Professore ordinario dell’Università di Bucarest, nonché membro della prestigiosa Academia Română, Liviu Ornea affianca al rigore della ricerca matematica una scrittura nutrita di coscienza storica e sensibilità umanistica. Nei saggi di Varietăți conexe (2008) e Bifurcații (2014), come pure nella critica teatrale, la riflessione culturale si apre in lui all’esperienza vissuta. Dall’esordio narrativo di Viitorul anterior (2020) ai romanzi Viața ca o glumă proastă (2022) e O geometrie a tandreței (2024), la sua prosa esplora la memoria e l’identità, con un’ironia percorsa da inquietudine etica e un’attenzione costante al rapporto fra vicenda individuale e storia romena. La traduzione dall’italiano e dal francese estende questa ricerca al confronto con altre voci, fra cui Alberto Moravia, Antonio Tabucchi, Paolo Giordano e Jean-Claude Grumberg. Il Premio Italo Calvino, conferitogli nel 2025 per la versione romena di Tasmania di Paolo Giordano, non ha fatto che riconoscere il valore di tale mediazione. Scrittura e traduzione delineano così un itinerario intellettuale nel quale la letteratura diviene conoscenza dell’umano e dialogo fra culture.
Un percorso insolito, parrebbe, eppure quanto mai fertile nel tuo caso specifico, quello di uno studioso ampiamente riconosciuto di discipline esatte che coltiva con successo un coté all’apparenza assai distante: le umane lettere! Sappiamo che esistono diversi antecedenti, e proprio all’interno della stessa cultura romena mi piace ricordare almeno un predecessore illustre: il docente di geometria e algebra dell’Università di Bucarest, Dan Barbilian, che con lo pseudonimo di Ion Barbu è diventato uno dei grandi nomi della vostra poesia interbellica, avendoci lasciato un mirabile volume di versi – risalente a poco meno di cento anni fa – ermeticamente intitolato Gioco secondo (opportunamente tradotto in italiano qualche decennio fa da Aldo Cuneo, per l’editore Giardini, col titolo Liriche), nonché il libro In cerca di lumache. Credo che sarebbe interessante conoscere meglio le motivazioni che ti hanno portato a diventare scrittore.
Come sai, mio padre era uno scrittore e un critico, sono cresciuto in una casa piena di libri, ho conosciuto scrittori da piccolo, con alcuni sono poi rimasto amico. Mio padre non mi ha mai incoraggiato in questa direzione e, se ho avuto, come chiamarle?, delle poussée adolescenziali, ha saputo come scoraggiarmi. Da ebreo convinto, mi voleva ingegnere o medico, mestieri meno controllati dall’ideologia e dove il fatto di avere parenti all’estero non era così grave. La medicina non mi interessava, la tecnica è rimasta per me ancora oggi una sconosciuta ma, per fortuna, la matematica mi è sempre piaciuta. Possiede quel lato di astrazione che mi ha affascinato sin dall’inizio. Non ho mai praticato matematica applicata, non la disdegno, ma preferisco quella che si chiama matematica pura, la mia specialità è di fatto la geometria differenziale. La matematica mi ha abituato a ragionare correttamente (o almeno lo spero), a motivare se non proprio a provare ogni affermazione, a portare esempi a favore, e credo di essere arrivato così alla saggistica – cui mi sono dedicato pubblicando per quindici anni regolarmente sul settimanale Observator cultural – e anche alla critica teatrale, forse avvertendo la necessità di opporre un discorso articolato e motivato all’impressionismo dominante. Mi piace credere che i miei articoli mostrino un certo rigore, non granché frequente nel relativo campo. È capitato poi che alcuni commentatori dei miei volumi di saggistica mi abbiano accreditato come un “prozator care se ignora” (aiuto!!) e questo è avvenuto, credo, quando qualcosa era già maturato in me e che mi ha poi spinto a scrivere letteratura di finzione. È d’altronde vero che in molti dei miei articoli era già presente un qualche touch letterario, messo lì deliberatamente. E così, a sessant’anni, ho debuttato con il mio primo libro di prosa.
