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Dalla letteratura alla patafisica. Maria Gioia Tavoni dialoga con Antonio Castronuovo

Antonio Castronuovo (1954) è saggista e traduttore; un implacabile scrittore, oggi a tempo pieno. Fra le sue molte attività legate a lettura e scrittura si colloca la direzione di alcune collane per la Editrice la Mandragora di Imola. Da non molto ha fondato l’opificio di plaquette d’autore “Babbomorto Editore”, una fucina inesauribile di testi brevi ispirati dal sorriso, oltre che da “penne” di qualità. Difficile comporre il versante della sua bibliografia, quasi sconfinata. Qualche accenno ai suoi ultimi saggi: Ossa cervelli mummie e capelli (Quodlibet 2016), Formíggini: un editore piccino picciò (Stampa Alternativa 2018) e Suicidi d’autore (Stampa Alternativa 2019). L’aforisma è un “classico” dei suoi molteplici interessi anche di scrittura, genere letterario cui ha dedicato il lungo studio L’aforisma italiano del XXI secolo («Nuova Informazione Bibliografica», Il Mulino, 2017). Scrive su varie riviste di cultura e di bibliofilia.

Di te, Antonio Castronuovo, si sanno molte cose sebbene chi ti conosca anche solo un poco, sappia che sei restio a parlare in prima persona, a raccontarti. È anche vero che le tue notizie in rete cambiano, o meglio, sono cambiate a seguito di tue recenti svolte, e che dal tuo profilo attuale si evince soprattutto la tua forte inclinazione alla scrittura, mossa da interessi plurimi, tutti ben contestualizzati e sempre concretizzati in buoni approdi. Ma proviamo invece a partire ab imis, sempre che tu mi permetta di entrare dalla porta principale della tua storia non solo letteraria. Nasci in un bellissimo paese della Basilicata, Acerenza, che sembra tagliato su misura per te: severo, appollaiato su di un cucuzzolo, “ventoso”, dotato di reperti storici molto antichi. Si dice che da lì muovesti ancora bambino per il lavoro di tuo padre e che approdasti a Imola, città di pianura dalla doppia fisionomia: ancora emiliana, ma anche già romagnola. Come e quanto ha contribuito Imola alla tua “romagnolità” e quanto è stato l’amore per il tuo paese che si dice tu abbia continuato a frequentare quasi tutte le tue estati? Ti sei sentito dimidiato fra queste due realtà, due culture, di cui quella imolese di per sé è già bifronte?

Beh, devo riconoscere che hai tante e buone notizie su di me. Potevo essere “lombardo” e sono invece diventato “romagnolo”: mio padre era un funzionario dello Stato e, nel momento della “promozione”, gli furono offerte due sedi: Imola o Monza. Scelse Imola, e il mio destino romagnolo fu segnato. Diciamo che in questi ultimi anni sto recuperando la perduta Lombardia: ho vari amici a Milano e ci vado molto più di un tempo.

La mia “romagnolità” deriva dal fatto che, interiormente, sono sempre rimasto vicino alle mie origini popolari: se i miei genitori erano “passati” nella piccola borghesia del funzionariato statale, i miei nonni (tutti) appartenevano al mondo contadino. Ho ancora negli occhi quando, da bambino, vedevo il loro asino caricato di un basto con due botti ai lati. C’è poco da fare: la Romagna conserva un fondo di cultura folclorica, ricordi agresti (Pascoli!) che immancabilmente hanno risuonato in me in maniera abbastanza armonica. L’amore per il paesello nativo è indubbio: non si recidono le origini, mai. Ma nessuna sensazione d’inadeguatezza nel vivere in una parte e non nell’altra: ho sufficienti mezzi per capire che potrei adeguarmi all’Europa intera.

