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La luce e l’ombra di Raffaello Gambogi

Esistono figure nella storia dell’arte italiana il cui destino critico appare a lungo sospeso tra la precocità del talento e una progressiva, ingiusta marginalizzazione. È il caso di Raffaello Gambogi (Livorno, 27 luglio 1874 – Antignano, 8 febbraio 1943), tra i protagonisti più complessi e affascinanti della pittura livornese a cavallo tra Otto e Novecento. La sua vicenda si sviluppa nel momento di passaggio dalla grande stagione macchiaiola alle molteplici esperienze del periodo postmacchiaiolo e dell’impressionismo toscano, attraversando ambienti diversi: Livorno, Firenze, Torre del Lago, Volterra e nuovamente la costa labronica. La sua biografia artistica è inoltre strettamente legata a quella di Elin Danielson, pittrice finlandese che Gambogi sposò nel 1898 e con la quale condivise una parte fondamentale della propria esperienza umana e professionale. Nato in una famiglia piccolo-borghese, l’artista livornese iniziò a dedicarsi alla pittura da autodidatta, avvalendosi dei consigli del pittore labronico Angiolo Tommasi. Nel 1891 ottenne una borsa di studio del Comune di Livorno che gli consentì di trasferirsi a Firenze e frequentare l’Accademia di Belle Arti di Firenze e dal 1894 seguì, inoltre, le lezioni della Scuola Libera del Nudo di Giovanni Fattori (la sua formazione avvenne quindi direttamente nell’ambiente nel quale la lezione dei macchiaioli continuava a rappresentare il principale punto di riferimento della cultura figurativa toscana). Il sito ufficiale del Museo Civico Giovanni Fattori sottolinea tuttavia come, accanto a Fattori, fosse soprattutto Tommasi ad esercitare un’influenza decisiva sulla prima pittura di Gambogi, evidente nella scelta dei soggetti popolari e nella resa naturalistica. Una delle prime opere importanti è Cacciatore, del 1891, nella quale si riconosce ancora il rapporto con Tommasi; pochi anni più tardi il giovane pittore affrontò il tema dell’emigrazione, destinato a procurargli una precoce notorietà. Gli Emigranti, realizzati intorno al 1894, raffigurano un gruppo di persone in attesa della partenza dal porto e affrontano un fenomeno sociale di grande attualità nell’Italia di fine Ottocento. La tela venne presentata all’Esposizione della Società Promotrice di Belle Arti di Firenze del 1894-1895 e ottenne il «Premio Unico» (ad oggi costituisce una delle opere più note del Museo Fattori e una delle testimonianze pittoriche più significative sul tema dell’emigrazione italiana). Gli Emigranti appartengono ancora alla stagione nella quale Gambogi guarda alla pittura sociale e naturalista, ma già rivelano una particolare attenzione agli effetti luministici e alla costruzione della scena attraverso rapporti cromatici. Negli anni immediatamente successivi la sua produzione si amplia attraverso scene di vita quotidiana, paesaggi, ritratti e vedute, mentre l’attività espositiva gli permette di uscire progressivamente dall’ambito strettamente livornese. Nel 1896 ottenne il Premio Firenze con All’uscita della messa e nel 1898 partecipò all’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Torino con Cantiere.