Tu hai esordito pubblicando un volume di saggistica, Varietà connesse (2008, darò qui i titoli in traduzione italiana per agevolare i lettori della rivista), seguito da Biforcazioni (2014) e da Un matematico a teatro (2014), poi nel 2020 è apparso il tuo primo libro di prosa, Il futuro anteriore, una riflessione profonda sulla vecchiaia e la morte, cui hanno fatto seguito i romanzi La vita come un brutto scherzo (2022) e Una geometria della tenerezza (2024), quest’ultimo definito da un noto critico come “il romanzo dei sopravvissuti”. Mi piacerebbe che ci introducessi, con la pacatezza riflessiva che caratterizza la tua idea di letteratura, nel tuo personale atelier di scrittura creativa.
È vero, sono questi i temi miei prediletti. Il primo romanzo, Il futuro anteriore, lo scrissi quasi senza respirare, era già pronto dentro di me, avevo solo da scriverlo. Gli altri due, poi, si sono fino ad ora inseguiti naturalmente e hanno approfondito, sviluppato i temi del primo volume: invecchiamento, pensiero e aspettativa della morte, memoria (e la coscienza, a mano a mano, della sua perdita), amori falliti, la condizione dell’ebreo assimilato che ha perso l’identità religiosa, sentendosi e dentro e fuori, dipendente dallo sguardo altrui. Sembra difficile mettere assieme tutti questi motivi in un unico libro, mi auguro però di esserci riuscito in Una geometria della tenerezza e anche in La vita come un brutto scherzo dove centrale è anche il tema dello scienziato lucido che si autovaluta impietosamente – tema presente anche nella Geometria…, ma con minore rilevanza. Come sai, quello che scrivo viene chiamato dagli studiosi di letteratura autofinzione (parola che peraltro mi piace). Ma non si tratta solo di una finzionalizzazione della propria vita. Io sono sempre stato un lettore appassionato e in ciò che scrivo vado combinando varie influenze letterarie (Proust è molto importante per me, ma pure Faulkner, Sebald e molti scrittori romeni tra cui I.L. Caragiale e Radu Cosașu), influenze che cito anche esplicitamente o le riferisco, le vado commentando, con vicende finzionalizzate della mia esperienza e, senza alcun dubbio, con episodi inventati; utilizzo molto il monologo interiore, e questo mi permette di intercalare piccoli brani di riflessione quasi saggistica. D’altra parte, credo di essere un buon ascoltatore e osservatore allo stesso tempo e questo, dicono alcuni, fa sì che i miei dialoghi appaiano molto credibili.
La varietà dei tuoi interessi e in primo luogo la curiositas che hai verosimilmente coltivato nella sia pur compressa temperie culturale dei circoli intellettuali romeni dell’ultimo decennio ceaușista (come in quella più specificatamente ebreo-romena, presumo – che avrai respirato da sempre in casa e nel giro delle amicizie di tuo padre Zigu, su cui potrai anche soffermarti qui, se credi, per un pubblico di lettori meno provvisto di una informazione adeguata –, che ha da sempre avuto una vocazione sovranazionale, già a partire dall’avanguardismo Dada) che ruolo hanno per caso avuto, ti chiedo, nel determinare una ulteriore tua autentica dedizione al dominio della letteratura più in generale?
Grazie, Bruno, per questa domanda e per l’occasione di ricordare mio padre – che tu hai conosciuto ben prima che noi ci conoscessimo. È vero che sono cresciuto tra libri e personaggi interessati soprattutto alla letteratura, alla storia, gente che non faceva altro che leggere, ascoltare musica, vedere teatro e film… Questi erano i temi che sentivo discutere a casa quando avevamo ospiti, oppure quando andavamo dagli amici dei miei genitori (e la politica, senza dubbio). A casa nostra non esistevano giochi, nemmeno gli scacchi – questi e il backgammon me li ha insegnati il mio nonno materno, a giocare a carte ho imparato da studente e non sono diventato mai un giocatore appassionato, né di giochi d’azzardo, né di altro tipo. Così, da piccolo, la mia attività principale è stata la lettura. Prima del liceo, sono stato quel tipo di ragazzo che non fa stronzate e poi un allievo noioso, sempre il primo della classe e dell’istituto, del pari con le ragazze. Al liceo mi sono svegliato un po’, sicché non ho mai più ottenuto una premiazione alla fine dell’anno scolastico.
