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Un’onda davvero lunga

 A 65 anni dalla Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli

 Una storia significativa e carica di fascino quella della Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli Perugia-Assisi, ideata da Aldo Capitini e da lui stesso – assieme a un piccolo gruppo di stretti collaboratori – realizzata il 24 settembre 1961.

Lavorando nel 2022, assieme agli amici Gabriele De Veris, Andrea Maori e Mao Valpiana, alla curatela della nuova e ampliata edizione di In cammino per la pace (per i tipi di SilvanaEditoriale), che Capitini stesso dette alla luce il giugno dell’anno dopo, avevo avuto modo di insistere sul fatto che si è trattato di “una grande idea che evolve in una straordinaria festa popolare”, considerando il fatto che a quel meraviglioso corteo di ventimila marciatori per la pace, la nonviolenza, il disarmo internazionale e la cultura del dialogo si arrivò senza i potenti mezzi di comunicazione oggi disponibili.

Sessantacinque anni sono tanti e sono, provo a dire così, ‘educativi’ perché fanno riflettere su quanto è stato fatto (per esempio, è molto grazie anche a Capitini se in Italia si è affermata l’obiezione di coscienza al servizio militare) e su quanto (tanto) c’è ancora da fare, rivendicare, ottenere.

Uno dei miei passaggi preferiti di quel libro reca la testimonianza di Giovanni Arpino, che credo abbia saputo cogliere la cifra essenziale della Marcia: «manifestare per la pace, la nonviolenza, la libertà collettiva, non è impegno faticoso, noioso, didattico, ma una gran cosa allegra».

A proposito di anni, è opportuno ricordare come quello di Capitini sia stato un lavoro lungo, costante, paziente: «Ad una marcia della pace pensavo da anni e una volta ne detti anche l’annuncio, d’accordo con Emma Thomas [la collaboratrice quacchera con la quale, tra l’altro, fondò i C.o.r., centri di orientamento religioso], tanto che l’“Essor” ginevrino pubblicò la notizia. Ma l’idea non si concretò per varie difficoltà».

Fa impressione pensare che Capitini, fino a poche ore prima della partenza della Marcia, ha dedicato tutta la sua attenzione alla revisione dei cartelli, affinché non vi fossero scritte ingiuriose o in qualche misura offensive verso qualcuno, nonché alla predisposizione di tutte le giuste condizioni perché l’iniziativa potesse svolgersi senza intoppi, nel rispetto di ogni regola sotto l’occhio attento delle autorità e forze dell’ordine. Tutto andò per il meglio e si ebbe così una manifestazione-modello di grande efficacia sull’opinione pubblica.

Nulla mi toglie dalla testa, peraltro, che il momento più toccante sia stato quello in cui i contadini, indossato il vestito buono della domenica dopo aver vinto una iniziale esitazione, si sono uniti al festoso corteo e si sono tolti il cappello in segno di rispetto per qualcosa che percepivano come sacro, la pace tra le genti. «Una moltitudine imponente di cittadini di ogni condizione sociale – così scriveva Mario Zaccagnini sulle pagine di “il Lavoro” del 1° ottobre ’61 –, operai, contadini, intellettuali, professionisti, uomini e donne, per lo più giovani, convenuti da tutte le altre regioni d’Italia, [che] hanno marciato uniti da Perugia ad Assisi, gridando “Viva la pace, no alla guerra!”».

Per Capitini, la manifestazione si è rivelata «il suscitamento di un pacifismo integrale e nonviolento molto maggiore e più dinamico di quello che c’era prima […]; il pacifismo di prima era frammentario, talvolta sedentario e lontano da un contatto con moltitudini che possono diventare pacifiste integrali (c’erano donne che avevano le lacrime agli occhi per la commozione al passare della nostra Marcia)», finalmente una «manifestazione “dal basso”, che ne ha cominciate tante altre, per isolare i nuclei militaristici e reazionari» contro individualismo e conformismo.

Si trattava, per il filosofo sui generis perugino, di una grande opportunità per «parlare di “nonviolenza” a “violenti”, mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà e decise noncollaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di ciò che si deve fare».

