Kalbari. La prima tessitura era l’espediente di Penelope. La seconda era la riscrittura letteraria di Atwood. La terza si compie sulla scena, dove il tessuto diventa musica, corpo e memoria collettiva.

La natura multimediale dello spettacolo è al servizio di questa poetica. Musica dal vivo, danza, acrobatica e uso visivo dell’abito e del tessuto convivono senza ridursi a semplici effetti spettacolari. Al contrario, danno forma a un rito nel quale ciascun linguaggio artistico racconta un filo diverso della stessa storia. La composizione scenica si allontana dalla drammaturgia convenzionale e si avvicina piuttosto a una performance visiva, nella quale la parola condivide lo spa-zio, su un piano di parità, con il suono, il movimento e la materia.

Altrettanto significativa è la scelta dello spazio. Il cortile della Galleria Culture, nel cuore dell’edificio dell’Arsakeion *, non è un semplice luogo di rappresentazione, ma una parte organica dell’esperienza. La concezione site – specific della produzione rafforza la sensazione che queste storie tornino nello spazio pubblico, rivendicando visibilità là dove un tempo regnava soltanto il silenzio.

Lo spettacolo sembra dialogare con questioni contemporanee senza forzare il ri-chiamo all’attualità. Il controllo sociale sul corpo femminile, la costruzione pa-triarcale della storia e il diritto delle donne di raccontare in prima persona la propria vita emergono organicamente dal mito. L’Odissea non viene così pre-sentata come un testo classico chiuso, ma come un organismo vivo, ancora ca-pace di generare nuovi significati.

Senza dubbio, un linguaggio scenico così simbolico e rituale non si rivolge a tutti allo stesso modo. Lo spettacolo richiede allo spettatore una partecipazione attiva, la disponibilità a decodificare e una certa familiarità con una forma poetica di teatro, nella quale l’immagine e il simbolo prevalgono sulla narrazione lineare. Non si tratta, tuttavia, di un limite, bensì di una scelta estetica consapevole.

«Le Penelopi e Le Penelopiadi – The Loom» non cerca un nuovo Odisseo. Cerca le donne rimaste indietro, che non hanno mai avuto un’epopea propria. Se Atwood ha disfatto il mito omerico per dare voce a Penelope e alle sue ancelle, Marianna Kalbari prosegue questo gesto sulla scena, trasformando il telaio da strumento dell’attesa in un dispositivo capace di creare nuove storie. Ed è pro-prio questo, in definitiva, il risultato più importante dello spettacolo: ricordarci che la storia non è mai tessuta una volta per tutte. Può sempre essere ritessuta da coloro che, per secoli, non hanno avuto il diritto di tenere il filo.

Crediti

Testo · Regia · Voce: Marianna Kalbari
Musica dal vivo · Canto · Disegno sonoro · Telaio: Foivi Vlassi
Danza · Acrobatica · Fisarmonica: Christina Sougioultzi
Collaborazione per gli abiti e l’elaborazione visiva: Marietta Karpathiou / ’ergon
Disegno luci: Stella Kaltsou
Collaborazione alla regia · Cura scenografica: Angelos Bouras
Gruppo di lavoro del progetto ’ergon: Nefeli Litsaki, Eleni Palafouta, Xenia Tsiamanta
Fotografie: Antonina Andreadaki
Trucco: Angeliki Kassanaki
Una coproduzione del Teatro d’Arte Karolos Koun e della Galleria Culture.

*L’Arsakeion costituisce un emblematico complesso architettonico di grande valore storico. L’edificio originario (1846–1852), progettato da Lysandros Kaftantzoglou, rappresenta un significativo esempio del neoclassicismo ateniese, caratterizzato da un propileo di ordine dorico, pareti intonacate con finitura a finta pietra, un busto della dea Atena e un imponente cortile centrale.

I Nuovi Edifici (1901–1911), progettati da Ernst Ziller, si distinguono invece per il loro linguaggio eclettico: cupole barocche, motivi a rilievo e ghirlande decorative, balconi in marmo con semicolonne ioniche e un porticato con copertura metallica lungo via Stadiou.

La Galleria Arsakeion, risalente al 1907, ospitava librerie e gioiellerie dell’epoca ed era caratterizzata da una copertura vetrata, pavimenti in marmo, colonnati metallici e imponenti ingressi da via Panepistimiou e via Stadiou.

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.