Giovanna Vizzari, nata Giovanna Anichini (Piombino, 29 agosto 1930 – Piombino, 6 febbraio 2017), è stata poetessa, scrittrice, saggista, critica letteraria, giornalista e insegnante, una personalità della cultura piombinese che per diversi decenni seppe costruire intorno alla propria attività letteraria una rete di rapporti capace di oltrepassare ampiamente i confini della provincia. Visse tra Piombino e San Vincenzo e svolse a lungo l’insegnamento delle materie letterarie, dapprima nelle scuole medie e successivamente al liceo classico “Carducci” di Piombino, affiancando alla professione una produzione assai articolata, nella quale poesia, narrativa, critica e attività culturale procedettero parallelamente. La sua vicenda intellettuale appartiene a quella generazione di scrittori che seppe mantenere un rapporto intenso con la realtà provinciale senza rinunciare al confronto con il più ampio panorama letterario nazionale. L’ingresso di Vizzari nella letteratura avvenne attraverso una scrittura che fin dall’inizio mostrò una certa insofferenza per le delimitazioni di genere. Nel 1977 uscì Le lunghe ombre dei campi, opera narrativa che fu finalista al Premio Viareggio; l’anno successivo apparve Otto storie per Elisa, cui seguirono Un letto per Penelope nel 1980, La casta Elena nel 1981 e Il barone di Volpara nel 1984, mentre Medea sarebbe arrivato nel 1990. Accanto alla narrativa prese forma una produzione poetica altrettanto continua, inaugurata da Se mi sorprendo, pubblicata nel 1980 con una prefazione di Carlo Betocchi, e sviluppatasi attraverso raccolte come La ragazza di nome Malo, Eclisse di maggio, Dagli albori, L’isola a due sponde, Elle et elle, Edy, Medea e Il giardino dei desideri.
Già questa prima fase mostra una scrittrice interessata a muoversi fra racconto e lirica, fra costruzione narrativa e interrogazione dell’esperienza personale, con una particolare attenzione alle figure femminili e alla loro collocazione dentro storie di desiderio, memoria e identità. Il rapporto con Carlo Betocchi costituisce uno dei nodi più importanti per comprendere la posizione di Vizzari nel panorama letterario italiano: la documentazione conservata presso il Gabinetto Vieusseux registra la sua corrispondenza con il poeta negli anni Settanta e Ottanta e, più in generale, mostra come il nome di Vizzari fosse inserito nella rete di interlocutori della poesia italiana contemporanea (nel fondo di Giorgio Caproni è conservata, per esempio, una lettera della poetessa indirizzata al poeta il 1º settembre 1986, ed il suo nome compare inoltre nella documentazione archivistica relativa a Giancarlo Vigorelli, dove è registrata come interlocutrice piombinese). Questo materiale assume oggi un valore particolare grazie alla pubblicazione, nel 2021, del volume Lettere a Giovanna Vizzari (1978-1986), curato da Ruggero Albisani, che ha restituito un carteggio nato negli ultimi anni della vita di Betocchi e caratterizzato da un rapporto umano e letterario di particolare intensità. La relazione con Betocchi ebbe inoltre una conseguenza concreta nella vita culturale della città. Nel 1982 fondò insieme al poeta il Premio letterario nazionale “Città di Piombino”, iniziativa destinata a diventare uno dei principali luoghi di incontro fra la città e la letteratura italiana contemporanea. Nel corso delle sue edizioni il premio accolse infatti figure di primo piano come Mario Luzi, Maria Luisa Spaziani, Giorgio Caproni e Anna Maria Ortese, mentre nelle giurie comparvero nomi quali Giuliano Manacorda, Sauro Albisani, Davide Puccini, Luciano Luisi e Guglielmo Petroni. Dopo la morte di Betocchi, il premio assunse il suo nome, trasformandosi progressivamente in un appuntamento di più ampia risonanza e trasferendosi infine a Firenze. Ne rimase l’animatrice e la segretaria fino al 1999, seguendo con particolare attenzione anche la sezione rivolta alle scuole.