Ecco allora che la nonviolenza, come ha d’altra parte sempre ribadito Capitini, «è apertura all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di tutti gli

esseri, e perciò interviene anche nel campo sociale e politico, orientandolo; […] non può non essere all’opposizione della società esistente, che pratica scopertamente la violenza oppure si basa su una violenza (oppressione e sfruttamento) cristallizzata nel tempo, […] va portata come metodo costante per le grandi lotte sociali e politiche, come “rivoluzione aperta” e stimolo alla pianificazione dal basso, al decentramento e al controllo fatto da tutti; […] non è passiva, ma attiva […]; per prendere iniziative di solidarietà oppure di noncollaborazione, per soccorrere i sopraffatti».

Appare chiaro, così, che la nonviolenza non è certamente rinuncia alla lotta, bensì “accettazione e assimilazione di forme nuove di lotta” (lo sottolineava il professor Corrado Maltese, storico dell’arte che partecipò alla Marcia).

Una simile manifestazione Capitini l’ha ideata come profondamente aperta, «tanto che, sebbene organizzata dal Centro di Perugia per la nonviolenza, non ha richiesto la stretta persuasione della nonviolenza (che è ben rara, e che comprende perfino… il vegetarianesimo), ma semplicemente di aderire all’idea della pace per la fratellanza dei popoli, concretando tale ideale nell’opposizione agli ostacoli recenti e attuali alla pace, che sono l’imperialismo, il colonialismo, lo sfruttamento, il razzismo. […] C’è stato chi ha detto che la Marcia Perugia-Assisi era così bella che è irripetibile. Ma come si potrebbe non correre il rischio di farne di meno belle se esse devono adempiere ad un compito importante?», cioè coltivare lo spirito di fraternità nella comunità umana.

La Marcia, insomma, è stata anche una “scuola di pacifismo attivo per i meno informati” (Edmondo Marcucci) oltre che “uno smisurato atto di amore e di fiducia nella vita” (Enrico Ardù), altro che quello che si è arrivato a scrivere a caldo, in maniera sprezzante, su testate come “Il Popolo” (“altra spettacolare iniziativa del professore perugino”, un “carnevale sotto l’ultimo sole di settembre”…) o come “Il Tempo” (“una gara podistica”).

Il 4 gennaio del 1962, da par suo, così scriveva invece dalle colonne di “Vie Nuove” Pier Paolo Pasolini: «Se ogni forma del pensiero ha bisogno, nell’atto pratico, di una manifestazione concreta e basata quindi sul sentimento e la persuasione, la nonviolenza è l’atteggiamento sentimentale e persuasivo di chi è totalmente fuori da ogni conformismo, di chi si è totalmente “liberato” attraverso gli strumenti della ragione e della cultura». Bene ha scritto anche Enzo Enriques Agnoletti su “Il Ponte”: «La Marcia della pace è stata un atto responsabile perché contribuisce a far pensare secondo i dati della realtà e della scienza, pur nell’ambito delle proprie convinzioni. Per questo avrà un futuro. Deve averlo». Non a caso lo stesso Capitini puntava sulla “impostazione di un altro metodo di lotta”, il metodo nonviolento appunto, che non solo mantiene il dialogo, ma promuove la libertà di informazione e di critica senza mai voler distruggere gli avversari.

Capitini e Bobbio

Molto significativo un commento di Norberto Bobbio: «Se mai c’è un’alternativa, questa non è più tra pace e libertà, tra pace e onore, tra pace e giustizia, ma, come dice giustamente e spietatamente Gunther Anders, tra essere e non essere. Voglio dire con questo che la pace oggi interessa gli uomini in quanto uomini, parte del genere umano, minacciati da una sinistra gara di potenza, non in quanto italiani o cinesi, comunisti o democristiani, cattolici o laici». Ciò non fa che confermare come quella della pace sia un’urgenza senza tempo e senza spazio a cui, peraltro, anche oggi dobbiamo prestare la massima attenzione.

Un discorso a parte merita la “Mozione del popolo per la pace” letta e approvata a conclusione della prima Marcia, alla Rocca di Assisi, e nella quale tra l’altro si legge: «Per preparare la pace durante la pace è necessario diffondere, nell’educazione e nei rapporti con tutti a tutti i livelli, una capacità di dialogo, una sincera apertura alla coesistenza ed alla pacifica competizione di ideologie e di vari sistemi politici e sociali, nel comune sviluppo civile, ed affermare il lavoro come elemento costruttivo fondamentale».

