In primo piano · Interventi

Guelfo Civinini. Tra memoria della Maremma, giornalismo e poesia del Novecento

Fra gli scrittori livornesi che maggiormente contribuirono a collegare la cultura toscana con la dimensione nazionale del primo Novecento, Guelfo Civinini (Livorno, 1º agosto 1873 – Roma, 10 aprile 1954) occupa una posizione di assoluto rilievo. Poeta, narratore, giornalista, drammaturgo, librettista, esploratore e inviato speciale del Corriere della Sera, fu una delle figure più poliedriche della cultura italiana fra età umbertina e secondo dopoguerra. La sua opera attraversa generi e linguaggi differenti, dalla lirica crepuscolare alla narrativa memoriale, dalla cronaca di guerra al reportage di viaggio, fino al teatro e al melodramma, mantenendo sempre una costante attenzione per il rapporto tra esperienza vissuta e trasfigurazione letteraria. Pur avendo trascorso gran parte della propria esistenza lontano dalla città natale, Livorno rimase per lui un luogo identitario, simbolico e affettivo, mentre la Maremma divenne il vero paesaggio dell’anima, trasformato in una delle immagini più originali della letteratura italiana del Novecento. Nacque durante una delle periodiche permanenze estive della famiglia, originaria di Pistoia ma residente a Grosseto. La nascita nella città labronica fu infatti legata alla consuetudine, diffusa nella Maremma ottocentesca, di trasferirsi sulla costa durante i mesi più caldi per sfuggire alla malaria. Rimasto presto orfano del padre, trascorse l’infanzia a Grosseto, immerso in un ambiente ancora dominato da vaste paludi, butteri, boschi e campagne selvagge (furono proprio questi paesaggi, insieme ai ricordi dell’infanzia e della civiltà maremmana, a costituire il serbatoio inesauribile della sua futura produzione narrativa). Dopo il secondo matrimonio della madre la famiglia si trasferì dapprima in Puglia e successivamente a Roma, dove Civinini completò gli studi al liceo “Umberto I”, diretto allora da Giuseppe Chiarini, uno dei maggiori interpreti della tradizione carducciana e grande amico del vate. Proprio Chiarini intuì precocemente le sue qualità letterarie, incoraggiandolo verso il giornalismo e la scrittura.

L’esordio letterario avvenne alla fine dell’Ottocento con una produzione poetica che lo colloca fra gli interpreti più significativi della stagione crepuscolare. Raccolte come L’Urna (1900) ed I sentieri e le nuvole (1911) mostrano infatti una lirica intimista, malinconica e musicale, nella quale convivono suggestioni dannunziane e pascoliane, ma anche un tono dimesso e quotidiano che anticipa alcuni caratteri del crepuscolarismo italiano. Più che nella ricerca simbolica o nell’enfasi retorica, Civinini trova la propria originalità nella capacità di trasformare il paesaggio in memoria e la natura in riflesso dell’interiorità, privilegiando immagini semplici, delicate e fortemente evocative. Parallelamente alla poesia iniziò una brillante carriera giornalistica che lo avrebbe reso una delle firme più autorevoli del Corriere della Sera. In qualità di inviato speciale seguì alcuni dei principali eventi internazionali del primo Novecento: la guerra italo-turca, la Prima guerra mondiale, le vicende balcaniche, i conflitti nel Mediterraneo e numerose spedizioni africane. Dai suoi viaggi nacquero reportage raccolti in opere come Viaggio intorno alla guerra, Sotto le piogge equatoriali, Ricordi di carovana e Tropico e dintorni, testi nei quali l’osservazione giornalistica si fonde con una raffinata scrittura letteraria. Civinini non si limitava infatti alla cronaca degli avvenimenti, ma cercava continuamente di coglierne il significato umano, storico e paesaggistico, facendo del reportage una vera forma narrativa.

