Interventi

Il cammino di Santiago e l’Europa

(Conferenza tenuta a Padova il 12 dicembre 2009)

 

Il 23 ottobre del 1987 il Consiglio d’Europa deliberava, come è noto, che il Camino de Santiago andava riconosciuto come primo “Itinerario culturale europeo”:

La dimensione umana della società, gli ideali di libertà, giustizia e fiducia nel progresso sono i princìpi che, nel corso della storia, hanno forgiato le diverse culture, le quali ora si accingono a creare una particolare identità europea. Tale identità culturale è stata resa possibile e lo è tuttora grazie all’esistenza di uno spazio europeo che ha apportato una memoria collettiva e un intreccio attraverso vie e sentieri che oltrepassano le distanze, le frontiere e gli ostacoli della lingua. Oggi il Consiglio d’Europa sta supportando la rivitalizzazione di una di queste strade, quella che conduceva al santuario di Santiago de Compostela. Questa strada, profondamente simbolica nel processo della riunificazione europea, servirà da riferimento ed esempio per progetti futuri. Di conseguenza ci appelliamo alle pubbliche autorità, alle istituzioni e ai singoli cittadini affinché:

    1. Continuino il lavoro di identificazione del cammino di Santiago attraverso l’Europa;
    2. Individuino un sistema di segnaletica per i punti principali dell’itinerario, usando l’emblema suggerito dal Consiglio d’Europa;
    3. Sviluppino un progetto coordinato per ripristinare e riabilitare il patrimonio naturale e artistico che si colloca nelle vicinanze;
    4. Introducano programmi di attività culturali al fine di valorizzare il patrimonio storico, letterario, musicale e artistico creato dai pellegrinaggi a Santiago;
    5. Promuovano la creazione di scambi culturali tra le città e le regioni collocate lungo queste strade;
    6. Nel quadro di tali scambi, sostengano qualsiasi espressione culturale e artistica contemporanea in modo da rinnovare questa tradizione e apportare testimonianza dei valori senza tempo dell’identità culturale europea

Forse quella fiducia che ha ispirato i pellegrini nel corso della storia, unendoli in un’aspirazione comune e trascendendo le diversità nazionali e gli interessi, è quella stessa fiducia che ispira noi oggi, in particolare i giovani, a percorrere queste antiche vie per costruire una società fondata sulla tolleranza, il rispetto degli altri, la libertà e la solidarietà.

L’intento di questa dichiarazione può essere letto in vari modi: in primis offrire un ulteriore suggello all’integrazione europea della Spagna dopo il suo ingresso nella UE dell’anno precedente (1 gennaio 1986), distaccando al contempo il Camino de Santiago, nonché il culto dell’Apostolo, dalla connotazione politica che di essi aveva dato la dittatura franchista, se si dà credito alla tradizione secondo cui il caudillo avrebbe prevalso sui repubblicani, dopo che gli era apparso in cielo san Giacomo in groppa a un cavallo bianco. Pare ovvio che il primo aspetto è decisamente più importante a livello geopolitico: era infatti necessario reinserire la Spagna in un contesto europeo, dopo quarant’anni d’isolamento. Inoltre la dichiarazione gettava le basi per la nascita o, forse meglio dire. riscoperta di una radice comune europea, che potesse fungere da traino verso la costruzione dell’Europa politica. Del resto basta ricordare la situazione dell’Europa d’allora per rendersi conto della straordinaria preveggenza del progetto. Il processo di integrazione europea procedeva infatti a fatica: nel 1973 avevano aderito alla CEE Regno Unito, Danimarca e Irlanda, ma gli stati erano ancora soprattutto legati da accordi di carattere economico. La rivoluzione dei garofani in Portogallo (1974), la morte di Franco in Spagna (1975) e la fine della dittatura dei colonnelli in Grecia (1974) avevano avviato un processo lento e non sempre lineare di avvicinamento alla democrazia di questi paesi. Contemporaneamente però si erano sviluppati movimenti terroristici. In Italia le Brigate Rosse avevano rapito e ucciso Aldo Moro. La questione irlandese continuava a mietere vittime e nella stessa Spagna la caduta del franchismo aveva posto le basi per lo sviluppo del movimento basco. In questa situazione non particolarmente rosea nasce pertanto la dichiarazione del Consiglio d’Europa.