I miei genitori erano ebrei del tutto assimilati ed atei. La loro ebraicità, che loro coltivavano e che mi hanno trasmesso in quanto tale, era essenzialmente culturale – forse la più invisa agli antisemiti perché non vi ritrovano granché da rimproverarle. D’altra parte, per rispondere alla tua domanda, cosa che forse ti stupirà, nella cerchia di mio padre non c’erano molti ebrei, io ricordo soprattutto Radu Cosașu, Dumitru Solomon, Ion Ianoși e Ludwig Grünberg, che tu hai conosciuto presumo. I primi due erano scrittori, gli altri due filosofi, tutti molto importanti per la nostra cultura, ma sconosciuti fuori dal paese, perché non tradotti. Tutti loro erano, come i miei genitori, completamente assimilati e atei. Mio padre, da piccolo, parlava yiddish, e se lo ricordava anche in età avanzata; io non l’ho imparato mai, purtroppo. Nelle festività religiose non andavamo al tempio, né le celebravamo a casa. Quando ho dovuto recitare il kaddish ai funerali per miei genitori l’ho fatto leggendo la traslitterazione in caratteri latini, proprio come racconto nel mio ultimo libro. Certo che ho letto fin da giovane la Bibbia (solo in traduzione romena, nelle versioni approvate dalla chiesa ortodossa) e non una sola volta, ma la leggo sempre come opera letteraria, storica, filosofica, culturale – chiamala come vuoi, ma senza un fremito religioso che non riesco purtroppo ad avere.
Mi riferisco adesso al secondo e al terzo scrittoio a cui ti dedichi con significativi risultati da un po’ di anni, dando voce romena a scrittori di lingua francese e, ulteriore sorpresa, a scrittori di lingua italiana! Ci piacerebbe sapere più in dettaglio secondo quali percorsi arrivi a scegliere un autore dell’una o dell’altra lingua, qual è il tuo rapporto col mondo editoriale romeno, quanta ricettività c’è oggi in Romania verso gli scrittori contemporanei (e per quelli italiani in particolare?), quali sono gli autori stranieri di maggiore successo oggi e quali sono infine le tue predilezioni specifiche.
Non so se questo background culturale, come si dice ora, del quale ti ho parlato, mi abbia spinto verso l’attività di traduttore, che pratico con gusto dal 2000 in poi – preferisco non psicoanalizzarmi troppo. Traduco letteratura, storia e divulgazione scientifica, soprattutto matematica e fisica (vedo questo lato come un dovere da matematico quale sono). Ho cominciato con traduzioni dal francese, lingua che avevo imparato da bambino, avevo cinque anni quando iniziai – si usava così da noi, ai tempi del comunismo, di offrire ai bambini lezioni private di lingue straniere, ai miei tempi predominavano il francese e il tedesco, venne successivamente l’inglese. Le prime traduzioni sono state due libri di Léon Poliakov, “Il breviario dell’odio” e “Il mito ariano”. Poi sono seguiti libri di scienza… quest’anno è uscita la mia traduzione di “Scrivo l’Iliade”, di Pierre Michon, un capolavoro, forse il testo della cui traduzione ho goduto di più. Per semplicità, rinvio all’elenco completo delle mie traduzioni dal francese presente al seguente link.
L’italiano invece l’ho imparato a scuola, l’ho studiato per sei anni, dalla terza elementare fino alla quarta media (l’ultima classe prima del liceo da noi). C’erano alcune scuole “sperimentali” all’epoca (parlo degli anni ‘70), segno dell’avvicinamento di Ceaușescu al mondo occidentale. Sono capitato in quella scuola perché abitavo in quel quartiere, ero obbligato ad andare lì, non fu dunque una scelta, ma un vero colpo di fortuna. È anche buffo che noi imparavamo le lingue straniere senza potere avere contatto con stranieri, tranne al mare, d’estate, quando incontravamo molti maschi italiani venuti in Romania a rimorchiare. Dall’italiano ho tradotto molto di più, iniziando con Moravia, Tabucchi, poi sono seguiti autori contemporanei quali Janeczek, Missiroli, Giordano, De Luca, ma anche Walter Bonatti… (una lista aggiornata al seguente link). Ho appena finito “Lo Sbilico” di Pierantozzi e lavoro ai “Convitati di pietra” di Mari. Tra gli autori di libri di scienza, mi piace ricordare Parisi, Rovelli (che ho tradotto anche dal francese), Oddifreddi, Andreatta, Zellini… Mi piacerebbe tradurre di più autori classici, ritradurre Moravia, Svevo, Sciascia ma, da una parte, non ho il peso necessario per imporre ciò che m’interessa, dall’altra il mercato ha anche altre istanze al di là del valore letterario e culturale. A proposito delle mie traduzioni dall’italiano, vorrei accennare a una mia perplessità: molti, troppi dei miei amici Italiani, matematici per lo più, spesso giovani, non hanno mai sentito nominare i titoli che io traduco; anzi, non hanno mai sentito menzionare i nomi degli autori contemporanei – certo, i matematici sanno tutti di Giordano, per la sua “Solitudine dei numeri primi”, ma questo non vuol dire che l’abbiano anche letto. È un vero peccato.