A Imola frequenti il Liceo scientifico e segui la tua inclinazione iscrivendoti a Bologna a Medicina, laureandoti a pieni voti. Che cosa ti ha spinto a intraprendere tale Facoltà e a orientarti poi verso la Sicurezza sul Lavoro? Il lavoro di medico che hai esercitato ha corrisposto alle tue aspettative e, come sei riuscito a conciliarlo con i tantissimi interessi che hanno sempre previsto una tua notevole mobilità?

Se proprio non esiste una determinazione giovanile, quel che spinge un ragazzo a scegliere una certa facoltà universitaria è un mistero: può certo agire un’aspirazione dei genitori alla laurea borghese, ma non ho la sensazione che per me sia stato così; non mi pare di esser stato guidato da una tale ambizione genitoriale. Per me fu cosa spontanea finire in quella Facoltà: dagli anni liceali mi piaceva la scienza, la fisica, la materia; mentre andavo male nelle materie umanistiche (proprio così…). E devo dire che fu scelta indovinata: mi laureai senza alcuna difficoltà e in tempi rapidi (nel primo semestre dell’ultimo anno di studi). Correvo sui volumi e li apprendevo, ma non possedevo uno stile degno di tale nome; insomma, non sapevo scrivere. L’assistente che mi seguì per la tesi, valutò il dattiloscritto mentre faceva un turno di notte al Sant’Orsola: leggeva con la matita blu in mano e correggeva di continuo, tanto che a un certo punto disse: «Tu non farai mai lo scrittore». Ricordo che si chiamava dottor Cola e che negli anni seguenti diventò primario da qualche parte. Mi piacerebbe incontrarlo oggi e scambiare due risate con lui.

Oggi sono pensionato, ma avendo lavorato tutta la vita come consulente autonomo di varie aziende, ed essendo entrato in rapporti di amicizia con parecchi imprenditori, faccio ancora qualcosa. Ho fatto nella vita un lavoro bellissimo: pochi entrano nelle fabbriche e capiscono che si tratta di un mondo completamente diverso da quello della normale quotidianità. Sono sempre stato affascinato da quel mondo, avendo anche avuto la fortuna di vedere di tutto: il cosmo dell’automazione, della chimica industriale, della lavorazione del legno, della metalmeccanica del più diverso genere. Come sono riuscito a conciliare lavoro, interessi e mobilità? Semplice: essendo lavoratore autonomo (non ho ricevuto stipendi in vita mia) ho potuto organizzare l’attività con una certa elasticità: non ho mai avuto “capi” o “obblighi di orario”. E ciò mi ha permesso, in pratica, di lavorare tutta la vita “a mezza giornata”. E quando per tutta la vita hai una mezza giornata libera se ne fanno di cose extra…!

E quando è sorto in te l’urgente bisogno di «far di bianca carta, carta nera»? Il richiamo non è solo letterario: ancor prima della scrittura piace infatti conoscere come si colloca la lettura nella tua parabola esistenziale, e quali sono state le letture che hanno innescato la miccia che ti ha portato non solo ad apprendere ma a indirizzarti verso una tua personale platea. Sapresti individuare chi è il lettore al quale preferibilmente ti rivolgi?

Non ho ricordi precisi di quando tutto è iniziato. Per poterlo collocare nel tempo devo riandare con la memoria al momento in cui, assieme a mia madre, mi trovo dentro una cartolibreria e osservo con occhi avidi un volume illustrato di fisica, che poi la madre comperò. Quanti anni potevo avere? Ero adolescente… Dei miei 18-20 anni credo di avere ancora quaderni manoscritti con annotazioni diaristiche. Insomma, si comincia così: scrivendo note. Non ho proprio ricordo delle mie prime cose, dovrei fare ordine nella mia massa di carta e trovare i primi segni della “carta nera”… ma certamente qualcosa di “finito” risale solo ai miei 24-25 anni, non prima. Come a dire che ho cominciato tardi a scrivere. Ma una volta cominciato non ho più smesso!