 


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La deliberazione del Consiglio d’Europa si intreccia nei suoi propositi al discorso tenuto da Giovanni Paolo II, proprio a Santiago de Compostela, nel quale il Pontefice esorta l’Europa a ritrovare se stessa, a riscoprire le sue radici: «Questo luogo è stato nei secoli punto di attrazione e di convergenza per l’Europa e per tutta la cristianità… L’intera Europa si è ritrovata attorno alla “memoria” di Giacomo in quegli stessi secoli, nei quali essa si costruiva come continente omogeneo e spiritualmente unito».

Ma a quando risale il ritrovamento del corpo di San Giacomo e la conseguente nascita del pellegrinaggio a Santiago? Dopo la conquista Islamica della penisola iberica, i regni cristiani – ormai circoscritti al solo territorio asturiano e galego – consideravano Giacomo il Maggiore il santo patrono e il difensore del territorio.


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Per lo meno a partire dal VII secolo, l’Europa conosceva la tradizione della predicazione dell’apostolo nella penisola iberica, grazie alla diffusione del Breviarum Apostolorum, un testo che indicava i luoghi evangelizzati dagli apostoli dopo la Pentecoste. La trasmissione orale di quest’opera fu accompagnata da altri testi, diffusi in Occidente nel corso dei secoli VII-IX, che insistevano sul fatto che San Giacomo aveva predicato il Vangelo nei confini occidentali del mondo allora conosciuto. Una seconda tradizione anteriore alla scoperta della tomba di San Giacomo ne individuava l’ubicazione in Galizia, in un luogo “molto vicino al Mare Britannico”, secondo la testimonianza di Beda il Venerabile. L’Inventio delle reliquie del santo non fece altro che confermare queste supposizioni. L’onore della riscoperta si deve al vescovo Teodomiro di Iria (+847). A seguito del ritrovamento, avvenuto tra gli anni 820-830, all’interno di un’arca sepolcrale nascosta tra la boscaglia di un luogo quasi disabitato della diocesi di Iria, il re asturiano Alfonso II (791-­842), detto il Casto, e il suo prelato patrocinarono la creazione dell’infrastruttura di base per la costruzione del santuario primitivo. Questa decisione avrebbe avuto un grande sviluppo futuro, soprattutto a seguito delle donazioni di terre concesse dal sovrano, che ordinò anche la costruzione della prima basilica, facendo ivi insediare una comunità monastica al servizio del culto apostolico.


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Con il passare del tempo questa fondazione si convertì in qualcosa di molto più complesso. L’esiguo luogo di culto, formato da una chiesa che ospitava il sepolcro, una residenza per il vescovo e un piccolo monastero, diede luogo a una struttura urbana con capacità residenziale e di servizi, con peso demografico e valore sociale idonei a sviluppare un borgo murato di una certa entità tra X e XI secolo. La Compostela dell’Alto Medio Evo fu un prodotto spontaneo del pellegrinaggio di persone che vi giungevano dagli angoli più remoti del regno, da altre parti della penisola e persino da luoghi al di là dei passi montani, in primis dalla Francia. A testimonianza di ciò, vi è, già agli inizi del X secolo, una ricca documentazione che attesta la presenza a Santiago di cittadini stranieri. Il consolidamento della vitalità urbana del borgo si incrementò prima dell’anno 1000 grazie ai vescovi di Iria-Compostela, Teodomiro, Sisnando I, Sisnando II e san Pietro di Mezonzo, e grazie anche all’appoggio dei re asturiani Alfonso II e il suo successore Alfonso III, che donarono terre e concessero privilegi.



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Fu tuttavia nei secoli seguenti che si ebbe il massimo fiorire dei pellegrinaggi, e in particolare durante l’episcopato di Diego Gelmírez (1100-1140).

