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Woke 2

Una tattica calmierante invoca la leader della sinistra americana Alexandria Ocasio-Cortez, con il passaggio da un eccessivo “Woke 1” dell’attuale stagione politica a un più moderato “Woke 2” da costruire. Tuttavia in un contesto parossistico nel quale anche l’”anti-Woke” contribuisce a rendere esponenziale ciò che avversa, più che moderare quantitativamente il “Woke” occorre mutare qualitativamente la strategia. Bisogna uscire dalla trappola del dispositivo linguistico di cui si giova, in dare e in avere, chi con il “Woke” gioca di rimessa in contropiede, per utilizzare una metafora calcistica. Come si vede dalle guerre odierne, non semplicemente attaccare, ma contrattaccare è non solo la miglior difesa, ma anche il miglior attacco. Il contrattacco che somma alla propria determinazione anche quella dell’avversario è l’appropriazione e capitalizzazione del senso della vittima da parte di chi, avendo più potere, può costruire socialmente il suo contro-vittimismo. Esempi sono l’occidentalismo “anti-anti-colonialista”, l’evergreen dell’anti-comunismo o più moderatamente anti-socialismo che ha avuto un recentissimo revival con la proscrizione del “movimento Antifa”. Altro più cruento inaudito esempio è quello del contro-vittimismo politico dello stato israeliano verso la popolazione palestinese a Gaza e nuovamente in Cisgiordania.

A parte “le parole” del “Woke 2” da istituzionalizzare nuovamente in sigle, forse occorre rimettere in gioco più direttamente “le cose” – per citare il noto dittico di Foucault. Rimettere in gioco il rimosso ruolo del “reale”, senza il quale la sinistra potrà continuare a esserci solo nominalmente. Istituzionalizzare in modo vagamente aggiornato l’inclusione, come vuole il Woke, è l’analogo del protezionismo liberista che pretendeva di risolvere le ineguaglianze economiche – ma ora solo gli interessi nazionali dietro i quali si celano pochi capitalisti – con la “regulation”, cui puntuale succede una “deregulation”. Senza considerare se vi siano e quali siano i limiti reali che “regulation” e “deregulation” vorrebbero correggere o istituire in nuove categorie.

Il riformismo economico keynesiano e rooseveltiano non si basava su una nominale “regulation”, quanto sul “reale disavanzo pubblico di bilancio”. Proprio su ciò che in questi ultimi decenni, anche a sinistra, si è tentato di normativizzare mettendogli sopra un tetto addirittura costituzionale, che solo in caso di pandemia e guerra si è iniziato nuovamente a riconsiderare. E più per assecondare l’iper-liberista politica economica della “distruzione creatrice” che per affrontare la carenza di risorse per le persone. Non nell’inclusività delle diverse identità che restano inevitabilmente fra loro in conflitto, ma solo solidaristicamente cioè pubblicamente il “debito”, che in alcune lingue è sinonimo di “peccato”, redistribuisce la ricchezza. Fa godere a tutti partecipativamente quello che altrimenti resta “plusvalore” e “plusgodimento” a seconda del potere che le diverse identità sociali esprimono.

Per una politica che voglia essere di sinistra dovrebbe essere fondamentale, considerare il “reale”, soprattutto non confondendolo con il “legale”, cioè con il ricorso inflazionato al dispositivo della “norma”. La lotta alla “normalità” negatrice delle differenze, non può risolversi in mera “normatività”, cioè nell’etichettatura delle differenze che comporta inevitabilmente una loro derealizzazione e desingolarizzazione.

Si vuole con il “Woke”, sia esso “1” o “2”, continuare a ridurre le differenze a etichette definite e istituzionalizzate dalla logologia burocratica degli inquisitori del puritanesimo capitalista? Quelli che oggi sono gli ottimizzatori delle formulazioni linguistiche algoritmiche con le quali si pretende di eticizzare anche l’intelligenza artificiale? Perché è da qui che viene culturalmente il più recente “Woke”, cioè dal già ideologico rapporto, – ideologico perché manca appositamente di “reale” – tra il potere “legale” e quello “carismatico” formulato da Weber nella sua nota analisi dell’“etica protestante” come volano dello “spirito del capitalismo”. Di lì a poco, non a caso Benjamin più esplicitamente parlerà di “capitalismo come religione”.

