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«Da dove si guarda?»: prospettive ecologiche nella letteratura contemporanea. Giulia Falistocco intervista Niccolò Scaffai

Niccolò Scaffai si è formato alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Dal 2010 insegna all’Università di Losanna e precedentemente ha lavorato all’Università di Bergamo e all’Università di Siena. È membro della Società per lo studio della modernità letteraria (MOD) e dell’Associazione italiana di teoria e storia comparata della letteratura. Si occupa in particolare di letteratura dell’Otto e del Novecento e di letterature comparate. Si è occupato di autori quali Montale, Sereni, Gadda, Calvino, Bassani, Bilenchi, Primo Levi. Dirige la rivista dell’Associazione di comparatistica italiana «Between» ed è membro dei comitati scientifici delle riviste «Italianistica» e «Semicerchio».

Il suo ultimo libro è Letteratura e ecologia uscito nel 2018 per Carocci. Nel contesto contemporaneo, la questione ambientale è all’ordine del giorno, il saggio si occupa, quindi, di indagare quale ruolo ha la letteratura nel rappresentare il rapporto tra uomo e natura, quali dispositivi narrativi entrano in gioco e quali sono le tematiche ricorrenti. Attraverso uno sguardo comparatistico, Scaffai ripercorre le fasi della tradizione letteraria, per comprendere le prospettive odierne della letteratura mondiale. L’ecologia si presenta quindi come un orizzonte possibile per riaprire il dialogo tra uomo e mondo, per mettere in scena la complessità del reale, problematizzare i punti di vista: «si ha la sensazione di non essere più soltanto osservatori, ma anche osservati».

La parola ‘ecologia’ è un lemma polisemico. Come si declina il rapporto ambiente letteratura attraverso i vari significati?

La parola ‘ecologia’ può avere tre significati fondamentali. Il primo, quello originale, definisce la branca della biologia che studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente; il secondo si riferisce all’insieme delle attività che incidono sull’ambiente e che, in una prospettiva ecologica, dovrebbero essere svolte con la preoccupazione per la loro sostenibilità; il terzo riguarda il rischio ambientale. A queste accezioni possiamo far corrispondere altrettante forme di relazione tra ecologia e letteratura, ciascuna delle quali sviluppa uno tre dei significati trasformandolo in una situazione narrabile o rappresentabile: la relazione che i protagonisti di un’opera letteraria stabiliscono con l’ambiente in cui agiscono; la trasformazione dell’ambiente attraverso le attività dell’uomo; la rappresentazione dei rischi a cui va incontro l’ambiente (come il riscaldamento globale, o l’esaurimento delle risorse). Da queste tre forme derivano a loro volta tre linee tematiche che percorrono, per esempio, la letteratura italiana dal secondo Novecento in poi: il tema dell’io di fronte alla natura, tra desiderio di sintonia e separazione; quello della trasformazione del paesaggio, raccontato in particolare nella cosiddetta letteratura industriale e che riguarda, in vario modo, autori come Calvino, Pasolini, Ottieri; il tema distopico o apocalittico, che si rinnova in epoca contemporanea per la coscienza del rischio ambientale e per l’urgenza dello stato di crisi che ha attraversato il secolo.

Come considera il rapporto uomo-ambiente oggi? Che conseguenze ha a livello letterario?

Le emergenze ecologiche dei nostri anni hanno sollecitato, sul piano letterario, un’intensa produzione, che si accompagna e in alcuni casi s’incrocia con la riflessione scientifica, sociale, politica sull’ambiente. Sono diverse le declinazioni letterarie del rapporto uomo-ambiente, che corrispondono a dei filoni oggi molto presenti nel panorama letterario (specialmente in quello narrativo). Possiamo provare a individuarne alcuni: 1) il rinnovamento del contatto con la natura, con tratti ora più idillici, ora più vicini al sublime romantico, che si riconosce in quei racconti ambientati in paesaggi di montagna, a contatto con una natura rappresentata con i tratti della wilderness; 2) la ricerca di una relazione con altre specie, animali e vegetali (a cui, sul piano degli studi e della divulgazione scientifica, vengono riconosciute e illustrate forme di ‘intelligenza’ e socialità complessa); queste diventano protagoniste delle storie narrate, spesso attraverso l’adozione di classici dispositivi retorici come lo straniamento, che consente di attribuire il punto di vista a creature altre; 3) l’affermazione di temi tipicamente legati alla crisi climatica (la cosiddetta climate fiction), sia secondo modalità realistiche sia, soprattutto, distopiche e predittive; in molti casi, una grande costante dell’immaginario, come il tema della fine del mondo, viene recuperata e adattata al contesto ecologico contemporaneo.