Gli stimoli culturali, commerciali, demografici, urbanistici, politici e diplomatici, diffusi lungo il Camino de Santiago, acquisirono una maggior forza grazie alla capacità di trasmissione dei pellegrini stessi. Tale dinamismo contribuì alla creazione di una serie di opere di arte romanica, che possono essere definite come una delle conquiste più interessanti della comunità cristiana medievale. Fondamentale a tale riguardo fu l’impulso dell’élite ecclesiastica e il contributo dei benedettini. Le nuove tendenze monastiche patrocinate dalla riforma cluniacense, e le innovazioni liturgiche stimolate dal papato per mezzo della riforma gregoriana entrarono nella penisola iberica, arrivando prima in Aragona nel 1072 e dopo in Castiglia e Leon, specialmente dopo il Concilio di Burgos del 1080. Questi processi stimolarono in modo significativo la creazione di grandi edifici monastici e di cattedrali integrati in una realtà rurale sfruttata sempre meglio, e nelle città ubicate lungo il Cammino di Santiago.

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Ciò avvenne in particolare durante i regni di Alfonso VI di Castiglia e Leon (1072-1109) e di Sancho Ramírez di Aragona e Navarra (1063-1094). In quest’epoca il percorso di Compostela fu un mezzo potente atto a promuovere la comunicazione di tutte le imprese dei regni cristiani.

Si è detto molte volte che l’atto del pellegrinare verso un luogo sacro è una manifestazione peculiare di quasi tutte le religioni e di tutti i tempi. In ottica cattolica, per usare le parole di Sant’Agostino, il pellegrinaggio diviene una metafora del cammino che conduce alla patria celeste, dalla quale proviene l’uomo e verso la quale tornerà dopo un effimero soggiorno nel mondo terreno. Le prime peregrinazioni cristiane avevano Roma e Gerusalemme come destinazioni principali. Nella caput mundi i pellegrini visitavano i sepolcri di san Pietro e san Paolo, le catacombe cariche di reliquie e le basiliche fatte erigere da Costantino; per quanto riguarda la Terra Santa erano ovviamente i luoghi santi citati nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli, dove si svolse la vita del Signore. A partire dal X secolo, si aggiunse a queste mete, come si è visto, Santiago de Compostela, che di lì a poco sarebbe diventata la destinazione col massimo numero di pellegrini. L’aumento di essi si riflette nell’ampliamento della basilica stessa dedicata a Giacomo.
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La primitiva costruzione eretta da Alfonso II deve intendersi come il risultato di una edificazione urgente, fatta con materiali poveri. La seconda chiesa preromanica, donata da Alfonso III e consacrata nell’899, divenne l’edificio religioso cristiano di maggiori dimensioni di tutta la Penisola Iberica. Quest’impegno da parte della Corona nell’offrire a San Giacomo un tempio sensazionale, sembra indicare, oltre al valore simbolico e rappresentativo della donazione al santo patrono, la proiezione della peregrinazione occidentale e le speranze per il futuro che i promotori investivano nel santuario. Dopo l’anno 1000, quando il nord cristiano inizia ad acquisire un ruolo significativo nella penisola, i pellegrinaggi verso Santiago continuano con ritmo crescente, dando impulso all’idea di iniziare una nuova cattedrale che avesse maggior capacità e presenza nella città. La colossale basilica romanica iniziò a edificarsi nel 1075, sotto gli auspici del vescovo Diego Peláez e il patrocinio di Alfonso VI di Castiglia e Leon; l’edificio fu fautore di coesione e al contempo il motore della struttura urbana medievale della stessa città di Santiago. Dal punto di vista stilistico, bisogna dire che il nuovo sistema artistico sovrannazionale diede forma nella Compostela del XII secolo al modello più completo del romanico europeo, un edificio progettato dopo un secolo di prove e tentativi, nel quale l’architettura, la scultura monumentale e la pittura muraria, raggiunsero livelli artistici di gran perfezione e bellezza. Durante l’episcopato di Gelmírez si sviluppò nella città un intenso programma d’edificazione anche culturale al servizio della devozione di San Giacomo e del pellegrinaggio. Un programma in seno al quale gli artisti realizzarono le opere della cattedrale, i chierici e gli intellettuali lavorarono nello scriptorium compilando i libri della Storia Compostellana, oltre a copiare i più significativi documenti storici e giuridici della Chiesa di Santiago. Un discorso a parte merita il Liber Sancti Jacobi.