L’inclusività delle differenze di genere – motore del “Woke” – ha tabuizzato e di fatto escluso la protagonista fra le differenze nella storia reale dell’emancipazione: la “differenza sessuale”. Quella di genere è la differenza che oggi tende a rappresentare tutte le differenze. Soprattutto a enfatizzare tutte quelle differenze deferenti il sessuale, cioè a sbiadire tutte le differenze che come la differenza di classe sono ancora troppo impastate nel reale per essere linguistizzate in un codice. La “differenza reale”, quella che cioè buca il “legale principio di realtà”, dovrebbe essere uno dei cardini della critica politica che qualifica la sinistra. Nella “critica dell’ideologia” – altra espressione tabuizzata alla quale si preferisce quella di “empowerment”, che si basa sulla indistinzione tra potenza e potere – l’inclusività del “Woke” equivale troppo spesso alla cattura informazionale operata dai dispositivi che funzionano attraverso una lingua ridotta alle stringhe di un codice, all’estrattivismo di selezionate materie prime come le “terre rare” dalla terra, ai feticci turistizzabili di culture tradizioni esperienze artistiche e ambienti in capitale “com-unicativo”. Fa qui all’uopo considerare come meramente ideologico il tentativo di riportare alla pur corretta ma sola etimologia del “munus” quella che fa segno da anni essere l’opposto del democratico senso collettivo di “comunità” e cioè la “com-unicazione” – il comune “unicato”. Non solo da mettere accanto all’etimologia, in tempi di occupazione dittatoriale per non dire “fascista” della lingua – come sosteneva Barthes – da parte di “acronimi”, urge una semiologia quale attenzione ai segni vivi che inconsciamente le parole ci lanciano a latere del loro senso prescritto e proscritto dall’intelligenza artificiale. C’è bisogno di confrontarsi con il reale attraverso la potenza della “scrittura”, anziché ricorrere al potere delle “passioni tristi” (vd. Spinoza, Mark Fisher, Marramao) della “prescrizione” e della “proscrizione”. Occorrono “àuguri” “aruspici” cioè, fuor di metafora, poeti, artisti, cineasti. Di più anziché meno letteratura. Di parole che non siano soltanto rapporti con altre parole. Di parole che oltre al “rapporto com-unicativo” sappiano porsi a “con-tatto” con il reale.

La finanziarizzazione sta all’economia derealizzata come il “Woke” sta alla linguistizzazione delle categorie sociali, ormai sempre più considerate anche a sinistra con l’equivoca parola di “identità”. Il “reale” non può essere banalmente incluso in un normale condiviso senso convenzionale di realtà come vorrebbe il “Woke”. Banalmente, come può essere “banale il male”, come ci insegna la critica di Arendt all’obbedienza al senso legale di realtà. Il non poter far altro che obbedire a ciò che è legale assurge a principio a cui si ricorre sempre per giustificarsi in chi commette crimini contro l’umanità. Il tentativo di anestetizzare i conflitti includendo illimitatamente sigle identificative e identitarie porta a escludere anche la possibilità di pronunciare gli acronimi che si ottengono. Porta alla delicatissima soglia dell’impronunciabilità dei “nomi” che chiude l’accesso alle “cose”. Benché significhi simbolicamente, anche lo spazio di una bandiera resta reale. Come ci mostra l’esempio delle simbolizzazioni inclusive delle bandiere stellate, a un certo punto non c’è più spazio per altre stelle.

La questione cruciale per la sinistra che voglia essere realmente tale è riconoscere che tutte le forme di oppressione sociale, anche quelle derivanti dalle discriminazioni di genere, non si basano su un cattivo utilizzo o mancanza di adeguate norme di diritto. E prima ancora da un non corretto uso della grammatica. Non si basano sul “legale”, ma sul “reale” sfruttamento umano e ambientale. Sono l’analisi e la lotta allo sfruttamento economico reale e la comprensione del disagio sociale e psichico che lo sfruttamento provoca a far emergere ulteriori e più specifiche differenze e non il contrario. È per questo che includere e sempre più spesso subordinare l’oppressione che è lo sfruttamento stesso a un’oppressione derivata, come è quella denunciata dal “Woke”, è percepibile come un tentativo ideologico di annacquare il “reale”. Come una sorta di riformismo che non vuole tanto produrre effetti reali generali, ma salvaguardare i pochi che, non sfruttati, si possono permettere di dare un aggiornato senso legale alla realtà. Da Marx a Gramsci, se è ancora lecito a sinistra farne i nomi, il “senso di realtà” non coincide con il “reale”, dove si trova anche il nonsenso “ottuso” dei corpi. Del “senso di realtà” fa invece parte anche l’ideologia, da cui solo l’analisi e la lotta politica al cospetto del “reale” possono liberarci.

