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La liturgia della parola nell’impegno del quotidiano

Ci sono libri che si chiudono all’ultima riga e altri che – una volta letti – continuano ad aprirsi chiedendo al lettore di oltrepassare il confine della pagina, di farsi gesto e pratica del mondo. La messa del lunedì (La scuola di Pitagora 2026) di Giuseppe Langella appartiene a questa seconda e più rara categoria.

La parola, lungi dall’essere un esercizio ornamentale, diventa l’orizzonte che si fa carico della forza gravitazionale dell’azione, vale a dire quella spinta generativa che sa trasformare il senso di responsabilità in concretezza.

Il titolo stesso è una sorta di manifesto programmatico che scandisce un percorso ciclico di rigenerazione, è un invito a incarnare la dimensione sacrale nell’ordinarietà di tutti i giorni e a sottrarre il rito alla sua circoscritta temporalità per restituirlo alla concretezza del vivere insieme.  La “messa”, associata alla domenica e al tempo festivo, viene trasferita al “lunedì”, giorno feriale per antonomasia, simbolo della ripartenza e soglia del ritorno alla quotidianità. Proprio in questo passaggio liminale – che può sembrare ossimorico – si gioca il nucleo fondativo e “progettuale” della raccolta: la parola – proprio come la messa – non può rimanere confinata a una dichiarazione di principio; essa deve farsi carico del peso della storia e della responsabilità delle scelte.

Giuseppe Langella, ispirandosi a una concezione di matrice manzoniana di cui è grande studioso ed esperto, sa coniugare poeticamente – e quindi anche fattivamente – il tempo profano della storia a quello sacro invitando il lettore a riflettere sull’idea “operativa” della testimonianza di Cristo, vale a dire sulla fusione tra istanza spirituale e istanza civile.

Anche la scelta stilistica, caratterizzata dall’enunciazione limpida e dalla chiarezza comunicativa, sembra essere affine a quell’intenzione di poesia militante che ha a cuore il coinvolgimento del lettore, non solo come interlocutore della creazione artistica, ma soprattutto come fratello o sorella chiamato a riconoscere nella parola poetica una coscienza condivisa.

Di fronte al bene comune del “consorzio umano”, il concetto di sacrificio acquista una particolare densità semantica: non come rinuncia sterile o mortificazione di sé, ma come sacrum facere, come atto attraverso il quale si dà valore all’appartenenza all’umano, sottraendola all’indifferenza e alla superficialità. L’opera diventa, quindi, la misura concreta dell’impegno. Come scrive Langella nella nota introduttiva, “la religione ha bisogno di essere incarnata, per non restare lettera morta. Da essa i credenti traggono, come l’albero delle radici, la linfa del loro agire nel mondo, ma è appunto nel loro agire nel mondo che la religione s’invera”.

La ritualità richiama una circolarità che ricade, a sua volta, nella rinnovata possibilità di abitare pienamente il mondo trasformando lo sguardo del lettore-inquilino attraverso un esercizio costante di attenzione e di cura: entrare attivamente nella ferialità, attraversarla, farsi carico delle storture e delle contraddizioni della realtà, esserne testimone e soprattutto costruttore. In conclusione, il rito si assume la sfida della crescita o della trasformazione solo se trova compimento nell’azione quotidiana e nella relazione con l’altro.

Le sezioni, che richiamano il dispositivo liturgico, sono i principi ordinatori della raccolta e anche la filigrana attraverso cui cogliere il proprio essere nel mondo. Le sei sezioni – Ecclesìa, Liturgia dell’ascolto, Memoriale, Rendimento di grazie, Offertorio, Ite – rispecchiano le scansioni rituali di una celebrazione di culto che, così come la parola contemplativa, non basta a farsi poesia, vale a dire grammatica dell’esperienza umana.