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Offriamo qui, in traduzione italiana dell’autore, una storia tratta dalle “Scene dalla vita di Marcel Cohn”, dal romanzo O geometrie a tandreței [Una geometria della tenerezza] di Liviu Ornea, Ed. Nemira, Collana n’autor, București 2024, pp. 45-49.
Martedì, ore undici
Questo era tutto ciò che gli era rimasto di quel meraviglioso giocattolo ricevuto nell’infanzia, Optik Montage – dalla DDR verosimilmente? –, con lenti, prismi e pezzi di plastica dura e nera che potevano essere assemblati in settemila modi diversi: era possibile farci un telescopio, un binocolo, un visore per diapositive, persino un microscopio, così da osservare garze e gocce di sangue che ti strizzavi dal dito indice dopo esserti punto con un ago da cucito arroventato sul fuoco. Era sopravvissuto solo il binocolo, non sapeva più che fine avessero fatto gli altri pezzi. Non era molto potente, un semplice giocattolo, comunque era meglio di niente.
Gli era sufficiente, ad esempio, per osservare l’edificio dall’altra parte del viale. La sera, appena faceva buio, spegneva la luce nella sua stanza e studiava quelli che abitavano di fronte. Era stato fortunato, fin dai primi tentativi aveva adocchiato un monolocale al terzo piano (la posizione lo favoriva: da lui, dal quarto, si vedeva perfettamente il centro della stanza), dove vivevano due giovani che spiava con fervore, sperando di sorprenderli mentre facevano l’amore.
Era una sensazione davvero strana, questa nuova emozione di spiare qualcuno nella sua intimità. Qualcosa di diverso dal guardare a lungo Lucia o dal lanciare occhiate furtive per strada o in metropolitana a qualche ragazza. Guardare attraverso il binocolo gli eccitava la mente in un modo diverso e gli risvegliava i sensi proprio perché, lo avrebbe capito molti anni dopo, sapeva che al riparo del buio non poteva essere scoperto.
Però, o erano loro astinenti, o lui andava a dormire troppo presto – niente, ma proprio nulla di nulla. Dinu e Șerban non gli credevano, lo accusavano di essere egoista e di non voler condividere con loro lo spettacolo. Ma se anche avesse avuto qualcosa da mostrare, come avrebbe potuto? I genitori non gli avrebbero mai permesso di tenere gli amici in casa fin dopo mezzanotte.
In realtà, segretamente si rallegrava di non averli mai sorpresi in quei momenti, ma questo non poteva confessarlo ai ragazzi. Ne era felice perché quei due giovani gli piacevano moltissimo. Non solo perché lei era bellissima – lo era, lo era davvero, non c’era dubbio, con quei capelli lunghissimi, neri come la pece, che le scendevano fino a metà schiena, raccolti in una coda che scioglieva con un gesto sempre identico, che a lui sembrava incredibilmente intimo e armonioso, e con quegli occhi che immaginava castani, anche se non poteva esserne certo, perché il binocolo faceva quel che poteva. Aveva una silhouette slanciata e gambe sottili che spuntavano fuori dalle magliette larghe e un po’ troppo lunghe che indossava in casa –, mentre lui sembrava un tipo a posto, tranquillo, proprio come sarebbe piaciuto anche a Marcel di diventare qualche anno dopo. Non dovevano avere più di trent’anni, forse poco più di venticinque. Ma ciò che lo inteneriva più di tutto erano i gesti affettuosi e delicati che coglieva e aspettava di rivedere ogni sera: il modo in cui lui le accarezzava il capo, il sorriso di lei, che poteva solo intuire dall’espressione del volto e che immaginava limpido, cristallino, quando lui le diceva o le sussurrava qualcosa di dolce, di divertente. E poi, ogni tanto, un semplice bacio sulla guancia… Gli sarebbe piaciuto poter sentire anche ciò che si dicevano, pur sapendo che, con ogni probabilità, erano parole perfettamente banali, che avrebbero spezzato l’incantesimo. Gli sarebbe piaciuto sentire il timbro delle loro voci, le intonazioni, soprattutto il suo riso avrebbe voluto ascoltarlo. Ma andava bene anche così: poteva immaginarsi tutto[1].
