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“Abitare il mondo”. La letteratura tra Ecocritica ed Ecopoesia

Sempre più centrale è oggi nelle politiche mondiali il tema dell’ecosostenibilità e della tutela delle risorse del pianeta, argomento di primario interesse laddove l’educazione alla responsabilizzazione e all’acquisizione di comportamenti riconducibili ad una sensibilità ecologica costituisca l’humus di una sensibilizzazione consapevole verso un nuovo modo di interpretare il mondo e l’ambiente che ci circonda.

La letteratura, da sempre vicina all’uomo e in quanto espressione dell’umano sentire, ha sempre dovuto misurarsi con l’ambiente quale orizzonte ontologico su cui si riflettono e cui si riconducono in una sfera valoriale, comportamentale e culturale habitus e contenuti, è la narrazione attraverso cui si configura l’idea di ambiente e il rapporto tra umano e naturale si esplica nella forma del testo letterario. La centralità dell’ecologia e della relazione uomo-ambiente è dunque oggi essenziale nell’ambito di un dibattito che spazia dalla politica alla sociologia, dalla antropologia alle iniziative culturali, architettoniche, ideologiche, di sostenibilità, dall’educazione alle occasioni concrete di nuove vie di sviluppo, offerte dalle energie rinnovabili e dalla tutela del paesaggio.

Se il legame tra arte e ambiente, tra forme letterarie e natura è indubbio e ricco di spunti interpretativi, è soprattutto in questi ultimi anni che si assiste ad una vera e propria attenzione critica riguardante il binomio letteratura ed ambiente, sulla scia di quella svolta ecologica che a partire dall’ambito anglosassone è arrivata in Italia con contributi critici interessanti. Meritano menzione in questo contesto gli studi di Niccolò Scaffai, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa (Carocci, 2017), il volume di Serenella Iovino, Ecocriticism and Italy: Ecology, Resistance and Liberation (Bloomsbury Academic, 2016) e ancora Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta (Donzelli Editore, 2013) a cura di Caterina Salabè; per la poesia, possiamo citare i notevoli contributi pubblicati in due numeri di Semicerchio. Rivista di poesia comparata (2018) dedicati alla Ecopoetry, Poesia del Degrado ambientale, a cura di voci autorevoli come il già menzionato Niccolò Scaffai, Laura Pugno, Italo Testa, per citarne alcuni.

Le nuove categorie interpretative dell’Ecocritica e dell’Ecopoesia a livello terminologico richiamano appunto il termine ecologia che, coniato nell’Ottocento come “branca della biologia che studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente” (De Mauro), etimologicamente è riconducibile al sostantivo greco oikos, alla casa, alla dimora, all’ambiente. L’ambiente inteso dunque come abitazione, come casa, è una acquisizione da rivalutare e riscoprire soprattutto oggi, e in questo senso la critica letteraria e la poesia diventano ulteriore strumento di indagine e di conoscenza in prospettiva interdisciplinare, ecologica e umana.

L’Ecocriticism in particolare, nasce come corrente critica in ambito americano a ridosso della prima Conferenza mondiale sul clima svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992, con l’obiettivo di aprire la critica letteraria alla prospettiva ecologica istituendo un rapporto dialogico con quelle discipline legate da sempre allo studio dell’ambiente, per un recupero concreto, in una realtà in cui i cambiamenti climatici s’impongono all’urgenza dell’attualità e le crisi ambientali richiamano l’attenzione sul binomio salute-ecosistema, di un rapporto critico tra testo e referente. La stessa relazione tra umano e naturale permea di sé l’Ecopoetry che rappresenta un’ulteriore forma di narrazione in termini ecologici: la poesia attraverso una strutturazione interna più elaborata e grazie alle possibilità sonore del verso, permette di esercitare un effetto di straniamento che amplifica il carico espressivo e induce con più intensità la riflessione sui temi ecologici.

La letteratura è dunque lo strumento ideale per dare voce ad istanze ideologiche, affrontando temi di attualità (come quello dei rifiuti ad esempio) o rinnovando la tradizione in maniera originale e secondo l’orientamento culturale, antropologico, sociale del contesto che la produce.

