Molto si è scritto, e detto, sulla barbarie perpetrata dal nazifascismo: le tante, vivide e coraggiose testimonianze di chi quell’odio razziale e quella brutale ideologia l’ha vissuti in prima persona (vedi Segre, Levi, Venezia etc.) hanno accompagnato per molti anni l’esperienza di vita e accademica di molti giovani, intellettuali e non. Eppure, il recente riaffiorare di nuovi e vecchi nazionalismi mai del tutto sopiti (basti pensare alle elezioni in Sassonia Anhalt, con la vittoria del partito di estrema destra dell’AfD avente il 44% dei voti, ma anche al nostrano “fenomeno Vannacci”), mostra come, in realtà, tanto altro bisogna ancora dire e scrivere in merito. L’Italia, come anche la Germania seppur con sfumature differenti, non ha mai fatto realmente i conti con il proprio passato fascista, né tantomeno con il velenoso sentimento antisemita che da sempre aleggia in Europa[1] e riconoscerlo, proprio in questo delicato orizzonte socio politico segnato da nuove guerre sanguinose, lungi dall’implicare un ridimensionamento, con conseguente assoluzione, delle proporzioni del genocidio perpetrato a Gaza (perché purtroppo di questo si tratta) a opera israeliana, permette una più consapevole opposizione. Ribellarsi e protestare contro il governo genocida israeliano non significa essere antisemiti, significa essere umani. Distruggere sinagoghe, negozi e altri oggetti o luoghi di proprietà, così come inneggiare all’uccisione di civili israeliani «soffiando sul fuoco del razzismo»[2], quello sì, è antisemitismo e come tale deve essere contrastato strenuamente. Le due cose non debbono necessariamente essere correlate, anzi! Ci si può opporre a Netanyahu senza essere antisemiti. Di più! Ci si può opporvi proprio perché non si è antisemiti (tutt’al più antisionisti, ossia critici di quella che Pisanty definisce «una posizione politica [che] come tale si declina in tanti modi»[3]) e si conosce la Storia.
L’infelice exploit della ministra Roccella dello scorso anno (12 ottobre 2025) sulle presunte “gite” nel campo di sterminio di Auschwitz (perché questo fu, un vero e proprio «centro dell’operazione omicidiaria, in grado di far fronte da solo alle esigenze genocide del regime»[4]), la sua accusa alle università italiane di non essere in grado di adempiere pienamente al proprio compito di formazione e il riaffacciarsi sulla scena socio-politica mondiale di quelle stesse «aspirazioni confuse [e] delusioni individuali»[5] che nel ’22 e nel ’33 portarono all’affermarsi del nazifascismo in Italia e Germania, confermano la necessità di tornare ancora una volta a confrontarsi con le pagine della Storia, per impedire che quella stessa miscela esplosiva dai connotati macabri e sacrali che portò la prima a trasformarsi nello Stato fascista, e la seconda nel Terzo Reich, possa compromettere anche le società contemporanee.
Interessantissima a tal proposito la ricostruzione di Maurizio Clementi delle «parole-chiave» che caratterizzarono il Nazionalsocialismo e, soprattutto, la loro origine «rintracciata nel cambiamento epocale scatenato dal Romanticismo, o meglio che col Romanticismo si è manifestato al mondo»[6]. L’autore individua perfettamente non solo il problema linguistico sotteso alla ricerca identitaria della giovane Nazione (l’unificazione tedesca avvenne nel 1871, dunque soltanto cinquantadue anni prima del celebre e fallimentare “Putsch”), ma anche l’insoddisfazione generale e la tensione mistico-spirituale che muoveva tanto gli intellettuali, quanto il volgo: l’idea che si era diffusa in tutti gli stati tedeschi nel corso del Romanticismo aveva difatti assunto contorni religiosi considerevoli, trasformandosi in un’attesa escatologica verso l’unificazione del Volk tedesco che verrà ben presto tradita dalla realpolitik bismarckiana, decisamente più intenta a «rafforzare la sua stabilità economica, politica e di aumentare la propria capacità industriale»[7] anziché raggiungere la genuina unità alla quale la cultura völkisch aspirava. Il 18 gennaio 1871, l’incoronazione di Guglielmo I di Baviera a Kaiser del neonato Impero nella Galleria degli Specchi di Versailles fu accolta dai tedeschi con un entusiasmo tale da indurre un qualunque spettatore dell’epoca (non tedesco certamente) a credere di essere di fronte a una celebrazione religiosa, anziché un fatto politico[8]: d’altronde, la suddivisione regionale del territorio durante il periodo medioevale, nonché la diffusione del sentimento titanico, prometeico ben illustrato da Clementi nel capitolo III durante tutto il XIX secolo, spinsero molti tedeschi a rifugiarsi in un indefinito sentimento nostalgico verso un glorioso passato, nell’attesa di un suo ripresentarsi.
Questo sentimento verso uno spirito originario[9] capace di legare indissolubilmente l’uomo alla Natura, costituisce uno degli elementi distintivi del pensiero völkisch tedesco, il cui nucleo fondamentale (seppur almeno inizialmente privo di un programma preciso) risiedeva nella convinzione che l’uomo potesse realizzare pienamente sé stesso soltanto recuperando il legame con le proprie radici ancestrali e riconoscendosi parte integrante di una comunità organica, unita da una medesima origine e da un comune destino. In questa prospettiva, il Volk non era concepito semplicemente come una collettività politica, le cui massime aspirazioni si sarebbero dovute concretizzare con la nascita dell’Impero, ma come «una gens, una famiglia allargata di individui che sentono il loro stesso sangue vibrare all’unisono»[10]. Sicché, seguendo questa declinazione romantica del termine, è ben comprensibile l’insoddisfazione serpeggiante fra la popolazione all’indomani del 18 gennaio.
L’ideologia völkisch (come qualunque corrente di pensiero) si nutriva imprescindibilmente della cultura e della filosofia del tempo, la quale, in quel caso specifico, veniva coincidendo con l’Idealismo: così, l’appartenenza al popolo tedesco assumeva una dimensione insieme biologica, spirituale e mistica, subordinando l’individualità del singolo alla partecipazione a quella totalità sovraindividuale che era il Volk, inteso quale «forza vitale» e «linfa mistica»[11]. L’uomo non veniva più interpretato secondo gli ideali illuministici della razionalità, della conoscenza empirica e del dominio della natura, ma al contrario, la sua realizzazione veniva ricercata attraverso una forma di partecipazione trascendente alla realtà, resa possibile dalla sintonia con la Natura e il conseguente abbandono all’istinto del proprio Volk.