Non aveva ancora assistito a nessun bacio appassionato, a nessun preludio amoroso, e quell’estate insolitamente piovosa volgeva ormai al termine: presto lei avrebbe indossato pantaloni e maglioni.
Ogni sera si prendeva la sua dose di intimità rubata (vissuta per procura, avrebbe detto più tardi) e non aveva affatto la sensazione di fare qualcosa di sbagliato o di vergognoso. Quelle scene coniugali, o forse solo di coppia – non poteva saperlo, non aveva alcun modo di intuirlo, completamente privo com’era di esperienza – con la loro dolcezza e il loro placido equilibrio gli trasmettevano un senso di bellezza, di stabilità e di durata, gli davano in qualche modo la certezza che il mondo fosse ben fatto e che ci fosse forse anche per lui una possibilità, un posticino in cui stare.
Martedì mattina era rimasto a casa e, verso le undici, aveva notato qualche movimento alla loro finestra. Era qualcosa di totalmente inaspettato, perché ormai conosceva bene le loro abitudini e ne aveva imparato la routine quotidiana: lavoravano entrambi, nessuno dei due doveva essere in casa prima delle cinque del pomeriggio. Incuriosito, aveva preso il binocolo, si era nascosto dietro la tenda e si era impietrito. Ovvio, era lui con un’altra. Bionda e con i capelli corti, non riusciva a vederle bene il viso, ma di certo non era lei. O forse si era tagliata i capelli e fatta la tinta? Impossibile, non la riconosceva, si muoveva in modo diverso, più sinuoso, non era lei, non poteva esserlo. Però era bella, niente da dire.
Di lui, invece, riconosceva i gesti: accarezzava anche questa nello stesso modo, la baciava delicatamente sul capo, sulla guancia. Sembrava innamorato esattamente come con l’altra. Ma che sta facendo? La sta spogliando! E lei lo lascia fare, sembra che le piaccia. Pazzesco! E nemmeno hanno tirato le tende, non gliene fregava niente che qualcuno potesse vederli.
Era sotto shock. Quel tizio era davvero uno stronzo, sul serio! Un porco!
Aveva desiderato una scena di sesso come nei porno che a volte guardava in videocassetta, e ora ce l’aveva davanti agli occhi. O meglio, in parte, perché dal suo angolo il letto si vedeva appena. Aveva però assistito all’inizio del preludio meglio che al cinema, lo spogliarsi in piedi, i baci – da urlo. Per fortuna il binocolo si poteva tenere con una mano sola – ma questo ai ragazzi non lo raccontò.
Rimase con il binocolo fisso sugli occhi finché non li vide di nuovo in piedi, rivestendosi. Era passata circa un’ora da quando la ragazza era arrivata. S’infilò qualcosa in fretta e scese di sotto, piazzandosi in agguato vicino alla loro scala: non dava nell’occhio, si riparava anche lui dalla pioggia sotto la tettoia di lamiera. Uscirono uno dopo l’altro, senza parlarsi, come se non si conoscessero. Si evitavano. Almeno adesso, visto che di sopra… La seguì fino alla metro, non aveva nemmeno bisogno di nascondersi, lei con l’ombrello, lui senza, la superò e la osservò il più attentamente possibile, per convincersi che non era lei: e non lo era.
Verso le nove di sera, riprese il binocolo. Le solite scene con la mora. Accidenti, ma questa non sospetta proprio niente! Il tipo si comportava esattamente come sempre: tenero, dolce, affettuoso.
