Che cosa rimane di un’esperienza quando il suo tempo sembra concluso? Dove si deposita ciò che abbiamo vissuto: nella memoria, nei gesti, nel modo in cui impariamo a guardarci? L’aneddoto dei calchi, romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto, pubblicato da TerraRossa Edizioni nella collana Sperimentali, permette di accostarsi a queste domande attraverso una vicenda nella quale la partecipazione a un’opera d’arte incide sulla vita delle protagoniste. Il corpo diviene il luogo concreto di questa trasformazione, esposto tanto alla volontà individuale quanto alle aspettative altrui.
Il libro sarà al centro del prossimo incontro del gruppo di lettura in italiano dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene. La lettura condivisa offrirà l’occasione per approfondire le domande che il romanzo solleva sul corpo, sulla memoria e sulle tra-sformazioni dell’identità, mettendo in dialogo sensibilità ed esperienze differenti. In questo spazio di confronto, anche il legame tra Livia e Zoa, tra Italia e Grecia, potrà aprire ulteriori percorsi di riflessione sulla distanza, sull’appartenenza e sul modo in cui la presenza dell’altro contribuisce alla conoscenza di sé.
Al centro della vicenda si trovano Livia e Zoa, due amiche che partecipano a VB66 di Vanessa Beecroft. Sui banchi del mercato ittico di Napoli, i corpi delle modelle, nudi e dipinti di nero, richiamano quelli delle vittime dell’eruzione del Vesuvio. Livia è archeologa, Zoa è un’artista greca: entrambe entrano in una rappresentazione che mette in contatto il presente della carne con un’immagine di morte proveniente dall’antichità.
Questa prossimità suggerisce una prima tensione interpretativa. Per rappresentare un corpo privato della vita occorre un corpo che continua a vivere: che respira, avverte il peso della posizione assunta, sente il trascorrere del tempo. L’immobilità imposta dalla forma artistica rende più evidente l’attività silenziosa dell’organismo. Ciò che lo spettatore può percepire come composizione, per chi vi partecipa resta anche fatica, durata, esposizione.
La performance invita così a interrogare il rapporto tra l’immagine visibile e l’esperienza che essa contiene. Guardare una figura significa necessariamente cono-scere ciò che sta vivendo? Quanto rimane inaccessibile anche quando il corpo è inte-ramente esposto? Sono domande che acquistano una particolare forza in una cultura nella quale la visibilità viene spesso associata alla possibilità di comprendere e di possedere. La superficie promette una conoscenza immediata, mentre la persona con-tinua a custodire una parte che sfugge.
Il calco del titolo può essere letto a partire da questa distanza. È una forma che conserva una traccia e rende percepibile un’assenza. Attesta che qualcosa è stato presente, che ha occupato uno spazio, senza restituirne l’intera esperienza. La sua forza simbolica nasce proprio da tale incompletezza: ciò che rimane permette di immaginare ciò che è perduto, ma chiede anche di riconoscere il limite di ogni ricostruzione.
Trasferita sul piano dell’identità, questa figura apre un interrogativo ulteriore. Anche il modo in cui pensiamo noi stessi può assumere la consistenza di un’impronta. Una relazione, un ruolo, un episodio particolarmente intenso producono una forma nella quale continuiamo a riconoscerci. Il tempo procede, le condizioni cambiano, eppure quella forma conserva la propria autorità. Può sostenerci, offrirci continuità; può anche diventare una misura troppo stretta per la vita che stiamo vivendo.
Dopo la performance, i percorsi delle protagoniste si separano. Zoa torna in Grecia per fare l’artista. Livia affronta la perdita del lavoro e la fine della relazione con Bruno, mentre la malattia del padre incide sul suo rapporto con il corpo. Nella sua vita entra inoltre Patty, una drag queen con cui stringe amicizia. La partecipazione all’opera segna dunque un passaggio oltre il quale i precedenti equilibri vengono messi in discussione.
La separazione tra Livia e Zoa consente di riflettere su quanto l’immagine di sé dipenda dalla presenza dell’altro. Nelle amicizie più profonde, l’altra persona diventa spesso testimone di possibilità che da soli non riusciamo a vedere. Ci riconosce, ci incoraggia, talvolta ci assegna una parte. Quando si allontana, vengono meno anche alcune coordinate attraverso le quali avevamo imparato a orientarci.
L’assenza può allora continuare a esercitare un’influenza intensa. Si abita uno spazio nel quale l’altra persona non c’è più, ma nel quale molte cose continuano a rimandare a lei: un’abitudine, una scelta, un’immagine di ciò che avremmo potuto essere. In questa prospettiva, il rapporto tra le due protagoniste invita a pensare la memoria co-me una relazione ancora attiva. Ricordare comporta un lavoro sul presente, perché ciò che tratteniamo orienta anche ciò che siamo capaci di desiderare.
Il ritorno di Zoa in Grecia introduce inoltre una distanza geografica che può essere letta come distanza tra differenti possibilità di esistenza. Partire e restare implicano modi diversi di affrontare la trasformazione. Chi parte porta con sé ciò da cui si allon-tana; chi rimane deve imparare a vivere nel luogo che l’assenza ha modificato. Nes-suno dei due movimenti garantisce, da solo, una maggiore libertà. La libertà richiede anche la capacità di riconoscere quali legami continuano a sostenerci e quali immagini del passato impediscono di accogliere il cambiamento.