Un passaggio decisivo avvenne nel frattempo attraverso l’incontro con Elin Danielson; la pittrice finlandese, giunta in Italia per completare la propria formazione artistica, apparteneva a una cultura figurativa diversa da quella toscana, pur essendosi inserita profondamente negli ambienti artistici italiani. Gambogi ed Elin si sposarono nel 1898 e si trasferirono a Torre del Lago, dove entrarono nell’ambiente degli artisti raccolti intorno a Giacomo Puccini e al Club La Bohème. La documentazione relativa a quel contesto mostra la presenza, accanto ai Gambogi, di Ferruccio Pagni, Francesco Fanelli, Angiolo e Lodovico Tommasi, Plinio Nomellini e altri artisti che partecipavano alla vivace esperienza artistica e conviviale torrelaghese (un contributo specifico sul rapporto fra i due pittori era già stato pubblicato da Giovanna Bacci di Capaci nel catalogo I pittori del lago. La cultura artistica intorno a Giacomo Puccini del 1998). Il soggiorno a Torre del Lago rappresentò una fase fondamentale per Gambogi; la sua pittura si orientò verso una maggiore attenzione alla luce e alla relazione fra colore e atmosfera, mentre il confronto con Elin contribuì a creare un dialogo artistico particolarmente originale. La definizione di Gambogi come semplice postmacchiaiolo rischia infatti di essere riduttiva se applicata indistintamente all’intero arco della sua produzione: nel corso degli anni il pittore attraversò esperienze differenti, passando dalla cultura figurativa fattoriana a una sensibilità sempre più attenta agli effetti luministici e, nella maturità, a una pennellata più libera e sintetica. Con la fine del secolo Gambogi tornò nell’area livornese e si stabilì ad Antignano, che sarebbe diventato il principale luogo della sua ricerca matura. Il paesaggio costiero, le strade del borgo, la vegetazione, il mare e le campagne circostanti entrarono con continuità nella sua pittura. Nel frattempo, la sua vita personale attraversò una fase difficile: tra il 1905 e il 1909 soggiornò più volte a Volterra, dove venne ricoverato nell’ex Frenocomio di San Girolamo per problemi psichici (la documentazione relativa a questi ricoveri sarebbe diventata, molti decenni più tardi, una delle fonti principali per la nuova interpretazione della sua biografia). Tra le opere conservate oggi al Museo Fattori che permettono di seguire la maturazione del suo linguaggio si trovano il Ritratto della moglie, del 1905, e Via della Bassata, databile intorno al 1913. Nel primo caso Gambogi rappresenta Elin attraverso una costruzione cromatica nella quale la figura e l’ambiente sono strettamente connessi; nel secondo la veduta urbana livornese viene sintetizzata attraverso una pennellata più corposa e rapida. La morte di Elin, avvenuta ad Antignano il 31 dicembre 1919, rappresentò una frattura profonda nella vita di Gambogi il quale, dopo la scomparsa della moglie, iniziò ad isolarsi progressivamente e la sua presenza nel circuito artistico divenne sempre più sporadica. Continuò tuttavia a dipingere, concentrandosi soprattutto sul paesaggio della costa livornese, con Antignano, Chioma e Quercianella che divennero così i luoghi ricorrenti della sua produzione degli anni Venti e Trenta. Gambogi morì a sessantotto anni e la sua vicenda avrebbe conosciuto per molti decenni una fortuna critica discontinua: il pittore labronico era stato apprezzato durante la giovinezza e aveva ottenuto riconoscimenti importanti, ma la sua posizione nella storia dell’arte italiana risultò progressivamente meno definita rispetto a quella di altri protagonisti della generazione postmacchiaiola. Fra i riferimenti della seconda metà del Novecento va ricordato almeno Gastone Razzaguta, che inserì Gambogi nella propria ricostruzione degli artisti labronici in Virtù degli artisti labronici del 1985. Un contributo specifico sul rapporto con Elin Danielson era poi comparso nel 1998 nel già citato catalogo I pittori del lago, a cura di Andrea Conti, Giovanna Bacci di Capaci e Paola Chini Poldori. È tuttavia nell’ultimo decennio che la critica ha restituito a Gambogi il suo corretto rilievo storico:

  • La mostra di Collesalvetti (2017): La retrospettiva Raffaello Gambogi 1874-1943. Il tempo dell’Impressionismo, curata da Francesca Cagianelli alla Pinacoteca Servolini, ha fornito per la prima volta una lettura antologica organica, affrancando il pittore dalla mera qualifica di «postmacchiaiolo» per evidenziarne la matrice luministica e impressionista.
  • Il progetto di Volterra (2022): Nell’ambito di Volterra22, la rassegna Raffaello Gambogi (1874-1943): arte e sublimazione e il collaterale progetto Le pazze di Volterra hanno scandagliato l’esperienza manicomiale dell’artista, incrociando storia della medicina, documentazione d’archivio e storia dell’arte.
  • La grande antologica al Museo Fattori (2023-2024): Con la mostra Raffaello Gambogi. Arte come rivelazione, curata da Giovanna Bacci di Capaci e organizzata da Cooperativa Itinera con Fondazione Livorno nell’ottantesimo anniversario della morte, si è giunti a una sintesi cruciale. L’esposizione ha messo in luce sia la reciprocità del confronto con Elin Danielson sia il valore documentario e umano delle cartelle cliniche volterrane, trasformando l’evento in un cantiere di ricerca multidisciplinare proseguito anche con incontri di approfondimento sul tema del rapporto tra arte e follia.

La vicenda di Raffaello Gambogi si rivela oggi un prezioso tassello per comprendere la transizione della cultura figurativa italiana dall’Ottocento al Novecento. La sua opera si pone infatti come cerniera ideale tra il rigore formale di Fattori, le aperture liriche di Tommasi e Nomellini e un respiro cromatico squisitamente europeo. Se la recente stagione espositiva ha finalmente ricostruito il profilo biografico e critico dell’artista, l’indagine rimane aperta: l’ampia dispersione delle sue opere in collezioni private e la necessità di un’ulteriore contestualizzazione del suo dialogo con la pittura nordica offrono ancora fecondi territori di studio per la storiografia d’arte contemporanea.

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.