Scrive correttamente Clementi:
si rendeva […] necessaria una riorganizzazione delle forze spirituali che incarnavano quella forza vitale guerriera che il Tedesco esprimeva nell’antichità, quando aveva conquistato l’Europa sulla base della propria potenza fisica, espressione del ritmo della Natura Germanica. Ecco quindi che Natura Germanica, Anima Nazionale e Storia si congiungono e si fondono nella Patria Tedesca.[12]
Alla base di questa concezione vi era il pensiero di Paul de Lagarde, al secolo Paul Bötticher (uno dei teorici fondamentali del movimento, al quale si attribuisce la formulazione più sistematica), il quale concepì la Natura come un’emanazione panteistica del Volk, intesi i due (Natura e Volk venivano pressoché a coincidere)[13] quali Sostanza universale, principio trascendente e al contempo immanente nel quale ogni distinzione e singolarità veniva ricompresa in chiave squisitamente dialettica. Egli attribuì inoltre un ruolo centrale alla riscoperta del proprio Volk (giacché ciascun popolo è portatore di uno peculiare) come condizione necessaria per il conseguimento di una reale indipendenza nazionale: nei suoi Deutsche Schriften (Scritti tedeschi) sostenne che la Germania avrebbe potuto realizzare la propria autonomia soltanto attraverso questa profonda riconciliazione con la propria essenza spirituale. La Nazione veniva così concepita come una totalità organica nella quale le parti trovavano il proprio significato esclusivamente in relazione all’insieme: la Sostanza assorbiva e ricomprendeva le individualità, subordinandole a un principio superiore di unità. La Germania si configurava pertanto come un’«essenza spirituale, che solo nel momento dell’unione spirituale e mistica con il suo più profondo sé avrebbe realizzato l’intima comunione di stato e popolo»[14]. Seguendo tale concezione mistica e in accordo con la visione cristologica dello Hegel di Francoforte, Lagarde rifiuta il Cristianesimo tradizionale (dato espresso chiaramente nella prefazione del Mein Kampf a opera di Pierluigi Tombetti e ripresi da Clementi[15]), eccessivamente irrigidito nei dettami dogmatici[16] e, pertanto, impoveritosi. In questa concezione di matrice, in parte, hegeliana, Gesù Cristo veniva allora interpretato come il momento di ricomprensione[17] del mondo nell’unità originaria di Dio, una frattura che, all’interno di tale schema, veniva ricondotta all’allontanamento prodotto dall’ebraismo. La dinamica assumeva così una struttura dialettica e, dunque, triadica: una prima unità originaria tra uomo, natura e divinità; la sua negazione, identificata con la separazione e con la coscienza infelice[18]; infine, la riconciliazione rappresentata da Cristo.
Nella concezione del giovane Hegel, tuttavia, il ruolo di Cristo risulta in parte ridimensionato, giacché egli non si presenta tanto come mediatore di una verità esterna e pertanto estranea all’uomo, quanto come colui che risveglia negli individui la coscienza del divino già presente in loro[19]. La sua funzione assume quindi un carattere che potremmo definire maieutico: non introduce dall’esterno una realtà sconosciuta, ma porta l’uomo a riscoprire una dimensione interiore originaria. La fede interiore si configurava, in questo senso, come un percorso di riconoscimento di sé e di riscoperta di una dimensione divina intrinseca all’esistenza stessa dell’essere umano, in perfetta concordanza con quanto riportato da Clementi. Questa prospettiva contribuiva a delineare una concezione nella quale religione, Natura e interiorità umana tendevano a ricongiungersi, legandosi indissolubilmente in una tensione mistico-escatologica.
Come illustrato da Clementi:
il cammino spirituale del Nuovo Tedesco völkisch, secondo Lagarde, era un percorso simile alla rivelazione mistica; questo avrebbe comportato un ascolto interiore e una profonda comunanza con la Natura, un ritorno mistico alla Madre Terra che avrebbe reso il popolo e la razza tedeschi consapevoli della potenza fisica e spirituale ad essi destinata.[20]
Emerge, inoltre, nelle pagine successive un altro dato interessante, ossia il riconoscimento dell’importanza rivestita da un altro teorico del movimento e il suo ruolo peculiare: Julius Langbehn. Se Lagarde contribuì a sistematizzare il versante filosofico e religioso del pensiero völkisch, Langbehn ne sviluppò difatti soprattutto le implicazioni artistiche ed educative: nella sua opera Rembrandt als Erzieher (Rembrandt come educatore), egli sostenne la necessità che ogni uomo e ogni donna tedeschi diventassero artisti, imparando a «sentire, percepire e vivere l’arte e la sua forza vitale attraverso se stessi»[21]. Difatti, l’esperienza estetica non era concepita come un’attività circoscritta alla produzione o alla contemplazione delle opere, bensì come una prassi complessa di esistenza, attraverso la quale l’individuo avrebbe potuto individuare una seconda modalità utile a entrare in sintonia con lo spirito del proprio popolo.
Evidenzia Clementi:
che l’essere artisti significava sviluppare una sensibilità e una creatività tali da sussumere in sé le forme naturali ed il paesaggio della propria Patria. Gli artisti avrebbero così vibrato in armonia con il proprio Volk e quindi sarebbe sceso in loro lo spirito vitale, l’energia originaria che dal Cosmo discende verso l’Uomo.[22]
Divenire artisti significava, dunque, partecipare attivamente alla vita del Volk, lasciando che la propria sensibilità si accordasse con quella della comunità nazionale. Anche in questo caso, la ragione da sola non veniva ritenuta sufficiente: la via specificamente tedesca alla rigenerazione spirituale sarebbe consistita pertanto nella sintesi dialettica tra razionalità e irrazionalità, tra pensiero e sentimento, fino alla ricomprensione della ragione entro una più ampia dimensione religiosa. In tal senso la religiosità deve essere compresa non tanto in chiave cristiano-cattolica, bensì come religione secolarizzata, poiché questa viene specificando proprio l’età finale della Storia, ossia il momento in cui lo Spirito diviene spirito del mondo[23]. Siamo certamente di fronte, nuovamente, a un moto dialettico circolare, nel quale la locuzione latina Extra Ecclesiam nulla salus assume contorni decisamente più spettrali: al singolo tutto è concesso (come afferma Clementi), «ma a patto che sia mescolato e fuso con il suo popolo»[24]. Il Volk è la “Chiesa” in questa mistica-prometeica, panteistica e di matrice idealistico-romantica: solamente lo Stato, il Reich (in quanto esemplificazione del Volk è divino (universale) e il singolo individuo (particolare) può divenire a sua volta divino partecipando a questa Sostanza originaria[25]. Al di fuori di essa è nullo, privo di qualsivoglia diritto[26]: non è un caso se nella dialettica di matrice hegeliana, per poter sopravvivere all’interno della comunione universale (l’Io ideale) è richiesta la morte (anche fisica nel caso del Terzo Reich) dell’Io psicologico.