In Letteratura e ecologia si legge: «alla critica, soprattutto a quella comparata, non resta che fare il suo mestiere: mettere i testi in relazione con l’orizzonte di realtà, senza mai perdere di vista le caratteristiche specifiche […] ma senza neanche trincerarsi dietro il debole riparo di un’idea nostalgica o utopica della letteratura come “monumento” separato dal mondo e dalle altre discipline». In quale modo l’ecologia può riaprire il legame testo-realtà?

L’ecologia si basa sulla relazione tra specie che abitano lo stesso ecosistema e tra eventi e fattori distanti che convergono e producono effetti spesso difficilmente riconducibili a una causa singola. In questo senso, il filosofo Timothy Morton ha definito il cambiamento climatico un iperoggetto: cioè un’entità che esiste e incide sul mondo che ci circonda, ma non è identificabile con un singolo fenomeno che avviene in un solo luogo e in un tempo determinato. La letteratura e la critica interessata al nesso tra ecologia e narrazione hanno la possibilità di rappresentare questa complessità attraverso i dispositivi propri del testo letterario: la costruzione della trama (per esempio secondo la modalità dell’intreccio finalizzato), la coscienza storica degli stereotipi con cui trasmettiamo un’idea di natura spesso falsa o parziale (gli effetti di natura come l’idillio) e paradigmi dannosi (la supremazia dell’uomo sulla natura  anziché la sua cura); l’adozione di strumenti retorici (come lo straniamento a cui accennavo prima) che permettono di riconsiderare in modo critico tali stereotipi. In questo senso la letteratura e la critica possono entrare in rapporto con la realtà, attraverso le strutture del testo, senza abdicare alle specificità espressive caratterizzano e cercando di rivendicare un posto nel sistema dei saperi.

Come la letteratura anche l’ambiente non deve essere un “monumento”. Come può il romanzo problematizzare il rapporto uomo-natura senza perdere di vista il pericolo ambientale?

Credo che la soluzione consista nel non confondere la questione ecologica con la celebrazione della natura. Come dicevo prima, alla base del pensiero ecologico ci sono la relazione e l’equilibrio tra elementi che convivono in un territorio che ogni specie abita e percepisce in base alle proprie coordinate: è l’idea di Umwelt (‘ambiente’) introdotta nelle scienze biologiche. Quando l’equilibrio si rompe, ci accorgiamo dell’ambiente, perché siamo posti davanti alla rivelazione di nessi che prima rimanevano impliciti. In tal senso, l’ecologia è, nella sua sostanza, un paradigma conflittuale. Quando la letteratura riesce a rappresentare la tensione ela relazione tra ciò che è naturale e ciò che non lo è, rinuncia all’idea idillica, pacifica, ‘monumentalizzata’ dell’ambiente e può descriverne invece la complessità e la fragilità.

La catastrofe ambientale è vista da Morton come fase normalizzata nella storia del mondo. Questa tesi non rischia di oscurare e minimizzare l’elemento fondamentale della sensibilità contemporanea, ovvero dell’impatto distruttivo dell’uomo sull’ambiente?

Sì, credo che questo sia il limite di fondo della teoria ecologica di Morton, che rasenta le prospettive antropofobiche dell’ecologia profonda, da cui sono molto distante. Sul piano concettuale, l’idea di iperoggetto dà una rappresentazione efficace dell’interazione tra creature e fenomeni e contribuisce al superamento del concetto di natura come ‘idolo’ separato dall’uomo. Ma se non esiste differenza ontologica tra noi e il contesto che ci circonda, la stessa idea di tutela ambientale diventa inutile. Senza un senso della fine, si raggiunge la fine di un senso. Ciò però, passando dal piano teoretico a quello pratico, può avere come esito una rinuncia alla responsabilità. Dopotutto, diversamente dagli iperoggetti di cui faremmo parte e dalle entità inquietanti dei romanzi fantaecologici, noi organizziamo la nostra esistenza in base a coordinate di tempo e spazio determinate, anche se non univoche e spesso relative, e a tali condizioni esercitiamo la nostra possibilità di intervento e il diritto di sopravvivenza insieme al nostro ambiente.