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Conosciuto anche come Codex Calixtinus per via dell’epistola ascritta a papa Callisto II che apre il manoscritto, questo libro fu composto probabilmente sotto la supervisione dell’arcivescovo sopra menzionato verso la metà del XII secolo, e risponde a un preciso programma di divulgazione del culto dell’apostolo Giacomo e del pellegrinaggio alla sua tomba, nell’ambito dell’implicita glorificazione della sede episcopale compostellana. Il Liber Sancti Jacobi è costituito di cinque libri di varia estensione: Il primo libro, il più ampio in assoluto, raccoglie una serie di testi liturgici di varia provenienza, da usare nelle veglie, nelle varie ore del giorno e nelle principali festività jacopee, come il 25 luglio, festa principale del martirio dell’Apostolo, e il 30 dicembre, giorno nel quale avrebbe avuto luogo la traslazione del suo corpo in Galizia. Di particolare interesse è il sermone attribuito a papa Callisto II, noto come Veneranda dies (capitolo XVII), vera e propria esaltazione del pellegrinaggio compostellano, di cui si mettono in evidenza i valori che lo costituiscono e lo animano. Il secondo libro contiene il racconto di ventidue miracoli ottenuti grazie all’intercessione di San Giacomo. La maggior parte dei miracoli descritti avvengono lontano dalla Galizia: quattro in Italia, cinque in Francia, tre in Germania, due in Grecia e uno in Catalogna, secondo un criterio che pare riflettere le zone dove è maggiore la devozione jacopea, vale a dire Francia, Italia e Germania. Il terzo libro è composto di testi di varia provenienza, collegati tra loro dall’intento di glorificare la chiesa compostellana e di esaltare la nascita del culto di San Giacomo proprio a Santiago. Di particolare interesse è il racconto della traslazione delle spoglie dell’Apostolo in Galizia, e il capitolo dove si parla dell’azione taumaturgica delle conchiglie di cui il pellegrino è solito adornarsi a segno dell’avvenuto pellegrinaggio.


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Il quarto libro trasmette la Historia Turpini, dove vengono narrate una serie di leggende carolingie connesse al culto di San Giacomo. Turpino, in qualità di testimone diretto, racconta le vicende militari di Carlomagno in Spagna. Il collegamento tra il culto dell’Apostolo e il pellegrinaggio compostellano è dato dall’introduzione del libro dove si riporta l’episodio del cosiddetto “sogno di Carlomagno”, che qui a Padova si può vedere affrescato da Altichiero nella Basilica del Santo.


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San Giacomo appare in sogno a Carlomagno per chiarirgli il significato della via lattea. L’Apostolo gli spiega che essa indica la strada che porta al suo sepolcro e che non può essere percorsa dai suoi fedeli perché occupata dai saraceni. Lo invita pertanto ad entrare in Spagna e a liberarla. Sembra chiaro l’intento di collegare Santiago a Carlomagno, secondo un processo di autodignificazione che ha due poli: la cattedrale di Santiago, che si diceva fondata dallo stesso Imperatore, e ambienti monastici cluniacensi particolarmente interessati ad unire il pellegrinaggio compostellano alla cultura e civiltà francesi. Il quinto libro è costituito dalla cosiddetta Guida del pellegrino, una guida pratica degli itinerari e delle devozioni da compiere per chi si reca in pellegrinaggio a Santiago. Fu inserita all’ultimo posto probabilmente per il carattere di necessaria praticità che la sua funzione richiede.

L’epoca di Gelmírez fu insomma ricca di risultati per l’arcidiocesi di Compostela; il prelato riuscì infatti a ottenere che la Chiesa di Santiago e il cammino godessero del maggior prestigio possibile dentro e fuori del regno. La nuova sede metropolitana si rivelava un centro spirituale e commerciale di fama internazionale, un riferimento simbolico per tutto il mondo cristiano. Una trama e una situazione che erano allo stesso tempo conseguenza e origine dello sviluppo rigoglioso dei pellegrinaggi a Santiago. Nella Compostela del XII secolo si conseguirà una sintesi culturale feconda, frutto dello scambio delle idee tecniche e di procedimenti artistici messi al servizio di un progetto politico, religioso e sociale.