L’immagine dell’Uroboro, il serpente mitico di derivazione antichissima[27], il quale viene rappresentato nell’atto di autofagia, può ben rappresentare simbolicamente non soltanto la concezione circolare della realtà (l’eternità e la ciclicità del divenire), ma anche questo sentimento eroico-tragico profondamente instillato nella cultura nordica (specialmente tedesca): ciò è ben ravvisabile nella lettura nietzschiana di Heyes e Hildebrandt, dove la promessa si salvezza è garantita dall’attuazione concreta di questo sentimento atavico[28]. Gli atti di immolazione per la Patria vengono di fatto considerati necessità essenziali e originarie del popolo tedesco[29], operando una saldatura tra il Volk (o Reich che dir si voglia) e il contesto storico della Germania degli anni ’30. Interessante notare come questo sentimento trova corrispondenze non soltanto nelle tragedie greche di Sofocle ed Eschilo, ma anche ne Il canto dei Nibelunghi e nelle opere hölderliniane, tanto care al regime nazista: nel libro di Clementi emerge con chiarezza questa possibilità di ricongiungimento con l’Unità attraverso la sola immolazione per la stessa nel passaggio in cui, l’autore, riporta l’analisi guardiniana dell’Empedocle di Hölderlin[30]. La volontà nietzschiana, in quanto Selbsmacht e «voler-essere-di-più»[31], si esplica dunque in una continua tensione all’autodistruzione, la quale diviene preludio indispensabile per l’autosuperamento-autoaffermazione[32]: la guerra, e la conseguente morte per la Patria, diviene catarsi imprescindibile per conservare non soltanto il proprio onore personale, ma soprattutto il Volk.
Nell’Empedocle di Hölderlin, come sottolinea giustamente il nostro autore, la Natura (esemplificata nell’Etna) diviene «luogo nel quale esercitare un ruolo riconosciuto e sacrale, come per i bardi di area celtica o gli sciamani di area asiatica. La Natura per i Romantici è un luogo della mente, lontano mille miglia da qualsiasi rilevamento oggettivo»[33]; Natura come che Sostanza coincide con il Tutto e con la quale l’uomo può connettersi soltanto riconoscendosi parte del cosmo e fondendosi idealmente con la stessa. Nel Romanticismo, pertanto, Essa viene rappresentata come un organismo vivente e spontaneo, «di cui le emozioni dell’uomo erano il riflesso»[34] e il legame tra essere umano e ambiente naturale non può pertanto costituire, in tale prospettiva, una semplice relazione esteriore: esso diviene una corrispondenza profonda tra la vita individuale e una forza universale che unifica e vivifica tutti gli esseri appartenenti a un determinato Volk.
La modernità industriale, con il progressivo allontanamento dell’uomo dai ritmi naturali, appariva dunque nelle concettualizzazioni völkisch come una delle cause principali della frattura di questa unità originaria, da combattere strenuamente: il recupero della relazione con la Natura si intrecciava così con la ricerca di una continuità spirituale con gli antichi popoli germanico-teutonici, giacché riscoprire il proprio Volk significava riattivare una forza vitale sedimentata nella Storia, capace di far vibrare nuovamente l’essenza individuale in sintonia con quella collettiva[35]. Il popolo veniva rappresentato come un’entità storica proveniente da un passato remotissimo, la cui identità sopravviveva attraverso le diverse generazioni che si erano susseguite nei secoli e continuava a plasmare il presente. Ecco in quale senso il Volk poteva essere accostato all’idea dell’eterno ritorno: il passato non costituiva una realtà definitivamente conclusa, ma una forza che permaneva nel presente e si proiettava nel futuro, secondo un movimento, descritto egregiamente da Bergson, di «continuo avanzare del passato che rode il futuro e che si gonfia man mano che avanza»[36].
Di grande rilievo al riguardo, l’indicazione fornita da Clementi sul carattere «regressivo» del Romanticismo in rapporto all’invenzione simbolico-metafisica dell’idea stessa di popolo:
Quello che il Romanticismo comprende, inventando l’idea di Popolo, è esattamente di fornire una giustificazione simbolica all’uomo medio, nato con la Rivoluzione industriale (dove la medietà è una caratteristica umana eminentemente spirituale, non quindi univocamente determinata dalla classe sociale), quasi in forma tale da potersi definire superomismo di massa. Il nazionalismo è ciò che permette al piccolo borghese, orgoglioso appartenente di un popolo, con radici e addentellati nel proprio passato, di sentirsi un superuomo rispetto a un conglomerato di persone che non sono un popolo, o che si pensa non lo siano, che diventano evidentemente razza inferiore.[37]
Questo dato è particolarmente interessante, scorporato in parte dai toni talvolta eccessivamente declassanti, poiché trova una certa concordanza (sull’idea di «invenzione» della nozione metafisica di “popolo” e delle sue radici) con quanto espresso da George Steiner: è vero, ogni società necessita di premesse tanto storico-sociali quanto metafisiche per sopravvivere e prosperare, e laddove queste manchino vengono create «con un atto d’arbitrio intellettuale ed emotivo»[38], giacché non esiste individuo immune a quella atavica «risposta a una sensazione»[39] smarrita nei dedali del tempo. Si tratta quasi sempre di miti idealizzati a posteriori che rispondono a determinati bisogni morali e psicologici ad un tempo: [essi] consentono di creare un bilanciamento dialettico, di situare il momento corrente lungo un excursus indefinito ed infinito; è difatti solamente in seguito alla Rivoluzione francese o alle guerre napoleoniche che la Storia investe davvero l’esistenza degli uomini comuni[40] e ciò implica necessariamente una variazione in termini e puramente linguistici, e ideologico-valoriali. Se la Storia non afferisce più soltanto le élites, i sovrani, gli imperatori, ma tutti gli uomini, ne consegue che ciascuno debba imprimere un segno, cogliere il momento opportuno (il καιρός greco) per evitare di cadere vittima dell’alienazione e dissociazione sempre in agguato. È da questo nuovo e angosciante sconforto che il Romanticismo e soprattutto l’ideologia völkisch trarranno nutrimento per la propaganda controtendenza del ritorno alla Natura: il ritorno a un presunto splendore antico-germanico veniva difatti presentato reiteratamente come l’unica risposta plausibile alla crisi del presente e alle trasformazioni sociali e culturali della modernità.
