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Maria Gioia Tavoni a tu per tu con Enrico Tallone, il principe dell’editoria di nicchia

Difficile poter dare anche solo briciole di informazioni nuove più ancora che notizie su Enrico Tallone, celebre in tutto il mondo, e sulla sua Casa che dagli anni Trenta del Novecento ha scelto il libro “bello dentro e fuori”. Nelle medesime pagine in cui viene pubblicata la nostra chiacchierata, Enrico, grazie a Alessandra Panzanelli, ha già lasciato una bella e precisa immagine della maestria della sua impresa che consente «di allestire edizioni in cui il tono e l’intensità dell’inchiostro si accordano alla superficie e al colore del supporto», a cui è doveroso aggiungere, mirabilmente. Scavare in profondità sull’ “amor di libro”, sulla passione che ha già coinvolto tre generazioni Tallone, è pertanto il compito primario che mi sono prefissa con la speranza di riuscire a meglio definire i contorni di una avventura che è stata ed è ancora coinvolgente.

 

Proprio sul passaggio del testimone ti chiedo in primis come è avvenuta la continuità fra il lavoro di tuo padre e il tuo.

Per quanto riguarda la continuità generazionale, essa è stata garantita da mia madre Bianca, che ha saputo trasmettere a me e mio fratello Aldo l’amore per questo mestiere, unico e complesso al contempo, nei delicati frangenti seguiti alla scomparsa di mio padre.

Inoltre, negli anni dell’adolescenza, io e Aldo abbiamo avuto il privilegio di apprendere l’arte della stampa direttamente da Roger Lautray, collaboratore di Maurice Darantiere – così nella forma da lui stesso preferita – sotto la cui egida venne stampata la prima edizione dell’Ulisse di Joyce. Chiamato da nostra madre Lautray si portava tutte le estati ad Alpignano per trasmetterci i segreti della sua arte. Fondamentale è stata per la continuità della impresa la vicinanza di scrittori e poeti: Pablo Neruda, in particolare, inviò a mia madre un inedito, Copa de Sangre, cui aggiunse lo scritto Adios a Tallone, in ricordo di Alberto. Riservare inediti ai nostri torchi è stata una carta molto importante. Alla grande sensibilità di mia madre e alla sua precisa volontà di continuare il lavoro del marito, si accompagnò l’aiuto in varie direzioni di chi aveva chiaro il profilo culturale del nostro lavoro e la sua importanza nel permetterne la persistenza.

A quanto mi risulta tutti e tre i tuoi figli lavorano nell’atelier Tallone. È sicuramente un segno di educazione alla libertà, quella impartita loro da te e tua moglie, considerato che al termine del rispettivo percorso scolastico, i vostri figli non abbiano seguito subito le orme dei nonni e dei genitori. Che cosa ha fatto scattare la molla del ‘rimpatrio’?

Credo che la scelta dei miei figli, dopo diverse esperienze fuori casa, sia stata dettata dal rendersi conto del valore di un lavoro, seppur molto difficile, non omologato e controcorrente. Lo fu già la scelta del loro nonno, che, negli anni ’30, in pieno macchinismo ed entusiasmo per la velocità, decise di diventare editore, componendo a mano in una grande capitale europea come Parigi, replicando così gli intenti di William Morris, l’eclettico protagonista della rinascita dell’arte manuale del libro e, ancora prima, del concetto di “alto artigianato artistico” proprio della cultura italiana, retaggio del Rinascimento.

Ora i miei figli lavorano tutti e tre in casa editrice, occupandosi sia delle complesse fasi produttive, tutte rigorosamente artigianali, che della promozione; inoltre, per rispondere al crescente interesse nei confronti della tipografia e del type design, grazie alla loro presenza “attiva”, ho recentemente inaugurato l’Archivio degli Stili, dedicato allo stile e al design dei caratteri del ‘900: a corredo di questa collezione, che costituisce una delle più importanti d’ Europa, è raccolta la filiera completa degli strumenti d’epoca per l’incisione e la fondita.

Il fatto che la tua famiglia al completo sia impegnata nella Casa editrice significa innanzi tutto una condivisione di interessi e di impegno che ha pochi precedenti. E come tu stesso asserisci è la presenza dei tre figli che ti ha incoraggiato nell’ampliare i diversi settori artistico-culturali come appunto l’Archivio degli Stili, a cui hai accennato. Come si configura questo nuovo settore?