L’ecologia, come ha mostrato, è un tema trasversale, presente sia in opere d’autore sia in quelle più mainstream. Quali sono le analogie e le differenze dell’immaginario condiviso?

Molti scrittori importanti hanno già assunto la prospettiva ecologica come chiave di lettura della realtà. Di riflesso, occorre che la critica letteraria non releghi le narrazioni a sfondo ecologico nel repertorio di un genere o sottogenere di consumo, e non distingua tra una letteratura ‘seria’ e una ‘non seria’ (considerando tale, magari, la climate fiction di M. Atwood e di altri autori di rilievo) pensando che seria sia solo la vita privata di un particolare individuo in una certa epoca e a certe latitudini. Su questo rischio ha richiamato l’attenzione di recente Amitav Ghosh nel suo saggio La grande cecità. Occorre distinguere, sì, ma non in base alla ‘serietà’ del tema o del modo (realistico versus fantastico o fantascientifico, ad esempio), bensì in base ai procedimenti e alle strutture da cui le narrazioni sono sostenute. Nell’ecofiction contemporanea, ad esempio, l’articolazione di una trama artificiosamente romanzesca è spesso utile per esprimere la frammentarietà dell’esperienza e la crisi di un’idea di storia come superamento e progresso, sostituita da una temporalità in cui il passato precipita, apocalitticamente, nel nulla. Sarebbe parziale assegnare alle narrazioni del primo tipo, quelle in cui l’evento si realizza in modo flagrante, l’etichetta di ‘letteratura di consumo’, riservando alle seconde, quelle in cui l’intreccio non conduce a un esito clamoroso e univoco, uno spazio nella letteratura alta. Ma si può dire che la maggior parte delle storie qualificabili in base a categorie commerciali sperimentate (come l’ecothriller ad esempio) tende a chiudere il cerchio della trama, a ricercare soluzioni catartiche spesso convenzionali. Una distinzione in classi di valore è possibile, dunque, purché sia basata sulla fattura del testo. Il catastrofismo può rappresentare infatti anche una forma di esorcismo rispetto alle paure profonde; proprio per questo, le narrazioni più perturbanti sono quelle in cui la catastrofe non viene rappresentata mentre accade e in cui cause e dinamiche del disastro non vengono esplicitate. Il rifiuto dell’esorcismo, disattivando la funzione consolatoria e deresponsabilizzante su cui si fondano le rappresentazioni apocalittiche più banali, può esprimere invece una riflessione ecologica complessa.

L’ecologia non è soltanto un tema, ma pertiene a modalità rappresentative della realtà attraverso straniamento e ipercasualità. In che modo questi rappresentano una letteratura ecologica?

Come accennavo prima, la sostanza del discorso ecologico consiste nel mettere in discussione i paradigmi tradizionali attraverso cui percepiamo e rappresentiamo la natura: la relazione asimmetrica basata sul controllo della natura da parte dell’uomo; l’idealizzazione edenica del paesaggio; la distinzione rigida ed esclusiva tra naturale e artificiale. Lo straniamento è il mezzo retorico attraverso cui dar forma alla reazione contro tali stereotipi. Si tratta del resto di una risorsa argomentativa e cognitiva a cui il discorso ecologico ricorre di frequente, per esempio assumendo una prospettiva non antropocentrica sull’ambiente, e di cui la letteratura si è sempre servita. Non si può certo dire che l’ecologia abbia insegnato alla letteratura che cos’è e come si usa lo straniamento; d’altra parte, l’ecologia ha dato alla letteratura, soprattutto a quella contemporanea, nuove occasioni tematiche per mettere in scena lo straniamento. Ho chiamato ipercausalità quella modalità narrativa che coinvolge in una trama complessa elementi e agenti di natura diversa, persone e fenomeni. L’intreccio tende così a imitare l’interazione tra i molteplici fattori che incidono sul clima: anche l’opera letteraria è, in questo senso, un ambiente. Gli esempi sono molti e diversi: ricorrono a questo tipo di costruzioni tanto scrittori del nostro canone novecentesco come Rigoni Stern, quanto autori contemporanei esponenti della climate fiction, come la norvegese Maja Lunde.