Lagarde e Langbehn, come si è visto e come afferma anche il nostro autore, vennero così costituendo «la cornice sistematica entro la quale poterono svilupparsi le future idee nazional-patriottiche»[41]: ciò è innegabile. La particolarità che però mi preme di sottolineare (come ho fatto anche altrove[42]) è l’intimo rapporto che venne creandosi fra le concettualizzazioni völkisch e il riaffiorare di quello che lo psichiatra Carl Gustav Jung definì «archetipo Wotan/Odin»[43]: un bisogno quasi viscerale della venuta di un uomo forte e profondamente votato alla causa völkisch (ossia alla costruzione di un’autentica Volkgemeinschaft, non soltanto una sterile unificazione geo-politica) che si risvegliò durante la cosiddetta “Primavera dei popoli” e che, lungi dal perdere d’intensità, si protrasse per tutto il XIX secolo e oltre, trovando nel fenomeno studentesco dei Wandelvogel (uccello migratore) una manifestazione pratica.
Le idee völkisch, del resto, non si affermarono soltanto nel contesto della crisi della Germania successiva alla Prima guerra mondiale, ma circolarono (come abbiamo visto) ben prima dell’avvento del Nazionalsocialismo, attraverso reti personali, ambienti intellettuali e associazioni. Già nel XIX secolo, le Burschenschaften, associazioni studentesche permeate dalla celebrazione della cultura teutonica e legate, tra gli altri, alla figura di Friedrich Ludwig Jahn, contribuirono alla diffusione di un nazionalismo fondato sul recupero delle origini germaniche. Il raduno di Wartburg del 1817, al quale parteciparono studenti e nazionalisti, divenne emblematico di questa tensione: il rogo di libri stranieri, accusati di aver corrotto la cultura nazionale, esprimeva simbolicamente il desiderio di restaurare un’identità ritenuta autentica, attraverso il rifiuto delle influenze esterne. Una prassi che, ahinoi, ritroveremo nel maggio del ’33 nella Opernplatz (oggi Bebelplatz)[44].
Nel primo dopoguerra, queste rappresentazioni trovarono terreno fertile nel clima di disorientamento, risentimento e frustrazione che investì ampi settori della società tedesca: la sconfitta militare, le conseguenze del trattato di Versailles e le difficoltà della Repubblica di Weimar alimentarono la percezione di una Nazione privata della propria grandezza e separata dalle sue radici[45]. Il Nazionalsocialismo seppe dunque intercettare e rielaborare tali sentimenti, presentandosi come il movimento in grado di ricomporre l’unità perduta tra popolo, territorio, storia e destino: non è un caso se in molti (Dietrich Eckart primo fra tutti[46]) videro nell’isterico ex-soldato semplice della Grande Guerra il Messia tanto agognato dal popolo tedesco. La sua capacità di ottenere consenso non può certamente essere ridotta esclusivamente al pensiero völkisch, né a un’unica causa sociale o culturale, ma appare chiaro come il repertorio di miti, simboli e rappresentazioni elaborato da questa corrente offrì al partito di Eckart prima, e Adolf Hitler poi, strumenti efficaci per costruire la narrazione politica della rinascita nazionale, fondamentale per ascendere alla cancelleria dell’allora Repubblica di Weimar il 30 gennaio 1933. Come il Razionalismo moderno, il Nazionalsocialismo venne così configurandosi come la salvezza del popolo tedesco difronte alle sventure e ai torti subiti, una religione laica nella quale era possibile individuare chiaramente tutte le tematiche ricorrenti di un dato culto: ecco perché era così importante (anzi, fondamentale) «esaltare l’eroismo dei vertici»[47], ma non solo! A ciò si aggiungeva la fede in una potenza superiore, una Sostanza immanente e suprema identificabile nei termini chiave di Rasse (razza), Blut (sangue) e Boden (suolo). Una fede che doveva quotidianamente essere rinvigorita e, perché no, anche strumentalizzata dal suo sacerdote e dai suoi adepti più fidati: il Führer e Joseph Goebbels. Il darwinismo sociale, il ritorno ai fasti dell’Età dell’oro norrena, la fine dei soprusi subiti a Versailles e la prospettiva di un intero millennio di gloria e splendore per il Volk tedesco esercitavano un’indubbia attrattiva su molti giovani, ma fu proprio la macchina propagandistica di Goebbels il gioiello della politica del Reich.
Accanto a questa ricca ricostruzione del nostro autore, indubbiamente intensificata con alcune considerazioni e studi personali, risulta particolarmente interessante un altro suo filone di ricerca, sul quale mi sono voluta soffermare (e che avevo accennato all’inizio del presente articolo): la questione della lingua, un tema fondamentale degli studi sull’ideologia in esame. «“Was deutsch spricht, soll deutsch werden” (“Chi parla tedesco deve diventare tedesco”) e “Was deutsch ist, soll deutsch bleiben” (“Chi è tedesco deve restare tedesco”)»[48] scrive Clementi rifacendosi esplicitamente a quanto affermato dall’Assemblea di Francoforte e riportato nel lavoro di Lewis Namier La rivoluzione degli intellettuali: la risposta è, come nota anche l’autore, fortemente contradditoria, ma si inscrive perfettamente nella «questione tedesca» maturata già durante le invasioni napoleoniche. L’urgenza diffusa tra i popoli germanofoni di costituire una Nazione riunificante tutti gli Stati di lingua tedesca o, quantomeno, la maggior parte[49] trovò non poche difficoltà nel definire l’anima unificatrice a cui tendere: i concetti allora diffusi erano assai vari e, in alcuni casi, considerevolmente divergenti fra loro. C’è chi faceva riferimento alla Sprachnation (nazione linguistica), ponendo l’accento sulla questione linguistica (linea perseguita da Clementi), chi alla Kulturnation (nazione culturale) e chi alla Erinnerungsgemeinschaft (comunità della memoria): Fichte, nel quarto dei suoi Discorsi alla nazione tedesca afferma che «la lingua è il fattore fondamentale dell’identità di un popolo»[50] e che, proprio in quanto unico popolo ad aver mantenuto la propria purezza linguistica, soltanto i tedeschi potevano ergersi “nuova guida d’Europa” nell’era post-illuminista, dove la ragione (non più soltanto calcolante) si apre alla spiritualità. Clementi continua il discorso soffermandosi sulla costruzione necessaria di un folklore spiccatamente germanico, attraverso la stesura degli scritti dei fratelli Grimm (e del saccheggio letterario da loro operato): il mantenimento della purezza linguistica, difatti, da solo non è sufficiente per costruire legami saldi fra la popolazione, ma risulta imprescindibile per la creazione (ad hoc in alcuni casi, come già accennato) di un patrimonio culturale condiviso. Testi ancora più antichi, come il codice superstite della Germania di Tacito (rinvenuto nella metà del XV secolo), la Liber historiae Francorum del VIII, la Historia destructionis Toriae del XIII secolo e la Chronographia Augustensium del 1456, contribuirono a corroborare la tesi di una discendenza mitico-divina del popolo tedesco e giustificano la possibilità di riferirsi allo stesso con i termini di Urvolk (popolo originario) e Urheimat (patria originaria): furono questi i temi chiave a cui il movimento völkisch si richiamerà per formulare le proprie teorie nazionaliste e, ahimè, razziste.