La conservazione di veri e propri ‘semi’ della cultura, ossia dei punzoni sbalzati a mano e dei caratteri originali nei diversi stili, è di grande importanza: costituisce un ‘giardino letterario’ di biblio-diversità che dà forma alla molteplicità del pensiero.

L’archivio, ospitato in una sala adiacente all’Atelier settecentesco della casa editrice, di cui ne rappresenta la naturale prosecuzione, è una realizzazione che si è potuta attuare e soprattutto continuare a implementare grazie al lavoro di noi tutti, mia moglie compresa.

L’apporto di tale linfa permette alla Casa editrice di presentarsi al meglio nelle grandi manifestazioni librarie e culturali all’estero e di aver aggiunto all’atelier tipografico, un settore che cumula, al cospicuo patrimonio di caratteri classici, i più importanti tipi, declinati negli stili: augustale, onciale, gotico, medievale, rinascimentale, barocco, transizionale, neoclassico, eclettico, art-nouveau, razionalista, costruttivista, modernista e post-moderno. Tutti i tipi sono tratti da fusioni originali di cassa, prodotti dalle più importanti fonderie di caratteri europee e nordamericane.

Con l’Archivio degli Stili ci siamo proposti anche come interlocutori per chi abbia voglia di entrare nel nostro particolare universo.

L’Archivio è infatti oggetto di seminari riservati a studiosi e studenti provenienti da Politecnici, Scuole Grafiche e di Design, fortemente interessati all’evolversi, al permanere e al ritorno degli stili nonché all’interazione mano-mente, indissolubilmente legata alla cultura tipografica.

Nell’epoca in cui ogni immagine può essere catturata da uno schermo – pur rimanendo confinata nel limbo dell’immaterialità – la possibilità di poter visionare, in unico ambiente, la filiera completa del Libro e dell’Editoria, così come succedeva, con poche modifiche, all’epoca di Aldo Manuzio, insieme a tutti i caratteri appena descritti, specchio di sei secoli di storia del Libro attraverso il segno grafico, rappresenta un raro privilegio. Questo viaggio nel design e nell’editoria comprende anche la seconda parte del Novecento, rappresentata dai grandi protagonisti del segno tipografico, tra i quali figurano Alessandro Butti, Aldo Novarese, Bruno Munari, Hermann Zapf e altri ancora.

Una coincidenza di anniversari per voi importanti si è avuta nel 2018. Sicuramente l’aver osservato il centenario bodoniano vi ha indotto alla pubblicazione dell’ultimo vostro Manuale. Nell’etimo “Manuale” si annida la trattazione esauriente e sistematica di un determinato argomento, lasciando trasparire le finalità didattiche che gli sono implicite. Secondo quest’ottica, in sintesi, quali le differenze fra le due importanti realizzazioni, fra i due Manuali, quello di Bodoni e i vostri?

Il Manuale Tipografico IV intende onorare il libro nei suoi aspetti materiali e spirituali, descrivendo e mostrando dal vero secoli di civiltà tipografica e cartaria, con reperti originali di filigrane dal 1700 al 1900 (e più antiche negli esemplari de luxe) e l’utilizzo, negli esempi a stampa, dei caratteri originali fusi dal Settecento al Novecento. Il Manuale mette inoltre in luce il talento di incisori, fonditori e stampatori, capaci di preservare, attraverso tanti delicati passaggi, le forme più vicine agli ideali di bellezza che, nel corso dei secoli, hanno ispirato i grandi creatori di caratteri.

È questo il motivo principale per il quale, a duecento anni di distanza dal Manuale Tipografico di Giambattista Bodoni, l’editore Tallone pubblica un volume ‘sinestetico’, di 208 pagine composte a mano, dove ogni aspetto trattato è suffragato da esempi impressi e dagli inserti originali cuciti nel volume.

