La foto di copertina è di Dino Ignani
Che cosa rimane di ciò che abbiamo vissuto quando le persone e i luoghi sono sottratti alla nostra presenza? E in che modo la poesia può custodire ciò che il tempo sembra destinato a cancellare?
Con Luci e eclissi (Einaudi, 2026), Alessandro Fo ci offre un microcosmo poetico in cui la concretezza delle relazioni e delle esperienze si intreccia con una meditazione acuta sul ciclo dell’esistenza, sulla memoria e sul valore degli incontri. Sono tanti i volti di scrittori, amici, familiari, persone perdute e amate – impressi nell’ispirazione – che assumono consistenza discorsiva a partire dal quotidiano, dai ricordi, da episodi spesso marginali, apparentemente minimali, ma capaci di aprire improvvisamente nuove prospettive di pensiero: «è la sostanza umana a fare scuola». È come se la realtà possedesse già una traccia inespressa e il compito della parola poetica fosse quello di sostare su di essa per renderla penetrabile a una dimensione più profonda, per metterne più a fuoco il segreto infinitesimale.
Il tessuto biografico si espande trasformandosi in una dimensione interrogativa più ampia in cui la parola accompagna costantemente la riflessione sull’inevitabile eclissarsi delle cose. Quella di Fo è una poesia che si sofferma sul rischio di evanescenza, di perdita e dimenticanza: ripercorrere ciò che appare ormai in trasparenza significa sottrarre voce all’oblio e al nonsenso: «In questo nostro mondo che continua / presto il nostro volto, il nostro corpo, / come fumo per aria e in acqua schiuma, / non avranno lasciato traccia alcuna».
La struttura tripartita delle sezioni, Nascere, Vivere, Eclissarsi, è il frutto di una narrazione poematica in cui la tradizione classica viene assorbita completamente dalla sensibilità contemporanea e gli interrogativi rimangono quelli canonici, trasversali a più generazioni: come (a proposito di Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati) «Quella crudele allegoria, che abbraccia / tutto intero il problema della vita: / come investirla?».
Le tre fasi non sono stazioni separate, ma si contaminano e si richiamano attraverso corrispondenze, ricordi, illuminazioni, secondo un andamento non lineare che sottrae il tempo alla semplice successione cronologica. Anche la poesia conclusiva Scudo stellare – il Congedo che fa da contraltare al Prologo – è una sorta di amuleto poetico che rinnova la fiducia nel potere della parola, intesa come ultimo presidio contro l’opacità e la dissolvenza del tempo: il portachiavi su disegno del nipotino di tre anni si trasforma in «luce in tasca per gli anni del futuro», uno scudo che non impedisce l’eclissi, ma permette di attraversarla conservando una traccia di luce.
L’eclissi non è semplicemente la controparte della luce, ma è una alleata intimamente connessa al divenire chiaroscurale dell’esistenza: non ci sono confini netti nelle trame del quotidiano, ma soglie nelle quali cogliere le metamorfosi del reale. L’eclissi è una figura della transizione: una frontiera di passaggio, mutevole, intermedia, che continua a tessere il filo del ricordo e, allo stesso tempo, ad abitare l’incognita del futuro.
Lungi dall’essere una prefigurazione della morte, l’ombra si carica di una valenza più sottile: la consapevolezza del limite e l’impossibilità di superarlo, se non cogliendolo intuitivamente nella sua indecifrabilità, accompagnano la parola poetica senza scadere nel sentimentalismo né nella retorica consolatrice della fede cieca: «Camminando, osservavo la mia ombra. // Possibile, là dentro quelle forme, / stia il mio pensiero, l’essere, le cose, / che sto facendo, che progetto, i giorni, / i dolori passati, i sentimenti?…» Troviamo semmai, man mano che si procede nella lettura, un movimento di assottigliamento del tempo – che coincide con la stagione più matura della vecchiaia – che porta a un sovvertimento del peso del passato sul domani. Anche la luce non è mai fulminante e retorica: essa non coincide con una salvezza garantita o annunciata, ma è piuttosto una presenza tenue, intermittente, capace di affiorare proprio dentro l’incertezza.
Ne è un esempio l’immagine epifanica e simbolica dell’arcobaleno che ricorre in più poesie: un’apparizione improvvisa che, dentro la quotidianità o anche dentro una realtà segnata dalla perdita e dall’oscurità, apre – seppur per qualche istante – uno squarcio di meraviglia e speranza. Nella poesia Quei che dipinge lì, l’arcobaleno sembra collegare la dimensione del concreto con un orizzonte che lo trascende, una rivelazione dentro l’ordinarietà di uno scenario di palazzi, uffici, il gran chiesone, le insegne, quasi a esorcizzare la finitudine con l’inattesa possibilità di una fessura nel cielo della comprensione: «sormontati però da arcobaleno / a tutto sesto, doppio ed incredibile, / nitido, immenso, tangibile / e, semichiuso in un cerchio giottesco, / quasi innesto di un altro spaziotempo».
La memoria, uno dei più evidenti dispositivi poetici della raccolta, non può essere ridotta banalmente a rifugio nostalgico, ma rappresenta una lente di indagine che alimenta la domanda esistenziale e si consegna al presente e al futuro con tutta la sua carica di testimonianza. Anche se è una raccolta della maturità, Luci e eclissi non accoglie una poesia arroccata e ripiegata su sé stessa, autoriferita e ombelicale. Al contrario, la parola si accorda a una maggiore disponibilità verso il mondo, diventa una prova di attenzione ai legami del tempo e anche alle ferite di una contemporaneità segnata da violenza, guerre, preoccupazioni. Nel testimoniarsi, la parola riesce a rendere permeabile l’io poetico all’altro. Accanto alla memoria privata (intima ma non intimistica) troviamo scenari che appartengono alla storia collettiva: la guerra, la malattia, il carcere.
La parola diventa così non un manifesto ma qualcosa di più vivo, un orecchio aperto all’ascolto e pronto alla condivisione. Ascoltare in profondità significa anche lasciarsi coinvolgere, far proprio il racconto dell’altro e offrire all’altro il proprio, ed è da questa compartecipazione che la parola si fa ponte teso alla prossimità e porta aperta all’accoglienza: «E so che per qualcuno / (pochi? Che importa?) anche il poco che ho scritto / ha dato luce e senso a qualche istante, / ha fatto sì che vi si ritrovasse / con commozione una vita fra tante…»
L'autore
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Valeria Di Felice è fondatrice della Di Felice Edizioni. Ha pubblicato le sillogi L’antiriva (2014), Attese (2016), Il battente della felicità (2018) e Il giallo del semaforo (2025). Le sue poesie sono state tradotte in arabo, nederlandese, spagnolo e romeno. Nel 2016 ha curato l’antologia La grande madre. Sessanta poeti contemporanei sulla Madre, nel 2017 la miscellanea di critica e poesia Alta sui gorghi, nel 2019 il volume Antonio Camaioni. Nell’ordine del caos. Nel 2024 ha co-curato il volume Leandro Di Donato e il suo canto mai finito. Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti di Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto le poesie di Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore. Per Abruzzodaily è ideatrice e curatrice della rubrica dedicata ai poeti e agli scrittori abruzzesi Fuori copertina. Attualmente è direttrice artistica della rassegna letteraria NEON a Martinsicuro e condirettrice artistica de La pintìca dei libri a Giulianova.
Foto di Beniamino Procaccini
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