Ma c’è di più: interessantissimo il passaggio di Romanticismo regressivo dove il nostro autore analizza, partendo dal testo di Viktor Klemperer[51], le parole-chiave che mutarono significato nel Romanticismo e nel Novecento: la prima a comparire sulla scena è «fanatico», un termine che mutò profondamente il proprio significato fra Otto e Novecento. In questo caso particolare si passa, per opera di Rousseau, da una considerazione negativa della parola a una positiva: «il fanatismo, sebbene sanguinario e crudele, è pertanto una passione grande e forte, che eleva il cuore dell’uomo»[52]. Non deve dunque sorprendere il sentimento eroico-tragico espresso in precedenza e dilagante durante il Terzo Reich.
Seconda parola-chiave fondamentale è «Entgrenzung», la quale racchiude in sé il profondo legame che intercorre fra questa e l’idea, diffusa tra otto-novecento ed esplosa con il Nazismo, che la Germania fosse una nazione privata del suo spazio vitale: se è vero, come del resto è, che «la parola Entgrenzung designa la soppressione dall’interno di qualsiasi limite e quindi l’esondazione dell’energia propria che viene dall’interno del soggetto verso l’esterno», e che «non esiste nessuno Sconfinamento […] senza Invasione»[53], risulta evidente come la Germania del Secondo Reich prima e del Terzo Reich dopo, non avesse altre alternative se non oltrepassare i propri confini limitanti, liberando così la propria energia atavica e sottomettendo i popoli ritenuti inferiori. La «bionda bestia» nietzschiana, e la totale adesione al suo canone estetico-biologico, diveniva così un’esigenza impellente a cui ciascun tedesco era chiamato a rispondere, poiché il suo Spirito era profondamente e inscindibilmente legato a questo dato biologico-naturale[54].
Altro termine cardine, con il quale siamo già venuti a contatto, è «Ur», ossia “primitivo”, “originario”, mentre l’ulteriore parola-chiave, ovvero «Weltanschauung» merita un discorso relativamente più ampio. A partire dal contesto del Nazionalsocialismo in avanti, si è abituati a intendere il termine come una particolare “visione del mondo”, la quale coincide con il punto di vista soggettivo del popolo o nazione che la pone in essere: il cambio di paradigma dall’idea kantiana «astratta che unifica le tante e diverse sensazioni in un’intuizione immediata, un’intuizione estetica che parte dal fatto che esiste un noumeno» anche se inconoscibile, nella «rappresentazione soggettiva del mondo»[55] è operato da Fichte, Hegel e tutta la cultura idealistica a loro successiva; quella stessa cultura di cui il pensiero völkisch e il Nazismo si nutrono avidamente. Questa nuova Weltanschauung avrebbe ben presto svelato il suo lato più ambiguo, mostrando come la sua vera linfa vitale erano «i valori dell’anima razziale»[56], non ancora resisi del tutto evidenti: difatti non era ancora avvenuta la totale riconciliazione fra lo Spirito e la Storia, fra Infinito e finito.
Ultima parola-chiave analizzata da Clementi è «magnetismo», un qualcosa di «paragonabile al tocco di Dio sulle cose» che «porta verso la Vita e la fa riconoscere alla privilegiata attenzione del genio […] o la fa nascere miracolosamente dal nulla»[57]: in questo caso ci troviamo di fronte a un panteismo secolarizzato senza precedenti, dove (nel nazionalismo ottocentesco prima e nel nazismo poi) il soggetto viene progressivamente identificandosi con una Sostanza essenzialmente nuova che lui stesso ha creato e della quale è divenuto schiavo. Il sentimento eroico-tragico, profondamente determinista, che muove il Nazismo e la Creatura del Dr. Frankenstein citata da Clementi hanno, difatti, un inquietante e innegabile aspetto comune: lungi dall’esaurire la loro portata nella dialettica hegeliana del Knechtschaft und Herrschaft (servo-signore), entrambi i momenti si manifestano come una vittoria totale del signore (inteso qui, rispettivamente, come Sostanza e Creatura) che imbriglia e divora «il genio» incapace di portare a realizzazione il compito metafisico al quale il soggetto (popolo tedesco e Dr.) era predestinato. Non è un caso se, sul finire della Seconda guerra mondiale con i soldati sovietici ormai alle porte della capitale, Adolf Hitler varò quello che viene comunemente conosciuto come «decreto Nerone»[58]: se la Germania era perduta, allora nulla sarebbe dovuto cadere in mano nemica, nemmeno i tedeschi, per i quali il Führer non nutriva più la minima pietà.
I passi che condussero alla costruzione delle permanenti camere a gas di Auschwitz-Birkenau furono dunque diversi, e implicarono certamente la tecnologia e la burocrazia moderne, ma tutti affondarono le proprie radici in quell’humus storico-psico-filo-sociologico particolarissimo che rappresentò un unicum nella storia umana per la particolare commistione alla quale le singole concettualizzazioni furono soggette. Senza la burocrazia, la razionalità strumentale e soprattutto la tecnica moderne, la Shoah non si sarebbe mai potuta realizzare in tutta la sua aberrazione, giacché senza il sistema-fabbrica moderno non si sarebbe potuto avere il sistema-lager: è il lato oscuro e nascosto della Zivilisation e dell’Aufklärung, un loro prodotto nato dalla cieca fiducia nella categoria metafisica di progresso e nella conseguente possibilità di far emergere l’umanità razionale dal violento e spietato stato di natura, anziché un loro tragico insuccesso. «La verità scomoda è che quei crimini terribili non avvennero perché i nazisti erano tedeschi, ma perché erano esseri umani»[59] e questo è il messaggio (e il monito) più potente che l’esperienza nefasta dei campi di concentramento-sterminio dovrebbe lasciare alle generazioni future.