In che rapporto è l’Italia rispetto alle altre letterature? Ne emerge un altro immaginario?

Diversamente dalla letteratura americana, ad esempio, quella italiana non ha nella wilderness un mito fondativo; altri sono i topoi che si sono imposti, per ragioni storiche e artistiche, nella rappresentazione del rapporto con la natura: il motivo del giardino, l’immagine del Belpaese. Questo continua a incidere anche nella letteratura e nelle scritture contemporanee sull’ambiente. Ma, specialmente negli ultimi anni, si assiste a un certo avvicinamento tra l’immaginario ecologico che emerge nella letteratura italiana e quello internazionale: il racconto apocalittico (che peraltro ha in Italia una tradizione già novecentesca, maturata specialmente tra anni Sessanta e Settanta) e le narrazioni a sfondo climatico sono oggi molto presenti nella letteratura italiana. Pur senza trascurare le notevoli differenze tra l’uno e l’altro autore, potremmo citare Bruno Arpaia, Luca Doninelli, Antonio Moresco, Laura Pugno, Paolo Zanotti e altri ancora.

Cosa intende quando afferma che la critica letteraria può essere un’attività ecologica?

L’ecologia è basata sulla comprensione delle relazioni complesse i cui effetti determinano la realtà che ci circonda. Anche la critica letteraria è un esercizio d’interpretazione della complessità. In questo senso, la funzione ‘ecologica’ della critica si compie dando attenzione e valore a quelle opere che sanno rappresentare la complessità, che mostrano l’interrelazione tra individui, storia e ambienti: il caso emblematico è un autore come Sebald, che proprio su questa interrelazione ha impostato le sue opere più importanti.

Lei ha individuato due elementi ricorrenti: il paradigma apocalittico e i rifiuti. In che modo questi interagiscono?

‘Apocalisse’, come si sa, vuol dire ‘rivelazione’, disvelamento di ciò che era occulto o invisibile. In questo senso, la scoperta della Umwelt altrui è sempre anche un’apocalisse. La dinamica che porta alla rivelazione di un ordine nascosto, di un habitat che si sviluppa insieme all’ambiente noto nel quale viviamo, è un motivo che, dalla sfera della religione (l’apocalisse evocata nei testi sacri e rappresentata nei rituali arcaici e moderni), può così estendersi alla dimensione ecologica e diventare anzi oggetto specifico dell’ecologia letteraria. Anche il tema della spazzatura, d’altra parte, è presente in molte opere letterarie contemporanee. Alla base, c’è un’idea dell’ambiente come sistema instabile, in stato di crescente entropia. L’aveva già intuito Italo Calvino, le cui opere sono spesso percorse da temi ecologici. Tra Le città invisibili (1972), Calvino immagina infatti anche Leonia, che «rifà se stessa tutti i giorni», producendo un’enorme massa di rifiuti. I rifiuti sono anche il principale argomento della parte finale di Gomorra (2006) di Roberto Saviano, del romanzo Les Météores (1975) di Michel Tournier, di Underworld (1997) di Don De Lillo e di molte altre opere. Il nesso tra questi due temi è duplice: da un lato, portare alla luce la spazzatura, ribaltando il rifiuto in valore, significa letteralmente rivelare ciò che è nascosto, compiendo in questo senso una scoperta ‘apocalittica’; dall’altro lato, l’accumulo dei rifiuti e l’inquinamento fuori controllo sono fattori che possono scatenare o accelerare una catastrofe ambientale (e non a caso anche l’immaginario fantascientifico ha preso spunto dal tema: penso a un romanzo come Borne di Jeff Vander Meer, ambientato in un mondo postapocalittico fatto letteralmente di scarti biologici e tecnologici; e, a un livello più di consumo, a una film di animazione come Wall-E).

(Intervista realizzata in collaborazione con www.sapereambiente.it)

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