Ho sempre nutrito amore per la storia e teoria della scienza. I romanzi non mi hanno mai molto attratto; ne ho letti pochi nella vita, mentre ricordo la gioia di leggere un classico come il Dialogo sopra i massimi sistemi di Galileo. Sono figlio dell’Einaudi, e specificamente della collana Piccola Biblioteca Einaudi, di cui ho letto decine e decine di titoli. Ricordo la Rivoluzione copernicana di Thomas Khun, il Galileo di Geymonat, lo Spallanzani di Rostand e l’Einstein di Infeld. E tra quei libri ricordo bene anche Le origini dell’Enciclopedia di Franco Venturi: era forse un segno primitivo del fatto che pian piano mi sarei interessato anche alla storia del libro, soggetto che oggi coltivo ampiamente. Ricordo anche il rifiuto, del tutto spontaneo, verso ogni esoterismo, spiritualismo, metafisica; rifiuto che si è allargato alla filosofia: a un certo punto non l’ho più sopportata e ho sentito la necessità della storia, della biografia, dei fatti. È forse la ragione per cui non ebbi difficoltà a entrare nella compagine di “Belfagor”, la grande rivista che era stata un tempo di Luigi Russo e che quando vi entrai era diretta a Bari dal figlio Carlo Ferdinando: una rivista versata alla biografia, ai ritratti, ai fatti di vita. “Lallo” – come si faceva chiamare da chi considerava persona amica – percepì questa mia inclinazione e mi aprì le porte: era il 2000 quando vi pubblicai un ritratto di Raymond Roussel; continuai a scriverci fino alla chiusura del 2012. Con “Belfagor” l’Italia ha perso una delle grandi riviste nate nel 1946 (l’altra era “Il Ponte” di Calamandrei, con cui pure ho collaborato).

A quale lettore mi rivolgo? Non lo so: so che devo scrivere come scrivo e quel che scrivo, per quanto con un certo disordine. Sento che ho questo dovere verso me stesso: il lettore verrà dopo, se verrà. 

Sei stato insignito anche di diversi premi, come il “Cesare Pavese” negli anni Ottanta, e hai affrontato temi che possono apparire molto differenti gli uni dagli altri. Hai invece seguito un tuo filo conduttore che si è differenziato per età o per sempre nuovi e impellenti interessi?

Non sono persona da premi: ho mandato qualcosa da giovane a qualche premio, e ne ho portati a casa un paio, nulla di rilievo. Più consono a me è invece ciò che sveli con la tua domanda: vero, ho scritto e continuo a scrivere di molte cose, da perfetto dilettante. Il fatto è che la curiosità mi domina: sono curioso di troppe cose, anche se un filo, per quando sfrangiato, nei miei scritti credo ci sia, ed è secondo me l’inclinazione storico-biografica. Riconosco tuttavia l’assenza di una qualunque specializzazione, e questo è uno svantaggio, un perdersi per mille rivoli; qualcosa che diventa anche incomprensibile agli occhi di chi ti legge. È la mia condanna: essere un “poligrafo”… Tuttavia, mi sembra di poter dire che se ho conquistato una competenza, è la tecnica di scrittura. Posso raccogliere qualunque genere di materiale, e rendere poi credibile quel che scrivo mediante uno stile che ho voluto sempre più nitido.

Ho un ricordo aneddotico che ti racconto: collaborai per alcuni anni con “L’Indice” di Torino, la grande rivista di Cesare Cases; orbene: le recensioni mi erano affidate da Lidia De Federicis – oggi purtroppo scomparsa – che una volta al telefono mi disse: «Mi piace il tuo stile, così chiaro: se anche scrivi di un libro del tutto secondario, ne fai qualcosa di elevato». Ecco: nella cascata di sempre nuovi interessi, coltivo la nitidezza dello scrivere. Quando ci riesco… 