Trincerarsi dietro una tanto rassicurante quanto falsa ipotesi del mondo giusto, dell’idea che esista un solo e particolare tipo di personalità in grado di commettere quei crimini e che essi, come tali, non possano più ripresentarsi nei tempi attuali comporterebbe una desensibilizzazione e deresponsabilizzazione psico-morale che l’umanità non può permettersi. «Tutto è fragile, spesso molto più di quanto siamo disposti a immaginare»[60] e, purtroppo, ora più che mai ciò appare evidente. Ecco perché è necessario analizzare ancora e ancora questo capitolo oscuro della Storia alla ricerca di tracce, indizi di germogli maligni da estirpare quanto prima. Ecco perché ricostruzioni come quella di Clementi sono necessarie: riconoscere e comprendere le due anime che muovono la realtà (la «creatio ex nihilo» e la «reductio ad nihil»[61]) permette una presa di coscienza tale da promuovere un’azione in grado di inscriversi autenticamente nel solco dell’Umanità e del suo nuovo Umanesimo; soltanto così possiamo sperare di liberarci definitivamente da quei valori fondamentali del nazi-fascismo che, ahimè ancora oggi, ammorbano la politica e le società contemporanee.
[1] Cfr. tra i molti A. Foa, Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione, Laterza, Roma-Bari 2001; G. Meotti, Il sabato nero. La distruzione d’Israele, i barbari e l’Europa, Lindau, Torino 2024; L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo. Dalle origini del cristianesimo all’Europa del Cinquecento (1955), Rizzoli, Milano 2004; R. Calimani, Storia del pregiudizio contro gli ebrei, Mondadori, Milano 2007; S. Levis-Sullam, L’archivio antiebraico. Il linguaggio dell’antisemitismo moderno, Editori Laterza, Roma-Bari 2008.
[2] Cfr. L. Rees, La mente nazi. Dodici moniti dalla storia, tr. it. di J. Andreetto, Bompiani, Milano 2025.
[3] Cfr. V. Pisanty, Antisemita. Una parola in ostaggio, Bompiani, Milano 2025.
[4] L. Rees, La mente nazi, op. cit., p. 334.
[5] L. Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Res Gestae, Milano 2023, p. 24.
[6] M. Clementi, Romanticismo regressivo. Un inventario tematico, Mimesis, Milano 2026, p. 57.
[7] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 33.
[8] Cfr. G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, tr. it. di F. Saba Sardi, IlSaggiatore, Milano 2015.
[9] Cfr. M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit.; E. Auerbach, Letteratura mondiale e metodo, Editrice Nottetempo, Milano 2018.
[10] A. Hitler, Mein Kampf, Rusconi, Santarcangelo di Romagna 2018, p. XVI.
[11] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., pp. 33-34.
[12] Ivi, p. 34.
[13] Il concetto di Blut und Boden (sangue e suolo) è centrale nell’ideologia völkisch e ciò era riscontrabile non soltanto nelle formulazioni teoriche, ma anche nelle produzioni artistico-pratiche: basti pensare alle raffigurazioni più comuni e apprezzate dal regime, le quali avevano come soggetti i contadini, la Madre Terra, l’esaltazione della forza fisica dei soggetti e dei “loro” corpi etc.; tutte specificità esemplificate brillantemente nelle opere del pittore Adolf Ziegler e dello scultore Arno Breker. Per una disamina più oculata sulla questione filosofica e artistica del corpo durante il regime cfr. A. Guzzetti, Aporia dell’ombra. La croce che divise l’Europa, Morlacchi Editore U.P, Perugia 2025.
[14] A. Hitler, Mein Kampf, op. cit., p. XXVII.
[15] Una delle poche chiose che mi sento di sottolineare è che, nel libro di Clementi, non compare alcuna citazione dell’Introduzione al Mein Kampf, né tantomeno è indicato alcun riferimento bibliografico in merito, ma data l’innegabile somiglianza concettuale con il suddetto testo risulta difficile non supporre, quantomeno, una rapida lettura dello stesso da parte del nostro autore.
[16] Cfr. A. Hitler, Mein Kampf, op. cit.; M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit.; M. Borghesi, Il male necessario. L’etica del superuomo nel manicheismo romantico, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2024; M. Borghesi, L’età dello Spirito in Hegel. Dal Vangelo “storico” al Vangelo “eterno”, Studium Edizioni, Roma 1995.
[17] Cfr. M. Borghesi, La terza età del mondo. L’utopia della seconda modernità, Studium Edizioni, Roma 2020; M. Borghesi; M. Borghesi, Ateismo e modernità. Il dibattito nel pensiero cattolico italo-francese, Jaca Book, Milano 2020; M. Borghesi, Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana, Marietti, Bologna 2018.
[18] La concezione organica e mistica del Volk come forza spirituale profondamente radicata nella Natura ebbe conseguenze rilevanti non soltanto sul piano dell’identità nazionale, ma soprattutto della definizione dell’alterità: se l’autorealizzazione dipendeva dalla partecipazione a una specifica comunità spirituale, individuabile nella Natura, e se, l’ambiente naturale stesso differiva da Nazione a Nazione, allora non tutti gli individui potevano essere considerati ugualmente capaci di appartenervi. Il Volk veniva così progressivamente a identificarsi con una presunta origine biologica comune, trasformando il legame culturale e spirituale in un criterio di appartenenza razziale che giustificava le relative discriminazioni e persecuzioni. La possibilità di realizzarsi attraverso la propria Natura veniva così vincolata all’idea che ciascun popolo possedesse una natura specifica, intrasmissibile e incompatibile con quella di altri individui: da questa premessa (unita all’ideologia del darwinismo sociale, molto in voga nel XIX secolo non solo in Germania, ma anche nel resto del mondo[18]a) deriva la giustificazione della divisione dell’umanità in razze gerarchicamente ordinate e il rifiuto di quelle considerate inferiori, secondo una logica che trasformava l’identità collettiva in uno strumento di esclusione. In tale schema, anche il paesaggio assumeva un significato determinante, giacché l’animo di ciascun Volk era plasmato finanche dall’ambiente geografico nel quale lo stesso si era originariamente sviluppato. Il popolo tedesco, associato alle foreste, ai laghi profondi e alle alte montagne, veniva dunque descritto come dotato di grande profondità spirituale e mistero, mentre gli ebrei, popolo originario del deserto, erano altrsì stigmatizzati attraverso stereotipi che li dipingevano come aridi, superficiali e privi di creatività; il paesaggio concorreva così a determinare le qualità morali e spirituali delle popolazioni, naturalizzando differenze che, in realtà, erano costruite ad hoc ideologicamente. Secondo tale lettura, l’invidia provata dagli ebrei (in quanto popolo arido) veniva indirizzata verso tutti quei popoli ricchi tanto di risorse naturali, quanto di indubbia nobiltà di spirito (primi fra tutti i tedeschi), con l’obiettivo machiavellico di portare quegli stessi popoli al medesimo sradicamento che loro stessi, in prima battuta, avevano subito. In questa narrazione aberrante e persecutoria, la storia del popolo ebraico veniva rovesciata in un’accusa pesantissima che, assieme alle tante altre tristemente note, giustificheranno agli occhi dei nazisti la loro politica di sterminio: da vittima di dispersione e sradicamento, esso veniva trasformato, nell’immaginario völkisch, in un agente occulto della disgregazione altrui, una minaccia concreta alla stabilità e alla grandezza del Reich che non poteva, in alcun modo, essere sottovalutata. Nel libro di Clementi viene lecitamente posta in luce questa visione dell’ebreo «senza radici, estraniato dal suo Volk, capace solo di sfruttare come un mostruoso parassita» M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 35. Sul tema dell’ebraismo come «coscienza infelice» cfr. G. W. F. Hegel, Scritti teologici giovanili, (a cura di) E. Mirri, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2015; M. Borghesi, La terza età del mondo, op. cit.
