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Cronache da Gerusalemme: patria, lingua, conflitto, di Roberta Alviti

L’incontro tra lo scrittore israeliano David Grossman e lo scrittore basco Fernando Aramburu, due romanzieri fra i più conosciuti e apprezzati in ambito internazionale, è stato uno dei momenti più importanti del XX Congreso de la Asociación Internacional de Hispanistas (AIH), tenutosi nella sede di Mont Scopus della Hebrew University di Gerusalemme dal 7 al 12 luglio, che ha visto riuniti 600 studiosi provenienti da 40 paesi.

Ruth Fine
Ruth Fine

Sottolinea Ruth Fine, organizzatrice del Congresso e direttrice del Dipartimento di Studi Spagnoli e Ispanoamericani dell’Ateneo, che: “L’ispanismo israeliano è molto antico e nasce nel Siglo de Oro. Il primo poeta in spagnolo è stato Yehuda Halevy. L’interesse per la Spagna, le traduzioni, lo studio dello spagnolo risalgono a un periodo anteriore alla creazione dello stato d’Israele, che avvenne nel 1948”.

Eletta nel corso del Congresso Presidentessa dell’AIH, Ruth Fine, cervantista israeliana di origine argentina, afferma che l’incontro dei due scrittori rappresenta un messaggio di pace e ricorda che: “Gerusalemme è un centro di estrema importanza per ebrei, musulmani e cristiani. Nella nostra università il 12% degli studenti è arabo”.

Il confronto / conversazione tra Aramburu e Grossman si è svolto nell’Auditorium della Hebrew University, gremito di pubblico, ed è stato moderato dallo scrittore e traduttore israeliano Ioram Melcer, esperto dell’opera di Aramburu. Durante l’incontro, i due scrittori si sono confrontati sulle tragedie collettive dei loro popoli e sul ruolo della letteratura nella risoluzione e nel superamento di tali conflitti.

Melcer ha iniziato con il chiedere ad Aramburu e Grossman di illustrare il proprio concetto di patria.

Secondo lo scrittore basco “Quando ci guardiamo allo specchio, quella che ci viene restituita è un immagine che è esclusivamente nostra: il colore dei nostri occhi, la forma del nostro viso; tuttavia, siamo coscienti del fatto che queste caratteristiche non bastano per sapere chi siamo veramente. Siamo una specie sociale, collettiva; quindi, ognuno di noi ha bisogno di definire se stesso in relazione con la collettività. Con collettività intendiamo il paese, la tribù, vale a dire tutto ciò che costituisce un vincolo tra noi e gli altri. Questo vincolo non ha solo a che vedere con l’identità, ma è anche di tipo sentimentale ed emotivo. Io vivo da 35 anni in Germania, e sebbene abbia la sensazione di integrarmi ogni giorno di più nel paese dove risiedo, contemporaneamente sento di non far parte di quella comunità, come se respirassi abusivamente l’ossigeno del luogo, che parlo l’idioma locale con accento da straniero. Quando torno in Spagna si innesca un processo di fusione positiva con il luogo. Una fusione dolce, serena che io non impongo a nessuno. Non ho bisogno di inni per sentire che sono a casa mia, quando bevo il sidro o la Real Sociedad vince una partita: ho un vincolo amable con il paesaggio dei miei antenati, con il posto in cui sono cresciuto, dove ho imparato a scrivere, a leggere, a fare di conto, il posto in cui, con poco successo, mi innamorai per la prima volta. Questa intensità può addirittura, a volte, trasformarsi in patriottismo, in una specie di esaltazione che mi sembra molto naturale nella nostra specie. Tuttavia, c’è una linea che, una volta attraversata, lascia il posto a quello che comunemente si chiama nazionalismo, vale a dire l’esagerazione della patria, la sacralizzazione della terra e di seguito la sua trasformazione in un insieme di norme, di esibizione di simboli, e infine la demonizzazione di quanto e quanti, pur non appartenendo alla patria, risiedono in essa. E questo sentimento, con distinte nuances, si può percepire nei diversi personaggi del libro”.

