Tutto comincia con una svista. Isacco Turina – sociologo dell’Università di Bologna, poeta e autore dei racconti Gli intrusi pubblicati con la mia casa editrice – mi aveva scritto per alcune questioni. Rispondendo, sono andato a pescare — non so bene come, tra le pieghe della posta — una sua vecchia email, di qualche tempo prima, in cui mi chiedeva come stessi io. Ho risposto a quella, non alla domanda che mi aveva appena fatto: gli ho confessato, più o meno, che in casa editrice ricevo lodi sperticate per il catalogo e per la qualità dei libri, ma che le vendite restano poche, e che non saprei dire come stiano davvero le cose. Solo in un secondo momento mi sono accorto dell’equivoco, e gliel’ho segnalato.
Dal canto suo, Isacco ha sottolineato che si trattava di un provvido errore dal momento che aveva trovato interessanti le mie parole su quello che ha chiamato lo “strabismo” della casa editrice, e mi ha incoraggiato a condividerle pubblicamente, convinto che la mia esperienza fosse rappresentativa di quella di altri piccoli editori.
“Strabismo”, nella sua risposta, valeva doppio: c’era della goliardia per aver risposto all’email sbagliata, e c’era — più seriamente — lo strabismo di cui parlavo senza saperlo, quello tra le lodi che ricevo per il catalogo e i numeri che vedo a fine mese. È di questo secondo strabismo che vorrei provare a scrivere.
La definizione: due sguardi veri che non si sovrappongono
Lo “strabismo editoriale” può essere definito come quella condizione strutturale – prima ancora che psicologica – per cui il riconoscimento simbolico di un catalogo (recensioni autorevoli, stima dei colleghi, affetto dei lettori forti) non si traduce automaticamente in sostenibilità economica. Non è un giudizio contraddittorio, né un’incoerenza da spiegare: sono due misurazioni distinte, condotte da osservatori diversi, con strumenti che non comunicano tra loro.
La sociologia della cultura ne ha da tempo individuato le radici. Pierre Bourdieu, nella sua analisi del campo editoriale, ha mostrato come il libro sia un oggetto intrinsecamente doppio: merce economica e concentrato di significato culturale allo stesso tempo. L’editore, di conseguenza, è una figura costitutivamente scissa, chiamata a conciliare l’amore per la letteratura e la logica del profitto. Lo strabismo nasce proprio quando le due logiche divergono: da un lato l’editore indipendente accumula capitale simbolico – reputazione, prestigio, fedeltà degli autori; dall’altro sperimenta l’impermeabilità di quel capitale rispetto alle leggi del capitale economico a breve termine. Non è un’accusa al lettore che apprezza senza comprare, né un rimprovero al mercato cieco davanti alla qualità: è la semplice presa d’atto di una scissione di sistema.
Anche gli studi più recenti sull’ecosistema del libro (penso in particolare al lavoro di Chiara Faggiolani) insistono su questa frattura: da un lato lo sguardo degli studi editoriali, che osserva il libro come prodotto commerciale dentro logiche di fatturato; dall’altro lo sguardo della sociologia della lettura, che lo considera un’esperienza relazionale e trasformativa. Lo strabismo editoriale si consuma esattamente nella distanza tra questi due sguardi, entrambi veri, entrambi necessari, e ostinatamente non sovrapponibili.
Lo sguardo verso l’alto: il catalogo, la cura, il riconoscimento
Costruire una casa editrice indipendente significa, prima di tutto, compiere una scelta di campo: il catalogo diventa un’opera coerente, definita da un’identità precisa, e non la somma casuale di occasioni commerciali. È quello che provo a fare da oltre vent’anni con Graphe.it edizioni, attraverso collane fortemente caratterizzate che rifiutano la logica del volume standardizzato. È la stessa idea che ho provato a spiegare in un editoriale sul sito della casa editrice, Quando non partecipare è una scelta editoriale: la presenza culturale non coincide sempre con l’esserci fisicamente, in ogni fiera, a ogni costo.
Su questo punto, poche righe mi sembrano dire più di molte pagine. Scrive Luigi Spagnol: «Un editore può (anzi deve, credo) sforzarsi di capire i gusti del pubblico, ma alla fin fine l’unico gusto di cui sa veramente qualcosa, l’unico di cui si può veramente fidare, è il proprio, per quanto imbastardito.» (Luigi Spagnol, Correre davanti alla bellezza, Longanesi, 2021, 15).
È il primato del gusto personale, e del coraggio che comporta, a rendere le case editrici indipendenti compagne di strada della ricerca culturale — a permettere, per usare le parole con cui Marco Cassini (minimum fax, sur) ha teorizzato la “decrescita editoriale”, di rifiutare il ricatto di un mercato che impone l’iperproduzione come unica via per non sparire dagli scaffali. Produrre meno per produrre meglio significa difendere l’artigianalità del libro – dalla cura della traduzione alla qualità della carta – ma anche restituire a lettori, critici e librai il tempo di accogliere le opere, proteggendo quella che oggi si chiama bibliodiversità dalla saturazione commerciale.