[18]a La teoria nacque attorno alla seconda metà dell’Ottocento, sull’orma delle considerazioni tracciate da Charles Darwin, ma è con il saggio di Tort che questa concezione più strutturata. Sostanzialmente veniva creandosi una netta sovrapposizione fra la selezione naturale operante già naturalmente nel regno animale e quella che doveva essere attuata anche nelle società umane: le teorie eugenetiche si diffusero ben presto durante tutto il secolo, in Europa come in America e la loro attuazione (attraverso programmi che miravano alla soppressione fisica di persone con handicap, patologie fisiche e psichiche) erano volte alla necessaria (così si sosteneva) preservazione dei soggetti più capaci, in sostanza migliori.
[19] È interessante notare un’analogia tra l’umano-divino hegeliano e il tema dell’imago Dei in Meister Eckhart, una figura alla quale il movimento völkisch, così come la cultura idealista in genere, fece più e più volte riferimento. In A. Klein, Meister Eckhart. La dottrina mistica della giustificazione, Mursia, Milano 1978, emerge chiaramente la particolare considerazione eckhartiana dell’uomo come “immagine di Dio”: questa non sta a indicare difatti una possibile somiglianza, generica, fra il soggetto e il modello, bensì una concreta e innegabile corrispondenza, «identità» perfetta fra i due. Su questo tema cfr. M. Borghesi, La terza età del mondo, op. cit., pp. 82-117.
[20] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 34.
[21] A. Hitler, Mein Kampf, op. cit., p. XXIX.
[22] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 36.
[23] Cfr. M. Borghesi, M. Borghesi, La terza età del mondo, op. cit.; M. Borghesi, op. cit.
[24] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 38.
[25] La forza vitale attribuita al Volk veniva rappresentata come un principio dinamico, capace di connettere l’uomo al trascendente attraverso un processo incessante di trasformazione, maturazione e creazione. In questa prospettiva, il panteismo filosofico si caricava di significati religiosi e identitari, richiamando, per certi aspetti, tanto l’Uno di Giordano Bruno (ossia il principio immanente della realtà e della sua produttività), quanto la Sostanza spinoziana, nella quale essenza ed esistenza sono intimamente connesse. Il Volk diventava così il tramite attraverso cui l’individuo avrebbe potuto realizzare il proprio sé spirituale e partecipare a un Tutto concepito come fondamento dell’intera realtà. È chiaro che tali riferimenti filosofici appartengono a tradizioni teoriche complesse e non riducibili direttamente a una dottrina nazionalista, ma è interessante notare la loro assimilazione distorta (assieme anche alla teoria bergsoniana dell’«evoluzione creatrice», tra le altre) entro il pensiero völkisch otto-novecentesco.
[26] Lo Stato nazista era una macchina perfetta sia dal punto di vista immanente (burocratico), sia da quello trascendente (in quanto esemplificazione dello Spirito ariano), pertanto bisognava prestargli la massima riverenza possibile: la componente umana era pressoché ridotta a mero ingranaggio, ciecamente votato alla preservazione del meccanismo e, di conseguenza, all’infuori di esso non aveva valore né dal punto di vista politico-civile, né tantomeno da quello metafisico.
[27] Interessante in tal senso, pur non trattando l’argomento in via esclusiva, M. Izzi, Il dizionario illustrato dei mostri. Angeli, diavoli, orchi, draghi, sirene e altre creature dell’immaginario, Gremese Editore, Roma 1989.
[28] Il sentimento prometeico che permeava tutto il Romanticismo ottocentesco venne di fatto convergendo in una nuova religione laica, totalizzante: l’hitlerismo si presentò come la giusta risposta alla disperata ricerca del proprio Sé, una giustificazione esistenziale del male. In breve, una teodicea che sarebbe riuscita in un’impresa diabolica: portare sulla terra l’inferno dantesco.
[29] Cfr. G. Penzo, Nietzsche e il nazismo. Il tramonto del mito del super-uomo, Rusconi Libri, Milano 1997.
[30] «dunque il suicidio di Empedocle è il compimento finale del suo esilio, che, nel momento in cui diventa estremo sacrificio diviene simbolo di un ritrovato afflato con gli déi da parte del protagonista, che ridiventa divino quando accetta di morire, in una specie di santificazione e celebrazione trionfale della morte» in M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 24. Sul tema, fra gli altri, cfr. C. Goeschel, Suicide in Nazi Germany, Oxford University Press, Oxford 2009; G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, op. cit.; F. Spotts, Hitler and the Power of Aestetics, Overlook Press, New York 2003; V. Della Casa, Volontà di potenza come volontà di naufragio: quando il superamento passa dall’autodistruzione, Rivista di Estetica, 56/2024.
[31] M. Heidegger, Nietzsche, (a cura di) F. Volpi, Adelphi, Milano 2018, p. 70.
[32] Preludi inquietanti di questo atteggiamento si riscontrano in F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Rusconi Libri, Milano 2004, p. 31: «dovete cercare i vostri nemici, dovete condurre la vostra guerra. E se il vostro pensiero soccombe, tuttavia la vostra lealtà deve ancora gridare al trionfo! Dovete amare la pace come strumento di nuove guerre. […] Voi dite che la buona causa santifica perfino la guerra? Io vi dico: buona guerra è quella che santifica ogni causa».
[33] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 25.
[34] A. Hitler, Mein Kampf, op. cit., p. XX.