Autori come Zanzotto, Caproni, Volponi, Pasolini, Calvino hanno affrontato in maniera originale il tema, ma già nella produzione variegata del secondo dopoguerra, con il passaggio dalla società rurale a quella industriale, l’interiorizzazione dei cambiamenti storici si traduce in dinamiche sociali riconducibili ad una alterazione dell’ecosistema naturale, storico, culturale.

Se dunque è bene discernere tra paesaggio naturale e ambiente, prendendo la distanza dall’idillio o da una natura intesa romanticamente come espressione dell’interiorità dell’autore, in poesia la metafora e il valore connotativo della parola enfatizzano le possibilità espressive della lingua per farsi portavoce di un particolare messaggio socio-culturale. «Non uccidete il mare, | la libellula, il vento. | Non soffocate il lamento | (il canto!) del lamantino. | Il galagone, il pino: | anche di questo è fatto | l’uomo» scrive Giorgio Caproni in Versicoli quasi ecologici (Res amissa,1991). Il messaggio di salvaguardia del pianeta è chiaro, e richiama quella identificazione, presente in L’Idrometra (Il muro della Terra, 1975), di un paesaggio che prende una forma propria funzionale alla poesia: sembra quasi che il messaggio contenuto nella lirica di Res amissa completi quella «geografia dell’antinferno», come l’ha definita Adele Dei, che profeticamente era stata annunciata ne L’Idrometra: la prefigurazione simbolica del deserto, con l’acqua, l’idrometra, la libellula ed altri elementi naturali che sembrano incerti, diventano il simbolo di quella no man’s land, di quella waste land di eliotiana memoria, di quel «paese guasto» che stiamo dimenticando, e qui giunge appunto la voce del poeta: «L’amore | finisce dove finisce l’erba | dove l’acqua muore». Il paesaggio dunque non è più solo occasione panica di fusione dell’io del poeta con la natura, come già per D’Annunzio o per il Vitangelo Moscarda di Uno, Nessuno, Centomila, che pure riconosce nella natura la casa del mondo: «Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo […] Muoio ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori» (Tutti i romanzi, 1973).

Scrive Laura Pugno, in Territorio selvaggio: «La poesia è portatile, esposta alle intemperie, può essere imparata a memoria, può essere incisa su un sasso, nascosta in un bosco. È accaduto. Ha bisogno di mezzi minimi, neanche della scrittura a rigore, è capace di sopravvivere ovunque, come gli scorpioni, con la stessa implacabile natura che alla fine riemergerà». E così, la figura ecologica che utilizza la Pugno per definire la poesia, trova ancora oggi un ulteriore modo di esprimersi e reinventarsi nelle rime ecologiche di Franco Arminio, come progetto di valorizzazione e promozione dei territori (Cedi la strada agli alberi, 2017), o diventa filastrocca, canto d’amore e d’incanto leggero nell’Ecologia dei miei sentimenti di Enrica Tesio (Filastorta d’amore, 2019): «rassetto le stanze di questa mia vita | per qualcosa di nuovo, dell’aria pulita. | E butto i rapporti scaduti e scadenti: È l’ecologia, dei miei sentimenti». Un posto per abitare il mondo, quello della letteratura di ieri e di oggi, all’insegna della vita e dell’ambiente.

laura.dangelo86@gmail.com

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L'autore

Laura D'Angelo
Laura D'Angelo
Laureata in Filologia classica, ha conseguito un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici. Grande appassionata di letteratura e filologia, ha condotto numerosi studi su Gabriele D’Annunzio e ha partecipato a convegni internazionali con interventi in lingua italiana e inglese. Interessata da sempre alla scrittura scientifica e a quella poetica, ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari di livello internazionale. Ha pubblicato tra l’altro L’Isottèo di Gabriele D’Annunzio e la poetica della modernità, nel volume collettaneo Un’operosa stagione. Studi offerti a Gianni Oliva, Carabba, Lanciano, 2018.