L’aumento demografico, economico e culturale sperimentato nel nord ispanico mosse Alfonso VI e Sancho Ramírez a promuovere, nei loro rispettivi regni, la costruzione di una serie di edifici religiosi nei quali si sintetizzarono i risultati tecnici di varie generazioni di artisti europei, i prodotti dei quali vengono definiti come l’arte del Cammino di Santiago. I sovrani creano l’infrastruttura primordiale della peregrinazione, riabilitando percorsi antichi, tracciando nuovi tratti, costruendo ponti, eliminando imposte e pedaggi e sostenendo la creazione di una rete assistenziale. In questo progetto collettivo fu decisivo l’apporto economico ricevuto, sotto forma di tributi, da parte delle ormai debilitate taifas islamiche. Paradossalmente, l’oro di al-Andalus contribuì in buona misura alla costruzione delle nuove cattedrali e dei nuovi monasteri disseminati lungo la via di pellegrinaggio che conduceva alla tomba di Giacomo.

Il Cammino Francese viene dotato di monumenti durante il breve ma fecondo periodo che va dal 1075 al 1125; mezzo secolo nel quale si costruiscono le principali chiese e cattedrali e si producono tra gli edifici contaminazioni stilistiche che danno luogo a una certa omogeneità. Questo gruppo di edifici che plasma la materia artistica del Cammino di Santiago è costituito dalla cattedrale di Santiago, la collegiata di Sant’Isidoro di León,

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la chiesa di San Martino di Frómista (Palencia),

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la cattedrale di Jaca

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e dalle chiese francesi di Santa Fe di Conques

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e Saint-Sernin di Tolosa.

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A quest’insieme andrebbero aggiunte anche le cattedrali romaniche, oramai scomparse, di Pamplona, Burgos, Leon e Astorga. Un gruppo di edifici che, in definitiva, mostrano il loro fulgore nel Cammino Francese come in un gioco di specchi, capaci di imprigionarci con le correlazioni stilistiche della loro architettura e scultura.

Il riflesso di queste relazioni è visibile anche nell’edificio della cattedrale di Santiago che può essere considerata come sintesi e ricapitolazione dell’arte dei cammini di pellegrinaggio. La sua importanza si deve soprattutto, come si è già detto, a Gelmírez, primo arcivescovo della sede. Per raggiungere i propri obiettivi politici e religiosi, rivolti sostanzialmente al potenziamento del prestigio di Santiago come sede apostolica, metropolitana e meta di un pellegrinaggio universale e massivo, il prelato coltivò l’amicizia dei potenti abati di Cluny e dei membri influenti della curia romana. Grazie alla sua tenacia ottenne nel 1105 il privilegio del pallio dalle mani del papa, organizzò la Chiesa di Santiago e il suo potere temporale, ricostruì chiese, monasteri e fortificazioni nel suo territorio, aumentò il prestigio culturale e pastorale del clero di Compostela e irrobustì il peso della diocesi nel contesto del regno castigliano-­leonese, arrivando a ottenere nel 1120 che la chiesa di Santiago divenisse chiesa metropolitana. Un complesso progetto di promozione che, naturalmente, influì positivamente sul successo del pellegrinaggio a Santiago. Un ulteriore elemento che incise notevolmente nello sviluppo della peregrinazione ad limina Jacobi fu il contesto politico del periodo: Gerusalemme e Roma erano diventate mete difficilmente raggiungibili per via dell’occupazione araba la prima, e per le controversie tra papato e impero la seconda. All’opposto Santiago ebbe la fortuna di avere un cammino tracciato ex novo, protetto e fornito dai sovrani ispano-cristiani di infrastrutture stradali e assistenziali, dai passi pirenaici fino al santuario di Compostela. Nei primi decenni dell’XI secolo il re Sancho il Maggiore di Navarra favorì il transito dei pellegrini attraverso le sue terre adottando varie misure importanti, tra le quali l’eliminazione di ogni tipo di barriera, sia fisica che fiscale, la protezione del passo che attraversava i Pirenei, nonché la dotazione dell’infrastruttura viaria stessa. Sancho il Maggiore fu in effetti il primo monarca che ordinò di costruire nel suo territorio tratti viari più sicuri e ponti di solida costruzione. Questa politica d’appoggio alla peregrinazione occidentale si dimostrò anche con la fondazione di città e ospedali e con la costruzione di monasteri e cattedrali. Una politica di vasta portata continuata, nell’ultimo terzo dell’XI secolo, dai re Sancho Ramírez di Aragona e Navarra e da Alfonso VI di Castiglia e Leon. All’interesse di questi sovrani per la promozione del pellegrinaggio a Santiago partecipò anche l’abbazia di Cluny che organizzò buona parte dell’attività d’ospitalità ai pellegrini. Questo programma di promozione della peregrinazione occidentale nei secoli XI e XII contò anche sul costante stimolo del papato e degli ordini militari che proteggevano il tragitto. Tutta la struttura monastica e ospedaliera organizzata da Cluny lungo il Cammino di Santiago favorì l’introduzione della liturgia romana, lo sviluppo del culto dell’apostolo e la cura dei pellegrini. Nel campo culturale, oltre ai risultati derivanti dalla Riforma della Chiesa, espressi tramite il canto gregoriano e la liturgia comune, il bisogno di templi più ampi e sicuri stimolò la diffusione del romanico lungo il tragitto, costituendo così quello che potrebbe denominarsi il primo stile internazionale europeo.