Nella prima sezione, Ecclesìa, c’è il senso della comunità: “Tanti, una voce sola. Come un coro”; “siamo persone e comune è la sorte”; “ognuno è una somma e il totale / è una somma di numeri primi”. “Contro un mondo che scatena e ingabbia”, l’affratellamento diventa l’orizzonte che racchiude il senso ultimo dell’umano: le migrazioni, lo sfruttamento del lavoro, il caporalato, la pandemia e le diverse forme di esclusione sono fratture di una società incapace di accogliere la dignità come principio universale e di riportare al centro dello spazio umano ciò che è ai margini, ciò che è periferico.

Nella seconda sezione, Liturgia dell’ascolto, l’io poetico si apre agli ultimi, agli invisibili, agli sconfitti. In una Terra che sembra morire irrimediabilmente sotto l’effetto del suo veleno, la parola – custodita nel cuore – si fa esortazione ad andare nella vigna, ad essere “operai” cristianamente consacrati al corpo tangibile dell’aiuto e della reciprocità.

Ed ecco che la terza sezione, Memoriale, annuncia il ricordo della croce – “memoria dei pesi della vita / da portare sulle spalle” – nella necessità di una redenzione, di un riscatto che conduca l’umanità a riappropriarsi del senso della cura e dell’amore.

Nella quarta sezione, Rendimento di grazie, è la gratitudine a cucire insieme i fili dell’esperienza, a ricomporre con lo sguardo della riconoscenza le occasioni di gioia, ma anche l’alfabeto “muto delle cose”, ciò che ci abita inesplorato e sottotraccia in una forma da decifrare. Riconoscere significa sottrarre all’indifferenza la bellezza della relazione, delle occasioni colte, del dono ricevuto. Dopo aver attraversato le ferite sanguinanti del presente, la poesia si esercita nella capacità di riconoscere ciò che ancora resiste alla sofferenza: “rendere grazie” non riesce a sanare le incisioni sulla pelle della sopraffazione, del male e della violenza, ma cerca le ragioni della pace.

Questo movimento del ricevere e del restituire prepara idealmente la sezione successiva, Offertorio (riconoscere il dono significa disporsi a diventare, a propria volta, dono, trasformare il possesso in relazione) e ancora di più l’ultima, Ite, nella quale l’agnizione diventa presa di coscienza del mondo e conversione di sguardo. Ed ecco che la fede autentica non si esaurisce con il congedo dell’assemblea, ma si manifesta in un atto di restituzione alla vita: “vi preparate a restaurare il mondo, / cadente e litigioso casermone. / Fate buon viso ad ogni coinquilino / e abbiate sempre cura dell’ambiente, / del filo d’erba vostro e del vicino, / perché la Terra torni un paradiso.”

Andare tra le strade del quotidiano, tornare tra le “vette intente ad ascoltare”, significa soprattutto esporsi più radicalmente alla realtà, sentirne l’attrito, la fatica, ma anche una possibilità nuova di abitare il mondo all’insegna del dono reciproco: è proprio nella ripartenza del lunedì, nelle pieghe della quotidianità, che la parola smette di essere soltanto parola e diventa poesia, vale a dire responsabilità, gesto, presenza.

 

 

 

 

L'autore

Valeria Di Felice
Valeria Di Felice è fondatrice della Di Felice Edizioni. Ha pubblicato le sillogi L’antiriva (2014), Attese (2016), Il battente della felicità (2018) e Il giallo del semaforo (2025). Le sue poesie sono state tradotte in arabo, nederlandese, spagnolo e romeno. Nel 2016 ha curato l’antologia La grande madre. Sessanta poeti contemporanei sulla Madre, nel 2017 la miscellanea di critica e poesia Alta sui gorghi, nel 2019 il volume Antonio Camaioni. Nell’ordine del caos. Nel 2024 ha co-curato il volume Leandro Di Donato e il suo canto mai finito. Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti di Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto le poesie di Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore. Per Abruzzodaily è ideatrice e curatrice della rubrica dedicata ai poeti e agli scrittori abruzzesi Fuori copertina. Attualmente è direttrice artistica della rassegna letteraria NEON a Martinsicuro e condirettrice artistica de La pintìca dei libri a Giulianova.
Foto di Beniamino Procaccini