Vizzari considerava la letteratura come una pratica capace di creare relazioni e di produrre una comunità intorno ai libri; per quasi vent’anni il Metropolitan di Piombino divenne un luogo nel quale una città industriale della costa toscana poteva incontrare direttamente poeti, narratori e critici che appartenevano al circuito nazionale, mentre la presenza della sezione scolastica collegava la manifestazione all’insegnamento e alle nuove generazioni di lettori. Attraverso di lei Piombino entrava periodicamente in rapporto con una parte importante della letteratura italiana del secondo Novecento. Parallelamente all’attività pubblica, la sua poesia proseguì con una notevole continuità: dopo L’isola a due sponde, premiata nel 1986 con diversi riconoscimenti, arrivarono Infinito percepire nel 1996 e Seme delle memorie nel 1998, due titoli che già suggeriscono una direzione precisa della sua ricerca (la percezione e il ricordo diventano infatti strumenti attraverso i quali l’esperienza viene trasformata in materia poetica). Infinito percepire ottenne il Premio Circe Sabaudia, mentre Seme delle memorie ricevette il Premio Pallavacino; le sue opere continuarono inoltre a essere registrate nei repertori della poesia toscana del Novecento, dove compaiono, fra gli altri, L’isola a due sponde, L’inganno tessitore, Una piazza in mezzo al mare, Il libro dei sogni e Bella. Accanto alla poesia, Vizzari sviluppò anche una riflessione teorica sulla scrittura: scrisse infatti il saggio breve La cosa e le parole, pubblicato nel volume Codici della poesia e dello scriba, seconda pubblicazione della collana “Verso”, curata dall’Associazione per le ricerche sulla scrittura. Il volume comprende un’ampia sezione dedicata all’analisi delle più interessanti tendenze linguistiche della poesia degli ultimi anni e raccoglie il dibattito di alcuni tra i più autorevoli teorici e critici della poesia italiana: Giorgio Barberi Squarotti, Domenico Cara, Franco Di Carlo, Rodolfo Di Biasio, e molti altri. È soprattutto con L’inganno tessitore, pubblicato da Book Editore nel 2001, che questa ricerca sembra assumere una forma particolarmente consapevole: il volume viene presentato come un libro collocato sul confine fra prosa e poesia, costruito come un percorso nella memoria e accompagnato dalla presenza di un alter ego; la descrizione editoriale insiste inoltre sulla coscienza del “mezzo storico-poetico” e sul problema del fare poesia all’inizio del nuovo millennio. Il titolo stesso suggerisce una concezione della memoria come materia da tessere e ritessere, nella quale il ricordo non coincide con la semplice conservazione del passato, ma implica trasformazione, selezione e costruzione (La poesia di Vizzari appare così sempre più interessata al rapporto fra ciò che è stato vissuto e ciò che la scrittura può restituire, alterare o nuovamente interpretare). L’opera ricevette nel 2001 anche il Premio Alghero Donna per la poesia, confermando il riconoscimento nazionale raggiunto dalla sua opera. La centralità della memoria è già leggibile in Seme delle memorie e trova una formulazione ulteriore in opere successive come Il libro dei sogni e Una piazza in mezzo al mare, entrambe pubblicate nel 2006. In questi titoli si può riconoscere una scrittura che tende continuamente a mettere in rapporto spazio, ricordo e immaginazione: il “seme”, il “giardino”, l’“isola”, la “piazza”, il “mare” e il “sogno” sono immagini nelle quali la dimensione concreta dell’esperienza viene progressivamente trasformata in uno spazio interiore. Non sarebbe corretto ricondurre l’intera produzione di Vizzari a una poetica univoca, data la sua ampiezza e varietà; esiste tuttavia una costante tensione verso la trasformazione della memoria individuale in materia narrativa e poetica, confermata anche dalla collocazione delle sue opere nei repertori della poesia toscana contemporanea.

La poesia di Vizzari trovò inoltre spazio in importanti antologie dedicate alla scrittura femminile. I componimenti Sentimento e Ad Attilio furono pubblicati nel volume Le donne della poesia. Oltre il femminile, a cura di Domenico Cara e pubblicato da Laboratorio delle Arti. La presenza in questa antologia conferma l’inserimento della sua opera nel dibattito sulla poesia delle donne, ma anche la sua volontà di non essere ricondotta a una definizione esclusivamente identitaria: il “femminile” diventa piuttosto un punto di partenza per interrogare la soggettività, la memoria e il rapporto con l’altro. Le figure femminili però occupano una posizione ricorrente nell’opera di Vizzari: La ragazza di nome Malo, Elle et elle, Medea, Bella ed Eva contro Adamo costituiscono titoli diversi per epoca, forma e impostazione, ma accomunati dalla presenza di identità femminili poste al centro del racconto o dell’interrogazione poetica. Questa attenzione raggiunge una formulazione esplicita con Eva contro Adamo. Una storia di identità di genere, pubblicato nel 2008, dove la questione identitaria entra direttamente nella struttura dell’opera. È significativo che tale interesse compaia in una fase avanzata della produzione: la scrittura di Vizzari continua a spostarsi verso questioni nelle quali memoria personale, costruzione dell’identità e rapporti fra i sessi diventano materia letteraria, senza che ciò cancelli la dimensione narrativa e autobiografica che aveva caratterizzato molte delle opere precedenti. La sua attività letteraria si accompagnò a quella giornalistica e critica. Ella collaborò con L’Umanità, dove è documentata anche la sua attività di critica letteraria, e con altre testate, periodici e riviste di ricerca (un documento relativo al poeta Antonio Donadio registra, per esempio, un suo intervento critico apparso su L’Umanità nel 1993). La critica e il giornalismo rappresentavano così un ulteriore modo di esercitare quella funzione di mediazione che attraversa l’intera sua esperienza, mettendola in relazione con gli autori, le opere e le istituzioni culturali del suo tempo. Negli ultimi anni della sua attività continuò a pubblicare e a partecipare alla vita culturale. Giovanna Vizzari morì all’età di ottantasei anni e, nel ricordarla, la stampa locale mise in evidenza insieme la lunga attività di insegnante, la produzione letteraria, il Premio fondato con Betocchi e il fermento culturale che per molti anni aveva contribuito a creare nella città. È probabilmente proprio nella convergenza di questi elementi che va cercato il significato più duraturo della sua esperienza: Vizzari appartiene alla storia della poesia e della narrativa italiana per le opere che ha scritto, ma appartiene anche alla storia culturale di Piombino per avere costruito intorno alla letteratura uno spazio stabile di incontro, confronto e trasmissione. La sua figura merita, dunque, di essere recuperata entro una storia più ampia della cultura toscana del secondo Novecento, nella quale gli autori che operarono fuori dai grandi centri letterari ebbero spesso un ruolo decisivo nel mantenere viva la circolazione delle idee e dei libri.
L'autore
- Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.
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