Quando l’entusiasmo devoto e spontaneo della gente iniziò a scemare per le crisi del XIV e XV secolo, l’elite ecclesiastica diede un nuovo impulso alla promozione del pellegrinaggio a Santiago con la celebrazione degli anni giubilari, insistendo sulla concessione delle indulgenze plenarie. Questa fede nel Cammino continuò ad alimentare la speranza dei fedeli anche durante l’età moderna, nel periodo successivo alla Controriforma. Si stimolò infatti nell’Europa cattolica il culto dei santi e delle reliquie, rivitalizzando così il pellegrinaggio a Santiago in epoca barocca. Nemmeno il razionalismo illuminista erose la credenza religiosa nel valore del pellegrinaggio e così il Cammino continuò la sua storia nel XIX secolo, nonostante le critiche dell’enciclopedismo e il danno causato dall’invasione napoleonica della Spagna e dalla Guerra d’Indipendenza. Il pellegrinaggio a Compostela seppe trascendere i conflitti politici, economici e sociali di un paese che oscillò tra monarchia e repubblica, sopravvivendo nell’Ottocento fra governi conservatori e liberali.

Nel 1879, nel corso di uno scavo nell’altare maggiore della cattedrale di Santiago, si ebbe la riscoperta dei resti di San Giacomo e dei suoi discepoli Teodoro e Atanasio, e, a seguito di ciò, si costruì una cripta aperta al culto apostolico. Il XX secolo fu un’epoca difficile, che vide, come è noto, varie guerre minare la convivenza europea. Con la scomparsa della tensione provocata dai blocchi contrapposti, si apre una nuova speranza verso la fine del XX secolo, in conformità con una società europea che riscopre l’essenza dei valori universali del pellegrinaggio a Santiago. Una società democratica che decide liberamente e in modo spontaneo di sostenere il valore morale che fece del Cammino uno dei fatti che più contribuirono al consolidamento dell’identità europea e allo sviluppo della cultura occidentale. I moderni hostal che accolgono i pellegrini recuperano l’antica ospitalità che caratterizza questo Cammino.

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I monasteri benedettini della rotta, e in seguito quelli dei cistercensi e degli ordini mendicanti, furono istituzioni che guidarono l’ospitalità lungo il Cammino di Santiago. Questo servizio assistenziale riflette un fatto corrente nella società medievale: l’attenzione alle necessità materiali, sanitarie e spirituali di alcuni pellegrini che, a causa delle distanze e della durezza del percorso, arrivavano molte volte alla fine di ogni tappa malconci, affamati e ammalati. Le istituzioni civili e religiose e molti privati misericordiosi e con mezzi economici si dedicarono alla fondazione, allestimento e mantenimento di ospedali dedicati ad assolvere alle richieste assistenziali. A seconda dell’origine della loro fondazione, questi centri si possono classificare in ospedali episcopali, degli ordini militari, monastici, reali, nobili, parrocchiali e, spostandosi nel mondo urbano, di corporazioni e di confraternite. Nell’ambito del Cammino Francese, il lavoro quotidiano di due religiosi che abbracciarono la santità per la loro decisa opera assistenziale – San Giovanni di Ortega e santo Domingo de la Calzada – fu decisivo per estendere l’esempio, affinché non mancassero donazioni per la creazione e l’allestimento di nuovi centri di riposo e accoglienza per i poveri e i pellegrini. I re medievali di Aragona e Navarra e di Castiglia e Leon fondarono una gran quantità di ospedali lungo il Cammino di Santiago, manifestando la volontà reale di esercitare la virtù cristiana della carità e di servire così Dio e San Giacomo. In epoca medievale, l’ospitalità nella città di Santiago, meta ultima del Cammino, si esercitava grazie all’istituzione assistenziale pubblica che si trovava alle porte della cattedrale, in piena piazza del Paraiso, vicino alla Porta di Francia, a nord della cattedrale romanica. L’ospedale di Santiago funzionò durante tutto il medioevo sostenuto dalle donazioni degli arcivescovi. La sua capacità si vedeva ampliamente superata nei periodi di pellegrinaggi abbondanti, per cui non poteva soddisfare adeguatamente la grande domanda di letti. Quando succedeva ciò, le navate laterali e probabilmente anche le absidi della basilica apostolica funzionavano come alloggio e centro assistenziale.