Questo lavoro di selezione ottiene, di tanto in tanto, un riconoscimento anche istituzionale. Nel bando “Voucher di sostegno per i piccoli editori” promosso dal Ministero della Cultura nel 2026, i piccoli editori sono stati descritti come una componente vitale dell’ecosistema culturale nazionale, capace di difendere la bibliodiversità e valorizzare cataloghi coraggiosi – parole che, per una volta, un piccolo editore può leggere senza sentirsi retoricamente addobbato. Ma è proprio qui che lo strabismo si mostra nella sua forma più nitida: quel riconoscimento – statale, accademico, intellettuale – non risolve da solo la sussistenza materiale dell’impresa. Le misure di sostegno, per quanto meritorie, intervengono su singoli segmenti operativi senza sanare la fragilità strutturale del mercato. Il prestigio è massimo; la terra sotto i piedi continua a tremare.
Del resto, chi ama i libri lo sa da tempo che la loro sovrabbondanza è insieme la loro condanna e la loro forza. Lo scriveva già Gabriel Zaid in un libriccino a cui sono affezionato, I troppi libri: se anche smettessimo oggi di scrivere, non basterebbe una vita a leggere quello che è già stato pubblicato – eppure continuiamo a scrivere, e a pubblicare, perché è proprio nell’eccesso che si nasconde, ogni tanto, il libro che serviva. Jean-Claude Carrière e Umberto Eco, dialogando in Non sperate di liberarvi dei libri, arrivano a una conclusione affine per vie opposte: il libro, dicono, è uno strumento che non si è mai riusciti a migliorare – non perché sia perfetto, ma perché fa esattamente ciò per cui è stato inventato, e continuerà a farlo indipendentemente da quante copie ne vendiamo in un trimestre.
Lo sguardo verso il basso ovvero i dati
Se lo sguardo verso l’alto osserva il valore, quello verso il basso deve misurarsi con i numeri. Arrotondando e accorpando per praticità, i dati dell’Atlante ADEI mostrano la seguente situazione: i grandi gruppi editoriali sono appena il 3,3% delle case editrici italiane, ma da soli concentrano il 60,7% del fatturato complessivo del settore; il restante 96,7% – la quasi totalità degli editori indipendenti – si spartisce il 39,3% che resta. Se si guarda solo alla soglia dei 5 milioni di euro di fatturato annuo, il divario è ancora più netto: appena 85 case editrici, il 3,2% del totale, generano da sole quasi tre quarti del fatturato dell’intero comparto (74,9%).
| Tipologia | % delle case editrici | % del fatturato |
| Grandi gruppi editoriali | 3,3% | 60,7% |
| Editori indipendenti | 96,7% | 39,3% |
A questa polarizzazione strutturale si aggiunge una congiuntura sfavorevole: i dati AIE presentati al Salone del Libro di Torino segnalano, nei primi mesi del 2025, una flessione del mercato di varia che colpisce in modo molto più duro gli editori medi e piccoli rispetto ai grandi gruppi. Sullo sfondo, i dati ISTAT confermano un lento ma costante calo della quota di italiani che dichiara di aver letto almeno un libro nell’ultimo anno.
Non sono numeri che raccontano un fallimento personale: narrano una distorsione di sistema, dentro la quale ogni piccolo editore si muove come può.
Il libro invisibile: la filiera
Perché un libro lodato dalla critica spesso non arriva fisicamente al lettore? Chi mastica un po’ di editoria conosce già il meccanismo di fondo: il sistema si regge sul sell-in, l’invio delle novità alle librerie, più che sul sell-out, la vendita reale; e la resa – il libro che torna indietro invenduto dopo poche settimane – è il modo in cui la filiera scarica il rischio sull’editore, comprimendo il tempo che un titolo ha per trovare i propri lettori. Non mi dilungo su questo: è un meccanismo noto a chiunque lavori nel settore, e i margini economici che ne derivano – per quanto risicati – non sono, alla fine, il vero centro del discorso: al lettore non interessa granché sapere se all’editore restano in tasca due euro o dieci.
Quello che mi interessa dire, piuttosto, è che le alternative esistono e non sono necessariamente utopiche. Il grande distributore generalista e monopolista non è stato pensato per chi pubblica poche decine di titoli l’anno orientati alla lunga durata: è logico che chi vi si affida finisca per lamentarsene. Ma continuare a subire quel canale come se fosse l’unica via possibile – esattamente come accade con la partecipazione a fiere dai costi insostenibili, dove ci si lamenta della spesa ma si fa la fila per riservare lo stand – è una contraddizione su cui la piccola editoria deve interrogarsi.