Da lettore a scrittore, da editor a editore nella accezione di chi promuove pubblicazioni e se ne assume il «rischio», come già Leopardi ebbe a sostenere, il tuo percorso non è stato senza abbandoni: aver dovuto rinunciare alla direzione della «Piê», la più antica e aulica rivista romagnola fondata da Aldo Spallicci, di cui sei sempre stato anche cultore di memorie, credo sia stato per te un passo difficile. Molti tuoi lettori, io compresa, hanno sempre apprezzato la tua conduzione e ti hanno affidato propri scritti con la piena consapevolezza di affidarli a mani esperte e sensibili. Ci sentiamo tutti orfani di belle pagine “sub-regionali”. Come è avvenuto questo tuo distacco?

Semplicemente: l’esperienza era giunta al grado massimo di maturazione. Una piccola spinta e il distacco è avvenuto, come per un frutto maturo che deve cadere. La caduta si è verificata nel momento esatto in cui ho capito che alla rivista e alla sua storia ero più interessato io dei Romagnoli, e che la personalizzazione della testata sulla mia figura era diventata eccessiva: rischiava di soffocarmi. La rivista è stata riaffidata ai legittimi proprietari, gli eredi di Spallicci che, per quanto ne so, hanno già ricevuto alcune offerte editoriali per continuare. Sta a loro, adesso, vagliare la questione. Io credo che la rivista, se avrà un futuro, debba essere diretta e prodotta non da una città periferica come Imola, ma dal cuore stesso della Romagna, semmai da una delle due città che si sono storicamente contese l’egemonia culturale: Forlì e Ravenna. Speriamo. Io personalmente sono fuori gioco: dopo aver lasciato «La Piê» mi sono pervenute varie proposte e ho piacere di andare in altre direzioni. La solita “curiosità”… 

La tua minuscola ma attivissima casa editrice si chiama Babbomorto. Da dove hai colto questo suggerimento nominale?

Beh, “casa editrice”…: è solo un piccolo esperimento tutto “famigliare” di produrre plaquette in pochi esemplari numerati, che vanno in poche mani (collezionisti, appassionati). Pubblico letture ironiche o satiriche della realtà, ma anche memorie sorridenti (aneddoti e storie di vita) e collezioni aforistiche, possibilmente non narrativa, sebbene abbia ricevuto e stampato racconti anche buoni. Il nome “Babbomorto Editore” – non ci crederai – giunge da una sonorità che mi piaceva: conoscevo il detto popolare «pagare a babbomorto», cioè non onorare un debito, ma quel che mi ha convinto è stata l’armonia di una parola piena di consonanti, eppure ritmicamente sonora.

Sono una veterana di Facebook mentre mi sembra che da non molto tu abbia intrapreso a comunicare con gli “amici” del noto social. Che cosa ti ha spinto a rendere maggiormente conosciute le tue iniziative e a partecipare alle avventure che avvengono in FB?  Sei iscritto anche ad altro social?

Non sono tra i detrattori del web: è un mondo che mi piace e mi sembra dotato di tutti i difetti e le qualità che ha la stessa umanità. Ci sono spazi di tutta serietà – come questo in cui mi stai intervistando – e ci sono spazi in cui è invece concesso qualche movimento ludico, anche impertinente. Frequento sia gli spazi seri e sia quelli sorridenti, ma personalmente ho solo una bacheca Facebook: la cosa mi diverte, anche se davvero bisogna stare attenti. A quel che si legge e a quel che si dice. Per ora, riesco a filtrare quel che leggo, non ancora quel che dico… è la parte infantile di me, che alza il capo… 

L’allusione alla necessità ludica mi porta almeno ad accennare a un argomento che avrebbe bisogno di maggiore spazio per penetrare nelle sue spire in modo che i profani come me possano tentare di capire. Sei un patafisico, e con tanto di titoli. Riusciresti a definire in poche parole cos’è questa benedetta Patafisica…?