Il fenomeno del pellegrinaggio rivolto a San Giacomo oltrepassò anche il senso più prosaico del Cammino, inteso come via di comunicazione, per convertirsi in uno spazio sacro nel quale il pellegrino si consegnava a un’ascesi penitenziale e a un esercizio di carità e solidarietà che facilitavano il suo incontro con Dio. Durante il Medioevo, il Cammino di Santiago fu perciò una specie di percorso simbolico e purificante nel quale la vita era messa a disposizione del Signore e del suo apostolo San Giacomo. Ogni sforzo era diretto a ottenere le indulgenze elargite dalla Chiesa di Compostela e altresì teso a raggiungere i benefici speciali. Il penitente poteva dedicarsi a questa esperienza salvifica in rappresentanza di un familiare malato o defunto, pellegrinando per la salvezza dell’anima dell’impossibilitato o del defunto o anche come rappresentante di una comunità, una parrocchia o una città bisognosa di aiuto sovrannaturale per combattere una calamità naturale o umana: una pestilenza, una guerra. Qualunque fosse il motivo per intraprendere il viaggio, il pellegrino veniva salutato dalla sua parrocchia con una cerimonia nella quale si pregava per la sua causa e nella quale si benedicevano il bastone e la bisaccia, elementi simbolici del suo cammino di ascesi. Quando ritornava alla sua terra d’origine, appendeva al suo collo o alle sue vesti una conchiglia comprata nella piazza del Paraiso.


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Nel sermone Veneranda dies si dice che questa conchiglia è il simbolo delle opere buone: rappresenta in maniera simbolica gli atti caritatevoli che avrebbero inclinato favorevolmente la bilancia nell’ora del Giudizio. Le opere buone realizzate nel corso della vita e la purificazione spirituale ottenuta per mezzo del duro pellegrinaggio venivano rappresentati simbolicamente tramite la conchiglia e, grazie a essa, si individuava e si proteggeva il pellegrino. Con il passare del tempo e con l’espansione del flusso dei pellegrinaggi, molti già iniziavano il Cammino di Santiago con una conchiglia agganciata alle vesti, alla bisaccia o alla tesa del cappello. In questo modo i pellegrini disponevano di un distintivo che rendeva evidenti le loro intenzioni pie, caritatevoli e penitenziali.

La vitalità del pellegrinaggio a Santiago, sebbene caratteristica della mentalità e dell’epoca medievale, non appare tuttavia come patrimonio esclusivo di un unico tempo storico. In effetti, sorpassa l’ambito medievale e si manifesta come fatto spirituale e culturale che si adatta a una sensibilità non solo cattolica. L’ecumenismo spirituale degli ultimi anni del XX secolo e dei primi anni del XXI, facilmente rilevabile lungo il Cammino, è il riflesso della sua singolare capacità di rispondere a tutte le sensibilità spirituali e a tutte le manifestazioni religiose della cultura contemporanea (ricordo tra tutti il libro-diario di Paulo Coelho), offrendo un’esperienza d’amore e solidarietà. E forse proprio in quest’ottica va letto il flusso di pellegrini che ancora oggi anima le vie verso il Finisterrae.

 

L'autore

Carlo Pulsoni
Carlo Pulsoni è il coordinatore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/carlo-pulsoni/).