Da Desmond Tutu a Navy Pillai. Sul Nobel per la pace 2026
Sintomo della determinazione a che la guerra continui su tutti i fronti è l’ossimoro “pace giusta”. Proprio tale espressione è quella sotto la cui insegna è stato attribuito il Nobel della pace 2026 alla giudice e giurista Sudafricana Navi Pillay. Il fatto che il Nobel per la pace sia assegnato a una giurista e giudice che ha cominciato la carriera legale in Sudafrica durante l’Apartheid (Pillay diventa effettivamente giudice soltanto dopo l’Apartheid nella città di Durban) e ora presso la Corte penale internazionale, è significativo della scivolosa e ridotta concezione odierna della pace, come di qualcosa esclusivamente assoggettato alla giustizia del diritto. L’idea è che senza la giustizia del diritto internazionale non si può arrivare alla pace.
Di fatto, prima che di diritto, questa idea della “pace giusta” non è molto incoraggiante oggi, benché appaia sotto certi versi nobile nella sua concezione. Non incoraggiante perché questo premio viene dato in un contesto in cui proprio la giustizia del diritto internazionale è sbeffeggiata ogni giorno e tirata per la giacchetta a seconda delle convenienze del momento. L’idea della pace come prodotto della giustizia dei giudici, in un contesto qual è quello odierno di totale negazione del diritto internazionale – che prevedibilmente farà da punto di non ritorno anche in futuro – è sostenere che alla pace non si può né mai si potrà, né mai si dovrà arrivare. Anche perché, fuorché la stessa giustizia “inter-nazionale”, cioè quella garantita dalle nazioni, si escludono a priori altre vie per giungere alla pace. Come per esempio quella della pace geopolitica – due stati che in certe zone sovrappongono i loro territori e popoli –, quella della pace diplomatica, culturale, sportiva e religiosa. In quest’ultimo caso, storicamente nient’affatto secondario, l’esempio viene proprio dal Sudafrica con l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, designato a presiedere l’organo per la riconciliazione dopo l’Apartheid nel suo paese e anche lui premio Nobel per la pace.
Dopo aver premiato lo scorso anno la pace all’insegna di quella che potremmo chiamare “giustizia politica”, cioè una leader politica in quota Trump, quest’anno viene premiata una figura della giustizia giudicante internazionale che chi si oppone ufficialmente alla politica di Trump (e di Netanyahu e company) può idealmente rivendicare e agitare senza rischiare di fare niente di concreto. Non è forse intitolato alla pace ideale anche il board internazionale organizzato da Trump per Gaza? Nella migliore delle ipotesi, chi si straccia “giustamente” le vesti per il diritto internazionale, lo può fare “giusto” per tenersi buona la coscienza. Se è vero come è vero che le sentenze di condanna che tale giustizia emette contro i recenti crimini di guerra non sono, né saranno mai applicate. E comunque, anche se venissero applicate, non si comprende come possano essere foriere di pace. Intanto, mentre si spacca il capello per stabilire quali siano i livelli quantitativi che permettono di definire giuridicamente un genocidio, ci si continua a armare per difendere quella stessa giustizia internazionale ingiustamente calpestata e a sostenere di conseguenza le “guerre giuste” nelle quali, esattamente come in quelle ingiuste, si continua a morire.
La pace è forse l’unica categoria politica non totalizzante né totalitaria, come invece l’aggettivo “giusta” pretenderebbe che diventasse. La pace che assomiglia tanto alla versione della giustizia con la spada sfoderata nella mano destra e la bilancia in perfetto equilibrio nella sinistra.
Ma non vi è forse anche un’altra pace, quella che assomiglia a un’altra versione della giustizia? La giustizia con una bilancia sbilanciata, o quella della giovane bendata che si affida al tatto per incontrare, prima che per identificare e giudicare, l’altro? Quella che non si affida alla vista che già a distanza, soprattutto a causa delle “piccole differenze” (un modo diplomatico per dire “grandi somiglianze”), le suggerirebbe che l’altro è un nemico, neanche da “giudicare”, ma già forse preventivamente da “giustiziare”.