[35] Anche la riattualizzazione, durante il Terzo Reich, di rituali presentati come espressioni di antiche tradizioni pagane, tra cui celebrazioni legate ai solstizi e al salto del fuoco, si inseriva in questa ricerca di continuità con un passato mitizzato; pratiche che potevano simbolicamente ristabilire un contatto con gli antenati e con un’identità nazionale ritenuta originaria. Il mito delle origini diventava, in questo contesto, uno strumento di legittimazione politica: attraverso la fusione immaginaria tra natura, sangue, suolo e storia, il Nazionalsocialismo traduceva la nostalgia völkisch in un progetto di rigenerazione collettiva fondato sull’esclusione razziale e sulla persecuzione di coloro che venivano definiti estranei alla comunità nazionale. Il pensiero völkisch mostra dunque come la ricerca di un’unità originaria tra uomo, natura, religione e comunità possa essere progressivamente trasformata in una concezione assolutizzata dell’identità collettiva: la nostalgia delle origini, inizialmente espressa come aspirazione emotiva e spirituale (fondamentalmente fattuale, almeno inizialmente), venne articolata attraverso categorie filosofiche, estetiche e religiose, per poi intrecciarsi con miti nazionalistici e teorie razziali in quella miscela esplosiva a cui si faceva riferimento all’inizio di questo articolo. La sua forza non risiedeva soltanto nella promessa di restituire significato a un presente percepito come frammentato, ma anche nella capacità di offrire una genealogia immaginaria, un senso di appartenenza e una spiegazione totalizzante della crisi: fu proprio questa combinazione di riscatto simbolico, misticismo della natura e identificazione tra comunità e destino storico a contribuire a rendere il repertorio völkisch disponibile alla rielaborazione nazionalsocialista, nella quale la promessa di ricomposizione dell’unità si convertì in un principio di esclusione, gerarchizzazione e persecuzione.
[36] H. Bergson, L’evoluzione creatrice, (a cura di) M. Acerra, BUR Rizzoli, Milano 2018, p. 14.
[37] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 39.
[38] G. Steiner, Nel castello di Barbablù, tr. it. di I. Farinelli, SE, Milano 2002, p. 17.
[39] Ivi, p. 18.
[40] A. Guzzetti, Aporia dell’ombra, op. cit., p. 184.
[41] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 37.
[42] Cfr. A. Guzzetti, Aporia dell’ombra, op. cit.
[43] Cfr. C. G. Jung, Opere complete, Vol. X, Bollati Boringhieri, Torino 2015.
[44] Mi riferisco al rogo di libri (in tedesco Bücherverbrennungen) operato sotto la morbosa e attentissima guida di Alfred Bäumler a opera degli studenti della Deutsche Studentenschaft, un’Associazione studentesca di stampo chiaramente nazista.
[45] Cfr. H. Grimm, Volk ohne Raum, Langen-Müller Verlag, München 1934; S. Lauryssens, L’uomo che ha inventato il Terzo Reich, Newton&Compton Editori, Roma 2000.
[46] Intellettuale di spicco all’epoca, autore di articoli nazionalisti e antisemiti pubblicati sul suo periodico Auf gut Deutsch e frequentatore abituale della Società Thule, ambiente nel quale circolavano teorie esoteriche e razziali legate al mito delle origini germaniche. In questi contesti si sosteneva che il popolo tedesco originario si fosse indebolito attraverso l’incrocio con razze considerate inferiori e moralmente corrotte e il caos politico e sociale contemporaneo veniva interpretato come prova tangibile di questa degenerazione razziale. Certamente, le teorie elaborate da tali ambienti avevano una funzione simbolica e psicologica, in luogo di una solida valenza storica: il richiamo agli antichi eroi germanici e alle presunte origini ariane consentiva difatti l’evasione fantastica da un presente percepito come umiliante e, al contempo, l’attribuzione alla Nazione di una genealogia gloriosa, capace di compensare questo senso di perdita e disorientamento.
[47] L. Rees, La mente nazi, op. cit., p. 75.
[48] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 58.
[49] Ci si riferisce al progetto della Grande Germania, con relativa annessione dell’Austria (cosa che avvenne, effettivamente, nel ’38) e della Piccola Germania, già discussi negli anni che precedono l’unificazione tedesca.
[50] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 58.
[51] V. Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich, Giuntina, Firenze 2020.
[52] Ivi, p. 4, cit. in M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 60.
[53] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 61.
[54] Cfr. A. Rosenberg, Il mito del XX secolo, tr. it. di M. Mainardi, M. Linguardo, Editrice Thule Italia, Roma 2017.
[55] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 65.
[56] A. Rosenberg, Il mito del XX secolo, op. cit., p. 40.
[57] M. Clementi, Romanticismo regressivo, op. cit., p. 67.
[58] Il nome in tedesco era Befehl betreffend Zerstörungsmaßnahmen im Reichsgebiet (Decreto riguardante le misure distruttive nel territorio del Reich): venne varato il 19 marzo 1945 e prevedeva la distruzione totale di strutture militari, infrastrutture utili alle comunicazioni, al trasporto, ai depositi o all’utilizzo industriale, così come le opere architettoniche e artistiche in generale. Fortunatamente, Albert Speer disubbidì all’ordine.
[59] L. Rees, La mente nazi, op. cit., p. 390.
[60] Ivi, p. 397.
[61] G. Anders, L’uomo è antiquato (1963), tr. it. di M. A. Mori, Bollati Boringhieri, Torino 2003, vol. II, p. 379.
L'autore
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Aurora Guzzetti (Assisi, 2000) è attualmente PhD Student in Scienze Umane, curriculum filosofico, presso l’Università degli Studi di Perugia. Dopo essersi diplomata al Liceo Artistico “A. Magnini” di Deruta, ha conseguito una laurea triennale in Filosofia e scienze e tecniche psicologiche nel luglio 2022 con una tesi bilingue italo-tedesco e una laurea magistrale con lode in Filosofia ed etica delle relazioni nel luglio 2024 presso l’Università degli Studi di Perugia. Tra le sue pubblicazioni: Le origini del nazionalsocialismo:
un’analisi storico-filosofica, in “Insula europea” 2024; Il lato oscuro della modernità: riflessioni filosofiche sul nazionalsocialismo, in “La nottola di Minerva” 2025; Aporia dell’ombra. La croce che divise l’Europa, Morlacchi Editore U.P 2025; L’arte, l’uomo e Dio: l’epifania iconografica quale autentico spazio di relazione intermondana nel pensiero di Pavel A. Florenskij, in “Metaxy Journal”, 2025; Arte, libertà e politica. Per un’estetica oltre il nichilismo contemporaneo, in “Materiali di Estetica”, 2026.