Un sapore amaro gli riempì la bocca, gli venne la nausea, gli veniva da vomitare. Chiaramente, quel tizio era un ipocrita. Ma… e se non lo fosse? Dai, Signore, siamo seri, come può amarle entrambe[2]?
Non poteva stare sempre a casa, ma il martedì successivo si organizzò per non uscire. La scena si ripeté, più o meno alla stessa ora.
Lo raccontò ai ragazzi: alzarono le spalle, rimasero indifferenti. Lui era indignato. Non capiva. Odiava quel maledetto disonesto, un bugiardo schifoso, e odiava i suoi amici che non reagivano, come se non stesse succedendo una porcata proprio sotto il loro naso – non sarebbe passato molto tempo prima che Marcel si chiedesse seriamente cosa significasse davvero essere amici di qualcuno se non lo capisci e non anticipi i suoi tormenti; per ora, comunque, non teorizzava le proprie esperienze.
Pensò sul serio di punire lui il tipo dirimpetto: seguirlo, colpire quel mascalzone o semplicemente sputargli in faccia come meritava, gridargli qualcosa di brutto che gli facesse capire il perché e scappare via, ma, a suo merito, realizzò la stupidità del piano. Gli dispiaceva comunque tantissimo per quella ragazza bella, con i capelli lunghi e neri, di cui quei due si stavano prendendo gioco…
I ragazzi dicevano che era un cretino, e che, se quella ragazza non si era accorta di nulla – e non se n’era accorta chiaramente, siamo d’accordo, no? – allora non soffriva, sicché lui non le faceva nessun male e, anzi, bravo lui che se la faceva con entrambe. No? E poi, dicevano: perché mai lui o chiunque altri avrebbe dovuto intromettersi per aprirle gli occhi e sistemare le cose? Cosa c’entravano loro o chiunque altri con la vita di quei due? Chi erano, Zorro, per fare giustizia nel mondo?
E poi Dinu aggiungeva che bisognava guardare anche dall’altro punto di vista, quello della bionda, perché magari nemmeno per lei era facile. Forse anche lei lo amava davvero, non solo per scopare, ma non poteva averlo tutto per sé, e per questo si vedevano di nascosto, con un programma fisso, un’ora alla settimana, il martedì dalle undici a mezzogiorno. Ed era una roba tristissima.
A quel punto rincarò la dose anche Șerban: “Ragazzi, sappiate che, tra quei tre, quelli che soffrono di più sono la bionda e il ragazzo, non la mora, perché lei non sa niente ed è felice nella sua ignoranza. Quindi lasciateli stare, cazzo, che si sbattano con chi vogliono.”
E con questo chiusero la discussione.
Marcel però non era convinto. Più ci pensava, meno riusciva a farsi un’idea e l’immagine diventava sempre più confusa. Smise di discutere con loro di questa cosa perché sentiva che, per quante argomentazioni razionali e pratiche gli portassero i suoi amici o quante ne trovasse lui stesso, e non era difficile, qualcosa di brutto, sporco e disonesto restava in tutta quella storia triangolare, e questo indipendentemente dal se la mora l’avrebbe mai scoperto o meno.
In ogni caso, rinunciò per sempre al gioco del binocolo[3].
[1] Alcuni anni dopo, durante la prima lettura di Proust, per il quale più tardi avrebbe sviluppato una vera passione, Marcel sarebbe rimasto stupito nel leggere da qualche parte, in Il tempo ritrovato, questa frase: “Tante volte, nel corso della mia vita, la realtà mi ha deluso perché, nel momento in cui la percepivo, la mia immaginazione, l’unico organo con cui potevo godere della bellezza, non poteva applicarsi ad essa a causa della legge inevitabile che ci permette di immaginare solo ciò che è assente”.
[2] Era ancora ingenuo, casto, con anima e mente limpidissime, il nostro Marcel, nemmeno le pulsioni impudiche avevano qualcosa di sporco in lui, l’autore lo dice in tutta serietà, assumendosi il rischio dell’ossimoro. Per Marcel non sarebbe durato a lungo.