Senza cedere a facili irenismi né fare promozione a soluzioni preconfezionate, esistono modelli alternativi: reti di promozione e distribuzione a raggio nazionale ma a dimensione d’atelier, canali d’intercettazione diretta del lettore, accordi territoriali o forme di logistica flessibile che rimettono al centro il rapporto umano con i librai e la cura delle giacenze. Scegliere queste strade non significa risolvere miracolosamente lo strabismo – la pressione del mercato resta –, ma vuol dire riappropriarsi della propria identità: tornare a fare gli editori sul campo, anziché subire la frustrazione di sentirsi ridotti a meri magazzinieri o spedizionieri in attesa di rese.
Non solo un problema italiano
Lo strabismo editoriale non è un’anomalia tutta italiana, né una stortura legata alla storica debolezza dei nostri indici di lettura. È una condizione strutturale dell’editoria indipendente ovunque nel mondo occidentale, dove le stesse dinamiche di concentrazione si ripetono con accenti diversi.
Uno studio della RMIT University in Australia, Monstering the Midlist: Implication for Author Income and Publishing Sustainability, firmato da Brigid Magner e Tracy O’Shaughnessy, analizza i dati di vendita Nielsen BookScan e mostra come la cosiddetta midlist – quella fascia di titoli di qualità che un tempo garantiva continuità economica ai cataloghi editoriali – si stia progressivamente assottigliando, schiacciata da un mercato che polarizza le vendite attorno a pochi bestseller ad altissima rotazione. È, in altre parole, lo stesso strabismo, misurato con altri strumenti.
Negli Stati Uniti d’America, la chiusura improvvisa nel 2024 di Small Press Distribution – uno dei più antichi distributori indipendenti del Paese, punto di riferimento per centinaia di piccole case editrici e riviste letterarie – ha mostrato quanto sia fragile l’infrastruttura su cui si regge, ovunque, la bibliodiversità: basta che salti un solo anello della catena distributiva perché interi cataloghi restino, letteralmente, senza modo di raggiungere i lettori.
Una voce dissonante, per onestà
Per restare onesti, questo ragionamento non può risolversi in un’autoassoluzione della piccola editoria, né in un lamento rituale contro il mercato e i grandi gruppi. Esistono responsabilità interne alla categoria che vale la pena riconoscere.
Rosario Esposito La Rossa, fondatore della casa editrice Marotta&Cafiero, ha scritto sul Fatto Quotidiano parole scomode su un certo “analfabetismo” tipografico diffuso tra i piccoli editori: copertine sciatte, impaginazioni automatiche prive di un progetto grafico, carte scelte senza criterio, refusi mai corretti. Chi rinuncia alla cura artigianale dell’oggetto-libro finisce per scimmiottare, male, il prodotto industriale dei grandi gruppi – perdendo proprio ciò che avrebbe dovuto distinguerlo.
C’è poi la trappola dell’iperproduzione, di cui si è discusso più volte su Minima et Moralia: per generare la liquidità necessaria a coprire le rese dei mesi precedenti, molti piccoli editori sono spinti a pubblicare sempre di più, alimentando proprio quel sovraffollamento di novità – oltre ottantamila l’anno in Italia – che poi rende ogni singolo titolo più difficile da vedere. In questo senso, lo strabismo non riguarda solo lo sguardo del mercato: coinvolge anche le scelte, spesso obbligate ma non sempre inevitabili, di chi pubblica.
Perché continuare
Se lo strabismo editoriale è una condizione strutturale, non va corretto come un difetto di vista: va abitato come una postura necessaria per chi sceglie questo mestiere. Un occhio resta rivolto verso l’alto – al valore culturale, alla cura del catalogo, alla ricerca; l’altro verso il basso – ai conti, alle rese, ai flussi di cassa. Nessuno dei due sguardi, da solo, basta a descrivere il lavoro di un editore indipendente.
Questa doppia visione protegge da due derive opposte e ugualmente pericolose: il cinismo di chi riduce il libro a puro bene di consumo, e l’ingenuità di chi lo tratta come se il mercato non esistesse. La via, se c’è, passa dalla rivendicazione del tempo lungo del catalogo contro il tempo breve della novità: un catalogo coerente continua a parlare ai lettori, a generare passaparola, a vendere copie anche anni dopo l’uscita – è la vera ricchezza, economica oltre che simbolica, di una casa editrice.