Per fortuna o sfortuna del “Woke” è saltato fuori l’’“intersezionale”, che non è calibrare anche razzialmente e socio-economicamente le differenze di genere. L’intersezionale non è interno al genere – semmai è il contrario -, ma è il “reale” stesso che ritaglia la differenza attraverso cui si differenzia anche il genere. L’intersezionale è sintomo che la categorizzazione fatta soltanto dalle parole cade alla prova del “reale”. Il reale al quale si fa qui riferimento è quello della distinzione marxiana gramsciana reale/legale. Il reale che dal plusvalore di Marx porta al plusgodere di Lacan.

Che senso ha una sinistra senza il reale economico, senza il reale sessuale, se non quello di una giustizia tutta ideologica, per anime belle come aveva già fatto notare Trasimaco a Socrate? Marx aggiungendo alla giustizia l’aggettivo di “sociale” non ha fatto altro che seguire il suggerimento di Trasimaco: riportare la giustizia al cospetto del reale. Forse fino a far confluire tutta la giustizia nella più reale e pratica delle virtù: la pace.

Il “Woke” tenta di coprire ideologicamente il buco del reale con il senso di realtà. Il senso della realtà è prodotto dallo stesso sistema capitalistico a cui la sinistra dovrebbe essere alternativa. Le categorie che il “Woke” vuole istituzionalizzare sono quelle che permettono al sistema economico e politico del capitalismo di distrarci da quella che è appunto la linea reale per la quale passa il conflitto del quale il capitalismo medesimo si alimenta. Mentre il senso di realtà si trova in una dimensione “panliguistica”, il reale è in sé stesso – spinozianamente – “panteistico”. Quella di panteismo è stata utilizzata sempre come etichetta per perseguitare religiosamente e politicamente tutti quelli che ritenevano che nel desiderio ci fosse qualcosa di reale da perseguire.

Il reale è l’aporia nei tre discorsi filosofici più importanti di Platone: l’erotico (Alcibiade), il politico (Trasimaco) e il filosofico stesso (Parmenide) – cui si potrebbe aggiungere il linguistico al cospetto del piacere (Filebo e Theuth). Tre, quattro, quasi cinque “personaggi-reale” che molti definirebbero “impostori”, i quali inceppano il progetto di linguistizzazione, desessualizzazione e finanziarizzazione del reale: il progetto dell’intelligenza artificiale del capitale. Artificiale perché prescinde dai corpi reali nei quali l’intelligenza è una forma di vita – non un codice. Corpi dai quali ogni “possibile intelletto” viene.

mpacioni@ualberta.ca

 

 

L'autore

Marco Pacioni
Marco Pacioni si è addottorato in italianistica all’Università di Roma La Sapienza, ha conseguito il Ph.D. negli Stati Uniti all’Indiana University (Bloomington) e la specializzazione in estetica all’Università di Roma Tor Vergata. Insegna estetica, archeologia e storia delle arti nel rinascimento e classicismo per la University of Alberta (Canada) School in Cortona di cui è coordinatore accademico. Fa parte della redazione di Frontiere della psicoanalisi (Il Mulino) e collabora alle pagine culturali del quotidiano «il manifesto». Ha pubblicato, fra gli altri, Neuroviventi. Politica del cervello e controllo dei corpi (Mimesis); Lo spettacolo della distruzione. Rovine, immagini, terrore (Alpes); la trilogia poetica Il bollettino dei mari alla radio (Aguaplano), Lo sbarco salato del risveglio (Interno Poesia), Ammare (Aguaplano). Ha curato di Luca Della Robbia, La condanna a morte di Pietro Paolo Boscoli (Quodlibet). È co-autore di Dante, Petrarca, Boccaccio e il paratesto. Le edizioni rinascimentali delle tre corone (Edizioni dell’Ateneo), di Dante 700. Approcci interdisciplinari all’opera dantesca (Aras) e del catalogo La forza delle rovine (Electa). È in via di pubblicazione Roland Barthes. Il gesto della voce (Feltrinelli).