[3] Negli anni che seguirono avrebbe gradualmente scoperto che il motivo dello spionaggio nell’appartamento di fronte era molto utilizzato nel cinema, da Hitchcock fino a Kieślowski e oltre, e negli anni 2000, in un piccolo cinema parigino di rue Cujas, chiamato Accattone (in onore di un vecchio film di Pasolini), avrebbe visto Bianca di Nanni Moretti, regista di cui si era innamorato grazie a Caro diario, e avrebbe realizzato, senza sospettarlo, che aveva anticipato o semplicemente ripetuto la storia del personaggio del film, un professore di matematica delle superiori che, a differenza di lui, aveva ascoltato il primo impulso giustiziere, si era rifiutato con fermezza di guardare le cose anche dalla prospettiva dell’altro e, in maniera radicale, aveva portato le cose fino all’estremo: aveva ucciso cioè gli adulteri, ristabilendo così, in una certa misura, l’ordine morale nell’universo. E, ancora più tardi, sarebbe rimasto stupefatto dalla corrispondenza nel titolo di un film romeno che parlava, guarda caso!, di relazioni adulterine e delle sofferenze che esse generano: Martedì, dopo Natale.
L'autore
- Bruno Mazzoni (Napoli, 1946), già professore di Lingua e Letteratura Romena all’Università di Pisa (avendo altresì insegnato nelle Università di Bucarest, UBB/Cluj-Napoca, della Calabria, Roma-La Sapienza, Firenze) e Preside per due mandati della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, è stato membro fondatore dell’Associazione Italiana di Romenistica-A.I.R. ed è doctor honoris causa dell’Università di Bucarest e di Universitatea de Vest di Timişoara. Ha pubblicato studi sulla poesia romena (I. Budai-Deleanu, M. Eminescu, T. Arghezi, I. Barbu, N. Stănescu, A. Blandiana, M. Cărtărescu), ha curato l’edizione critica di un ampio carteggio B.P. Hasdeu-Hugo Schuchardt (Liguori, 1984), di un ampio corpus di iscrizioni del cosiddetto “Cimitero allegro” di Săpânţa (ETS, 1999), si è occupato di problemi di storia della linguistica romena e romanza del XIX sec., ha coordinato il volume Geografia e storia della civiltà letteraria romena nel contesto europeo (Pisa University Press, 2010, insieme con A. Tarantino). Ha tradotto versi e prosa dall’opera di Ana Blandiana (Un tempo gli alberi avevano occhi, Donzelli, 2004, in collaborazione con Biancamaria Frabotta; L’orologio senza ore, Elliot, 2018, Variazioni su un tema dato, Donzelli, 2023), di M. Blecher (Accadimenti nell’irrealtà immediata, Keller, 2012; Cuori cicatrizzati, ivi, 2018), di Mircea Cărtărescu (per l’opera in prosa, edita da Voland: Travesti, 2000, 20162; Nostalgia, 2004, 20122; Perché amiamo le donne, 2009; i tre volumi L’ala sinistra, 2008, Il corpo, 2015, L’ala destra, 2016, che compongono l’ampia trilogia intitolata Abbacinante; il prosimetro Il Levante, 2019; per il Saggiatore, Solenoide, 2021 e, per La Nave di Teseo, Melancolia, 2022; nonché due antologie di versi cartareschiani: Poesie d’amore. CD doppio, Pagine, 2003; Il poema dell’acquaio, Nottetempo, 2015), di Denisa Comănescu (Ritorno dall’esilio, in collaborazione con Mihai Banciu, Transeuropa, 2014), di Herta Müller, premio Nobel 2009 per la Letteratura, con l’unico suo libro di versi-collage composto in lingua romena (Essere o non essere Ion, Transeuropa, 2012), di Matei Călinescu (Vita e opinioni di Zacharias Lichter, Spider&Fish, 2021), di Matei Vişniec (Lisistrata, mon amour), di Cătălin Pavel (L’archeologia dell’amore. Dal Neanderthal al Taj Mahal, NEO ed., 2022). Per l’attività scientifica e culturale svolta per la diffusione della Romenistica in Italia, gli è stato conferito dal Governo romeno l’Ordine Nazionale “al merito” col titolo di Comandor (2002); per la sua attività di traduttore dal romeno ha ricevuto, da parte del Presidente della Repubblica Italiana, il Premio nazionale per la Traduzione del Ministero dei Beni Culturali (2008), è stato insignito infine dall’Università di Pisa dell’Ordine del Cherubino (2013).