La complessa redazione e la composizione a mano per mezzo di 360.000 caratteri, hanno fatto sì che il nostro Manuale abbia visto la luce nel 2018, anno in cui ricorrevano diversi anniversari, oltre al bicentenario del Manuale Tipografico di Giambattista Bodoni: cinquecentocinquant’anni dalla scomparsa di Gutenberg, 120 anni dalla nascita di Alberto Tallone, l’ottantesimo dall’inizio dell’attività editoriale a Parigi, il sessantesimo dal rientro in patria, il cinquantesimo anniversario della sua scomparsa e il primo di Bianca Bianconi Tallone, a cui si deve, come ho sottolineato in apertura della conversazione, la continuità di un ideale anche durante difficili frangenti. Con la nostra opera si è inteso rendere omaggio non solo alla nostra famiglia ma a tutti coloro che mirano all’arte del libro.

I Manuali Tallone, inoltre, concepiti in senso bodoniano, consentono un percorso decisamente controcorrente, poiché in essi tutto è vero e palpabile – contengono centinaia di reperti originali dal XV secolo ad oggi – nell’epoca del fac-simile ipertecnologico camuffato da prodotto artigianale e del “finto eccellente”. Inoltre, mentre il Manuale di Bodoni rappresenta la summa estetica del suo immenso e inarrivabile lavoro informato allo stile neoclassico, i nostri quattro tomi mostrano e commentano sei secoli di storia dei caratteri adatti al libro e alle lunghe letture, nei quali la memoria collettiva della civiltà occidentale identifica il proprio panorama letterario. Il terzo tomo, dedicato alla fisicità del libro, attraverso i numerosi saggi, con inserti contenenti reperti originali di carte al tino, di filigrane e inchiostri, disposti in ordine cronologico e scelti tra i più prestigiosi manufatti occidentali ed orientali, era già un invito a conoscere la storia non solo oggettuale del libro. Esso è infatti consapevolezza della storia della antica materia scrittoria, la carta, dei suoi segni distintivi come la filigrana, dell’arte di fabbricare inchiostri con le più diverse misture a seconda dei periodi storici e, nel contempo, è storia di come tutti gli elementi furono scelti e ancora lo sono anche per esprimere e valorizzare al massimo un testo. L’estetica perseguita dagli «adepti del culto della bellezza», come ebbe a definirci Gianfranco Contini, è al servizio così pure della lettura, della migliore comprensione del pensiero, finalità proprie delle più impegnate eccellenze editoriali del passato non solo remoto, di cui l’editrice Tallone si è sempre fatta interprete consapevole. L’auspicio di Contini espresso sempre nell’occasione della morte di mio padre: «Auguriamoci che si parli un giorno dei Tallone come degli Aldi, dei Giunti, degli Elzeviri», è sempre stato l’ambizioso obiettivo che ci siamo posti ed è altresì la cifra con la quale ci rivolgiamo a quei colleghi che vogliono continuare a percorrere una strada poco battuta, irta di ostacoli, ma fortemente seducente.

Per le pagine della Tallone hanno scritto anche grandi studiosi, autori presenti nella corrispondenza del vostro mirabile archivio cartaceo di Alpignano, corrispondenza che denuncia il forte gradimento di chi è stato associato alle vostre mirabili edizioni. Come vengono scelti gli autori e come vi rapportate loro?

Il nostro rapporto con gli autori nasce da una comunione d’intenti, seguendo in ciò le orme del fondatore Alberto, il quale pensava che un’opera letteraria a stampa fosse completa solo se curata filologicamente da esperti della materia, capaci di dare un contributo significativo.

È chiaro che la maggior parte degli autori e dei filologi sente il libro come creatura viva, sia per il contenuto che per la forma fisica. Da questi contatti nascono iniziative tradotte in edizioni che intendono cogliere lo spirito segreto di ciascun testo rispecchiandosi di volta in volta nelle scelte, mai uguali, di formato, carta, caratteri e impaginazione. Questo procedere ha fatto sì che, nel corso del tempo, non apparissero a catalogo collane, a parte le eccezioni rappresentate da I filosofi Greci Presocratici, Le Antologie RegionaliI Manuali Tipografici.

Un esempio di recente collaborazione riguarda l’ultima e definitiva versione del Qohélet, che ha visto ripetuti scambi di bozze tra l’editore e il traduttore-prefatore Guido Ceronetti, al fine di far collimare la scansione dei versi con lo spirito dell’opera.

Trasmettere questo patrimonio di ‘Saperi’ alle nuove generazioni lo avvertiamo come un imperativo di grande impegno, ma anche una fonte di altrettanto grande soddisfazione.

 

 

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