Al cuore della Mozione risiede l’idea di “fratellanza dei popoli”, che intende richiamare i “problemi urgenti” del superamento di imperialismo, razzismo, colonialismo e sfruttamento (che triste attualità!), ma allo stesso tempo evoca l’incontro e il dialogo Occidente-Oriente nonché i “giganteschi piani di collaborazione culturale, tecnica, economica” nel mondo. Il popolo, poi, quello vero mi verrebbe da dire oggi che è tempo di imperanti populismi, è chiamato a occuparsi da vicino del cruciale tema della pace, che non può certo essere lasciato in mano ai soli governanti; il tutto nello spirito di “una educazione aperta, rinnovatrice delle strutture legate a privilegi e pregiudizi”, vale a dire “una educazione eroicamente nonviolenta”, per usare ancora le parole di Capitini. Il quale auspicava una Marcia di tutti e per tutti nel segno di una reale – ma direi anche ‘genuina’ – trasversalità, sia al di là di ogni possibile retorica, sia al di là delle divisioni di partito e simili.

Egli era ben consapevole del fatto che la Marcia avesse e dovesse avere una radice politica, tanto più che in molti avevano maturato, negli anni e a buon diritto, una certa diffidenza nei confronti di un “pacifismo a volte puramente declamatorio e strumentale rispetto ad obiettivi politici” (così si erano espressi, nel 2007, Alarico Mariani Marini ed Eligio Resta nel loro Marciare per la pace).

Capitini stesso ne concludeva che la Marcia «apolitica non poteva essere, perché la pace è un fatto anche politico». In questa affermazione così persuasa c’è tutto: c’è la storia dell’impegno di Aldo Capitini per l’affermazione del primato della pace e per una cultura della prassi nonviolenta rispettosa dell’esistenza, della libertà e dello sviluppo di ogni essere, così come lui ci ha mirabilmente suggerito; ma c’è anche la nostra responsabilità di raccogliere il testimone e di saperlo custodire e rinnovare per poterlo poi a nostra volta passare ad altri.

Questo è l’orizzonte di un’idea che Capitini, sotto forma di grande festa popolare, ha messo in cammino. Quanta lungimiranza nelle sue parole del giugno ‘62: «Una “marcia” non è fine a se stessa; continua negli animi, produce onde che vanno lontano, fa sorgere problemi, orientamenti, attività». Sì, un’onda davvero lunga e al contempo capace di generarne tante altre, alle quali affidiamo la tenace speranza in un mondo migliore.

giuseppe.moscati@tiscalinet.it

[Tutte le foto sono su concessione della Fondazione Centro studi Aldo Capitini]

 

L'autore

Giuseppe Moscati
Giuseppe Moscati, dottore di ricerca in Filosofia e Scienze umane, è presidente della Fondazione Centro studi Aldo Capitini di Perugia, dopo esserlo stato dell’Associazione Nazionale Amici di Aldo Capitini. Responsabile della Biblioteca Neoumanistica della Fondazione Cucinelli di Solomeo (Pg), già redattore del quindicinale “Rocca” (1949) per il quale scrive tuttora, collabora con varie riviste. Autore di numerosi saggi (tra i quali Sandro Penna e Vittorio Bodini. Tracce di una compresenza poetica, 2010), ha curato i volumi Aldo Capitini nella coscienza delle giovani generazioni (2009), il carteggio A. Capitini - G. Calogero, Lettere 1936-1968 (con Th. Casadei, 2009) e il Dossier Aldo Capitini. Sorvegliato speciale dalla polizia (con A. Maori, 2014). È co-curatore della nuova edizione, ampliata e illustrata, del capitiniano In cammino per la pace. Documenti e testimonianze sulla Marcia Perugia-Assisi (2022). Per le edizioni di Cronache Ribelli cura la Collana “Pane e Rose”, che ripropone i testi di autrici e autori del pensiero libertario e del socialismo aperto come, tra gli altri, Rosa Luxemburg, Étienne de La Boétie, Anna Kuliscioff, Gaetano Salvemini, Nellie Bly, Carlo Rosselli e l’anarchico nonviolento Bruno Misèfari.