La pace è la stessa cosa del “patto” sancito dalla stretta di mano che ci si può dare soltanto se dalle mani che si incontrano si lasciano preventivamente cadere bilance e spade. E, considerate che sono le mani a cercarsi per incontrarsi, forse la benda si può anche tenere. Ché sbendarsi e vedersi frontalmente come sul campo di battaglia darebbe facilmente l’illusione di un sapere assoluto dell’altro. La sua identificazione indurrebbe a bandirlo, cioè a considerare quest’ultimo come un nemico. Indurrebbe a tenerci con la mano ritratta al patto e stretta alla nostra bandiera.
La benda sugli occhi della giustizia, prima che non guardare in faccia a nessuno, è un modo per sentire quanto tatto dobbiamo anzitutto a noi stessi che non possiamo vederci vedere, prima di tendere la mano a cercare l’altra mano. Quella mano che forse non ci sta neanche venendo incontro o che forse si sta addirittura ritraendo. Tatto che cercando l’altro deve sempre entrare in “con-tatto” con sé stesso. Caso mai l’altrui presenza che avvertiamo fosse proprio quella di noi medesimi. Ma anche se così non fosse, esercitare il tatto anzitutto su di noi, che non possiamo vederci se non sullo schermo o sullo specchio, ci aiuterebbe a tenere presente che ogni incontro con l’altro avviene sempre tramite noi, a partire da una parte verso l’altra. Tatto, ma anzitutto contatto con la nostra stessa invisibilità, con il nostro stesso eccederci e mancarci, prima di ogni rapporto o relazione bilanciata o minacciata dalla spada della giustizia. Forse se consideriamo questo sbilanciamento come il nostro stesso tatto, allora potremo recuperare anche la giustizia, darle un aggettivo che finalmente la qualifichi, anziché lasciare che essa funga da aggettivo che qualifica, come appunto avviene con la “pace giusta”.
A parte le raffigurazioni che la descrivono sbilanciata e bendata e sulle quali urge ricominciare a riflettere anche in ambito giuridico, l’unico altro tentativo degno di nota di aggettivare la giustizia, quantomeno per distrarla dalla sua prosopopea totalitaria (la stessa che in Italia campeggia davanti agli austeri palazzi di giustizia costruiti durante il ventennio) è quello di qualificarla come “sociale”. La socia e il socio non devono avere un’identità precisa. Sono una presenza che avvertiamo attraverso la percezione con-tattile che abbiamo anzitutto con la prossimità a noi stessi. Sentiamo soltanto che sono la nostra prossima, il nostro prossimo. Sono lo sbilanciamento delle nostre stesse mancanze e dei nostri stessi eccessi che possono fare la differenza di una pace concreta, non ricattabile dalla presunta perfezione della giustizia, il cui ideale finisce per alimentare soltanto la guerra.
L'autore
- Marco Pacioni si è addottorato in italianistica all’Università di Roma La Sapienza, ha conseguito il Ph.D. negli Stati Uniti all’Indiana University (Bloomington) e la specializzazione in estetica all’Università di Roma Tor Vergata. Insegna estetica, archeologia e storia delle arti nel rinascimento e classicismo per la University of Alberta (Canada) School in Cortona di cui è coordinatore accademico. Fa parte della redazione di Frontiere della psicoanalisi (Il Mulino) e collabora alle pagine culturali del quotidiano «il manifesto». Ha pubblicato, fra gli altri, Neuroviventi. Politica del cervello e controllo dei corpi (Mimesis); Lo spettacolo della distruzione. Rovine, immagini, terrore (Alpes); la trilogia poetica Il bollettino dei mari alla radio (Aguaplano), Lo sbarco salato del risveglio (Interno Poesia), Ammare (Aguaplano). Ha curato di Luca Della Robbia, La condanna a morte di Pietro Paolo Boscoli (Quodlibet). È co-autore di Dante, Petrarca, Boccaccio e il paratesto. Le edizioni rinascimentali delle tre corone (Edizioni dell’Ateneo), di Dante 700. Approcci interdisciplinari all’opera dantesca (Aras) e del catalogo La forza delle rovine (Electa). È in via di pubblicazione Roland Barthes. Il gesto della voce (Feltrinelli).
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