Accanto al giornalismo sviluppò una ricca attività teatrale: scrisse drammi come La regina e Rottami, ma soprattutto raggiunse una fama internazionale grazie alla collaborazione con Carlo Zangarini nella stesura del libretto de La fanciulla del West di Giacomo Puccini, rappresentata nel 1910 al Metropolitan Opera di New York sotto la direzione di Arturo Toscanini (l’opera costituisce ancora oggi uno dei maggiori contributi di uno scrittore livornese alla storia del melodramma italiano e internazionale). Se la poesia rappresenta il momento più intimamente lirico della sua attività, è probabilmente nella narrativa memoriale che Civinini raggiunge i risultati più alti. Opere come Odor d’erbe buone (1931), Pantaloni lunghi (1933) e soprattutto Trattoria di paese (1937), insignita del Premio Viareggio, restituiscono con straordinaria efficacia il mondo della Maremma ottocentesca attraverso il filtro del ricordo. In questi libri la memoria individuale diventa memoria collettiva; i paesaggi, gli animali, i butteri, le locande e le figure popolari acquistano un valore quasi mitico, senza mai perdere il radicamento nella realtà. Lo stile, limpido ed elegante, evita ogni compiacimento nostalgico e trasforma il racconto autobiografico in una meditazione sul tempo, sulla perdita e sulle trasformazioni della civiltà rurale italiana.

Un altro aspetto fondamentale della sua personalità fu la passione per il viaggio e per l’esplorazione. Negli anni Venti e Trenta compì numerose spedizioni nell’Africa orientale, interessandosi non soltanto agli aspetti geografici, ma anche alle culture locali, alla storia coloniale e all’archeologia. Realizzò inoltre documentari per l’Istituto Luce e promosse importanti ricerche archeologiche nella zona dell’Argentario, dove acquistò la Torre di Santa Liberata e contribuì alla scoperta dei resti di una villa romana. Questa dimensione di esploratore testimonia una curiosità intellettuale che travalicava continuamente i confini della letteratura. La sua vicenda pubblica fu inevitabilmente intrecciata anche alla storia politica del suo tempo. Firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti e nominato Accademico d’Italia nel 1939, aderì inizialmente al regime, pur mantenendo una forte autonomia di giudizio. Negli anni successivi prese progressivamente le distanze da alcune scelte del fascismo, in particolare dopo l’alleanza con la Germania nazista e l’introduzione delle leggi razziali. Nel dopoguerra fu sottoposto a procedimento di epurazione, dal quale uscì completamente assolto, riprendendo quindi la propria attività giornalistica e letteraria fino agli ultimi anni di vita. Anche la sua esistenza privata fu segnata da eventi dolorosi. Nel 1928 la figlia Giuliana si tolse la vita, tragedia che lo colpì profondamente e che lasciò tracce evidenti nella sua produzione successiva. Negli ultimi anni continuò a pubblicare libri di memorie e racconti, fra cui Lungo la mia strada, premiato con il Marzotto nel 1953, quasi un bilancio umano e letterario di oltre mezzo secolo di esperienze. Morì a Roma, lasciando una delle opere più vaste e versatili della letteratura italiana del Novecento.

Rileggere oggi Guelfo Civinini significa riscoprire uno scrittore che sfugge a ogni definizione univoca. Poeta crepuscolare, narratore della memoria, cronista di guerra, viaggiatore, librettista, uomo di teatro ed esploratore, egli seppe attraversare alcuni dei momenti cruciali della storia italiana trasformandoli in materia letteraria. La sua scrittura, sempre limpida ed elegante, unisce il gusto dell’osservazione giornalistica alla sensibilità del poeta, facendo convivere la cronaca con il ricordo, la storia con il paesaggio, l’esperienza individuale con la memoria collettiva. In questo equilibrio fra autobiografia e racconto, fra Toscana e mondo, fra provincia e modernità, risiede ancora oggi la principale ragione dell’interesse per un autore che merita di essere restituito al posto che gli compete nella storia della letteratura italiana del Novecento.

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.