La professione di Livia offre una chiave simbolica particolarmente significativa. L’archeologia lavora con tracce, resti, frammenti: cerca di comprendere una vita at-traverso ciò che ne sopravvive. Accostare questo sapere alla ricerca di sé permette di immaginare l’interiorità come un terreno stratificato. Esperienze lontane possono riaffiorare dentro una situazione presente; gesti apparentemente spontanei possono custodire apprendimenti antichi; una perdita recente può riattivare ferite che sembra-vano ormai distanti.
Lo scavo, tuttavia, richiede cautela. Ritrovare un frammento non equivale a possedere il tutto. Anche nella memoria personale esiste il rischio di attribuire a un singolo epi-sodio il potere di spiegare ogni cosa. Una scena del passato può diventare il centro intorno al quale organizziamo la nostra storia, fino a rendere meno visibili gli eventi che la contraddicono. La domanda diviene allora: come custodire ciò che siamo stati lasciando spazio a ciò che ancora non conosciamo di noi?
Su questo terreno si colloca anche il rapporto con la malattia del padre. La fragilità di una persona vicina modifica il modo in cui percepiamo la nostra stessa corporeità. Il corpo familiare ci ricorda una continuità, un’appartenenza, ma introduce anche l’incertezza. Guardando l’altro, siamo portati a interrogarci su ciò che potrebbe ri-guardarci, su quanto del futuro sia già inscritto nella nostra storia e su quanto rimanga imprevedibile.
Una lettura possibile del romanzo individua qui il contrasto tra il bisogno di interpretare ogni segnale e l’impossibilità di ottenere una certezza definitiva. Il corpo viene ascoltato, osservato, interrogato. Può diventare una presenza dalla quale attendiamo continuamente una risposta. La paura tende a trasformare ogni sensazione in un indizio, mentre l’esperienza quotidiana richiede di continuare a vivere anche dentro ciò che non possiamo risolvere.
In questo senso, la vulnerabilità riguarda anche la conoscenza. Scopriamo il limite del nostro controllo proprio là dove vorremmo sentirci più sicuri, nella materia che ci permette di esistere. Il corpo ci appartiene e, insieme, ci sorprende. Accettare questa condizione significa confrontarsi con una forma di dipendenza che attraversa ogni vita, anche quando la cultura dell’autonomia tende a renderla poco visibile.
La presenza di Patty apre un’altra possibilità di riflessione. Il lavoro sulla propria immagine, evocato dalla figura della drag queen, consente di interrogare la relazione tra identità e rappresentazione. Ogni forma attraverso cui ci presentiamo agli altri contiene una scelta, una costruzione, un rapporto con codici condivisi. Pensare questa dimensione permette di chiedersi quali rappresentazioni amplino la possibilità di esprimersi e quali, invece, finiscano per imprigionarla.
La domanda riguarda anche la performance da cui prende avvio il romanzo. Affidare il proprio corpo a un’opera significa partecipare a una forma ideata da un’altra persona. Vi possono convivere desiderio di appartenenza, ricerca di riconoscimento, disponibilità a sperimentare e rinuncia temporanea al controllo. L’arte diventa così uno spazio nel quale la libertà viene esercitata dentro una relazione, con tutte le ambivalenze che questo comporta.
A tale complessità corrisponde la scelta di una scrittura ellittica, sottolineata dalla presentazione editoriale. È una caratteristica che invita a considerare il ruolo degli intervalli nella costruzione del senso: ciò che viene omesso può richiedere al lettore una partecipazione più attenta, un lavoro di connessione tra immagini, esperienze e domande.
Una forma simile comporta anche una difficoltà. La densità può rallentare l’accesso alla vicenda, chiedere soste e riletture. Il suo valore andrà misurato nella capacità di mantenere un contatto con la concretezza delle persone, affinché la riflessione sul corpo continui a far percepire un corpo che vive. È proprio nell’equilibrio tra pensiero e materia, tra elaborazione simbolica ed esperienza, che una narrazione di questo genere trova la propria prova più impegnativa.
L’aneddoto dei calchi offre l’occasione per interrogare la durata delle espe-rienze artistiche e la loro capacità di modificare la percezione. Un evento può termi-nare senza aver esaurito i propri effetti. Ciò che abbiamo visto, ciò a cui abbiamo par-tecipato, può continuare a lavorare dentro di noi, cambiando lentamente il significato delle relazioni e delle scelte.
Il titolo raccoglie questa tensione tra una vicenda circoscritta e la persistenza della sua impronta. Un aneddoto sembra poter essere raccontato e concluso; un calco rimane, occupa uno spazio, sollecita uno sguardo. Tra queste due figure si può riconoscere una domanda sulla possibilità stessa di raccontarsi: come dare forma a un’esperienza senza fissarla una volta per tutte?
Forse abitare la propria impronta significa proprio imparare questa misura. Riconoscere il segno di ciò che abbiamo vissuto, accettarne il peso e la presenza, lasciando che il presente possa ancora modificarne il senso. La memoria conserva una forma; la vita continua a cercare il movimento.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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