Il mondo della Patafisica nasce in Francia nella prima metà del Novecento e, a parte le suggestioni del fondatore Alfred Jarry, diventa qualcosa di “stabile” con la fondazione a Parigi nel 1948 del Collegio di Patafisica, che nacque grazie a docenti e studiosi: è dunque una sorta di accolita di persone assai serie, che hanno deciso di ritagliarsi uno spazio da dedicare all’ironia e – perché no – anche alla possibilità di lanciare qualche pasquinata al mondo della seriosità.

Ti definisci “profana”, ma sappi che siamo tutti dentro la stessa barca: l’articolo 3.1 dei nostri Statuti addita che il genere umano è composto solo di patafisici. C’è chi ne prende coscienza e chi invece vive la vita intera nella totale inconsapevolezza di essere nato fatalmente patafisico. Ciò premesso, il personaggio centrale dell’inventiva di Jarry, il dottor Faustroll, definisce la Patafisica come la «scienza delle soluzioni immaginarie e delle leggi che regolano le eccezioni». Dunque è la scienza dei fenomeni stravaganti e ubiqui, e in quanto tale s’interessa di tutto, perché nel mondo tutto è eccezione e immaginazione.

Il suo nome – è ancora la fantasia di Jarry a indicarlo – si coglie pensando ad Aristotele, che aveva collocato i libri sugli dèi sullo scaffale oltre (“meta”) quelli di fisica e chiamandoli pertanto libri di “metafisica”. Stessa cosa fece Jarry: poiché la sua scienza si collocava sopra la metafisica («epi meta ta phisika») la chiamò Patafisica. Che altro aggiungere? Solo questo: la Patafisica, in quanto realtà che elide le altre, ha un suo calendario, che prende le mosse dall’8 settembre 1873, giorno nativo di Jarry, e che corrisponde al primo giorno del mese battezzato “Assoluto” dell’Era Patafisica. Oggi siamo dunque nel 146 e l’8 settembre festeggeremo il nostro Natale…

Come sei arrivato in questo mondo? E di quali meriti ti fregi?

Come ci sono arrivato? Beh, ho curato opere di Jarry: il carteggio con Apollinaire, il Commentario utile alla costruzione pratica della macchina per esplorare il tempo e, da ultimo, l’Almanacco illustrato di Padre Ubu, uscito nel 2018 da Castelvecchi. E poi, cosa che pochi sanno, usando lo pseudonimo di Roberto Asnicar sono autore di un corposo volume storico-teorico sul tema: Della Patafisica. Diverticoli sulla Scienza delle Scienze, uscito nel 2013.

Tutti lavori che mi hanno spalancato le porte della Patafisica italiana. Se in Francia esiste un Collegio, in Italia un Collage (perché incolla tra loro decine di artisti, scrittori e qualche bighellone). Sono stato cooptato e ho conquistato il titolo di “Reggente di Patafisica Comparata & Esalazioni Scientifiche Multiple”, mentre il mio alter-ego Roberto Asnicar è diventato “Reggente di Patafisica Generale & Dialettica delle Scienze Inutili”. Il mondo della Patafisica è strettamente gerarchico e i suoi titoli assai ambiti, solo che non bisogna mostrare tale desiderio, sennò si viene messi di lato. Inoltre, avere una cattedra da Reggente non implica insegnare o professare: si può anche scegliere di non fare nulla, ed è quel che ho scelto io.

E da grande?

Ho 65 anni e non sento più futuro. La sensazione che vivo è quella della casualità quotidiana: ogni giorno accade qualcosa di nuovo, e io mi ci adeguo, accettando o rifiutando. Devo riconoscere che è quasi sempre meglio – almeno per me – accettare quel che il caso mi porta. Accettando le aperture del caso, ho guadagnato più che perdere. In fondo, è una cosa che va di pari passo con la mia curiosità.

 

 

 

 

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