Zaid diceva che i troppi libri sono, insieme, il problema e la soluzione. Eco e Carrière aggiungevano che del libro, comunque vadano le cose, non si riesce a liberarsene: continua a fare quello che deve fare. Forse lo strabismo editoriale non è altro che il prezzo, tutto sommato ragionevole, di questa fiducia ostinata – e l’invito che resta da fare, alla fine, non è moralistico: è chiedere quel libro in libreria, comprarlo, regalarlo, dargli il tempo di essere letto. È l’unico gesto che davvero raddrizza, per un momento, lo sguardo.
Tutto sommato, forse, il fulcro della questione è un aforisma di Guillermo Busutil (il cui libro Papiroflessia ci siamo regalati per i nostri diciotto anni): «Osa leggere, non va di moda» o, spostando una virgola: «Osa, leggere non va di moda».
Bibliografia e fonti
Associazione Editori Indipendenti (ADEI), Atlante delle case editrici in Italia. Come leggere e non fraintendere il mercato, a cura di Alessandro Somai, marzo 2026 (in particolare: Chiara Faggiolani, Ecosistema editoria e bibliodiversità, 12-15)
Pierre Bourdieu, «Une révolution conservatrice dans l’édition», Actes de la recherche en sciences sociales, 126-127, marzo 1999.
Istituto Nazionale di Statistica (Istat), Libri e biblioteche: abitudini di lettura e frequentazione — Anni 2024 e 2025, Roma.
Associazione Italiana Editori (AIE), Piccoli editori, grandi sfide: politiche, strumenti e prospettive, dicembre 2025.
Emanuele Giammarco, «La crisi della crisi dell’editoria», Minima et Moralia, 4 aprile 2020: https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-crisi-della-crisi-delleditoria/
Ezio Quarantelli, «Piccoli editori, cattivi pagatori?», Lindau Blog, 29 novembre 2016: https://blog.lindau.it/Piccoli-editori-cattivi-pagatori
Rosario Esposito La Rossa, «I piccoli editori sono ignoranti», Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2019: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/22/i-piccoli-editori-sono-ignoranti/4912040/
Brigid Magner, Tracy O’Shaughnessy, «Monstering the Midlist: Implication for Author Income and Publishing Sustainability», RMIT University, Figshare, novembre 2024: https://hdl.handle.net/10779/rmit.27531804
Amelia Eqbal, «The fallout of Small Press Distribution’s sudden closure», CBC, 9 aprile 2024: https://www.cbc.ca/arts/commotion/the-fallout-of-small-press-distribution-s-sudden-closure-1.7168001
Ministero della Cultura (MiC), «Editoria, 5 milioni di euro per i piccoli editori. Giuli: “Intervento concreto per presidi essenziali”», 13 aprile 2026: https://cultura.gov.it/index.php/comunicato/28927
Christian Raimo, «I libri vendono poco, si è capito. Ma forse ci sono responsabilità e soluzioni», Minima et Moralia, 27 marzo 2014: https://minimaetmoralia.it/editoria/i-libri-vendono-poco-si-e-capito-ma-forse-qualcuno-potrebbe-prendersi-qualche-responsabilita/
Marco Cassini, «Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia», Minima et Moralia, luglio 2011: https://minimaetmoralia.it/editoria/alcune-modeste-proposte-per-le-case-editrici-a-cominciare-dalla-mia/
«Quando non partecipare è una scelta editoriale», Graphe.it, 4 febbraio 2026: https://www.graphe.it/news/editoriale/quando-non-partecipare-e-una-scelta-editoriale-7179.html
Luigi Spagnol, Correre davanti alla bellezza. Editoria, letteratura e altri scritti sull’arte e sulla musica, Longanesi, 2021.
Gabriel Zaid, I troppi libri. Leggere e pubblicare in un’epoca di abbondanza, trad. it. di Laura Majocchi, Jaca Book, Milano, 2011.
Jean-Claude Carrière, Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, a cura di Jean-Philippe de Tonnac, trad. it. di Anna Maria Lorusso, La nave di Teseo, Milano, 2017.
[Immagine di copertina: Francesco Barbieri, Ritratto del Guercino (particolare) – da Ottavio Lioni, Ritratti di alcuni celebri pittori del secolo xvii, Antonio de’ Rossi, Roma 1731 – courtesy WikiCommons]
L'autore
- Roberto Russo è nato a Roma nel 1971 e vive a Perugia. Laureato in letteratura cristiana antica greca e latina all’Università La Sapienza di Roma, ha compiuto studi di filosofia alla Pontificia Università Gregoriana, di teologia e mariologia alla Facoltà Teologica Marianum e di biblioteconomia alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Ha inoltre conseguito il diploma di Postulatore presso il Dicastero per le Cause dei Santi. Ha pubblicato un racconto con Mondadori e, con diverse case editrici, testi di saggistica e storia locale. Collabora con alcune testate online, è fondatore e direttore editoriale di Graphe.it Edizioni.
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