Grossman ha fornito una risposta altrettanto articolata: “Mi è stato chiesto di parlare in inglese. È una strana sensazione parlare in inglese e non in ebraico mentre sono qui seduto alla Hebrew University e questa potrebbe essere, almeno in parte, la risposta alla tua domanda. La storia del popolo ebraico è caratterizzata dal fatto che siamo stati costretti a vivere fuori dalla nostra casa, fuori da quelli che sono stati i nostri luoghi per così tanti secoli:  questo è per me un posto in cui mi sento a casa. Dopo la tremenda esperienza della Shoah, l’impresa più difficile è stata quella di curare, di riprenderci dalla tragica esperienza di non esserci mai sentiti veramente a casa in nessuna parte del mondo, e penso che questa sia la caratteristica più significativa dell’esperienza vitale ebraica. C’è sempre stata la sensazione di non appartenere a nessun luogo, di essere guardati da occhi sospettosi e noi sentivamo che Israele era la casa a cui appartenevamo. Dopo 72 anni di indipendenza, dopo aver creato un paese, una casa, è tragico e richiede molta forza trovarsi in un’area come la nostra. E io credo che Fernando ha saputo illustrare in una maniera bellissima il concetto di patria. La patria è un luogo in cui tu capisci la lingua, in cui sei in grado di decodificare i segni di quella realtà, il contesto e i codici sociali e psicologici. La patria è un luogo di cui capisci le sfumature delle cose: un paesaggio, il linguaggio, il suono dei passi quando cammini sulla terra asciutta; tutto ciò crea l’esperienza della patria; ma io credo che il fattore indispensabile per sentirsi a casa sia la lingua”.

Dal canto suo Aramburu sostiene che: “Nella mia vita la questione della lingua è fondamentale e abbastanza complicata”. Aggiunge che: “Fortunatamente ormai l’euskera non corre il pericolo dell’oblio. In seguito al processo di normalizzazione, s’insegna nelle scuole, si usa in televisione, in radio e nella stampa con molta naturalezza. C’è una letteratura in basco molto ricca e cospicua. Ciò, ovviamente, ha contribuito a far sì che la tendenza dell’idioma a scomparire si stemperasse. Di fatto, posso dire con certezza che non vi è oggi tra i baschi una guerra linguistica; anzi, posso affermare che c’è un rapporto di complementarietà: è come avere un dizionario in ogni città. Io stesso approfitto dei miei viaggi nel País Basco per imparare nuove parole. Ovviamente io non ho avuto l’occasione di apprendere l’euskera a scuola: non era proibito, ma semplicemente non s’insegnava. In casa mia non si parlava, pertanto la mia lingua madre è stata il castigliano. E il castigliano della mia infanzia era costellato di parole in euskera e, naturalmente quando le usavo, i miei compagni mi correggevano. Io ho sempre voluto essere uno scrittore: di tutti i personaggi di Patria, Gorka è quello che alla fine prova un po’ di felicità, che non nasce solo dal consolidamento della sua relazione sentimentale, ma dalla sua attività di scrittore. E questo è un postulato che io e Gorka condividiamo: nel corso dei secoli l’uomo è diventato più umano grazie alla lettura, alla musica, all’arte. È pur vero che esistono delle persone colte che sono assolutamente disumane; tuttavia, è innegabile che l’educazione e la cultura ci aiutano a migliorare, a creare dei nostri propri criteri di giudizio, anche se c’è ancora molta strada da fare. I nostri genitori, i nostri anziani, ci trasmettono una lingua, dei valori, una religione; e ciò fa sì che noi vediamo il mondo nella maniera che ci hanno inculcato da quando eravamo bambini. Però, grazie alla cultura, all’istruzione, ai viaggi, all’apprendimento di nuove lingue, si può, in un certo modo ‘rieducarsi’ ed essere ciò che viene chiamato un “uomo libero”, capace di avere un proprio modo di concepire la realtà. In tutto questo, ripeto, la funzione della lingua è fondamentale: permette di instaurare una relazione costruttiva e creativa con la realtà.

E questo è almeno in parte ciò che nel mio libro fa Gorka: è un giornalista radiofonico, uno scrittore, e diffonde la lingua in maniera non impositiva ma persuasiva; personalmente credo che questo sia il modo migliore di gestire la diffusione di una lingua, che non può essere imposta con la forza, trasformata in un obbligo. E credo che, nella mia terra natale, dove tante cose sono state gestite nella maniera sbagliata, è estremamente valida questa diffusione educativa e positiva della lingua basca, senza rivalità con il castigliano, che è comunque considerato lingua della nostra terra, tanto che in alcune zone è addirittura maggioritario. Non dimentichiamoci però che la differenza tra castigliano o spagnolo e l’euskera è notevole e l’apprendimento della lingua basca richiede un grande sforzo. Io stesso, a volte non riesco a capire quasi nulla del linguaggio che si parla in alcune famiglie”.

Melcer ha quindi introdotto la questione della lingua legata al concetto di patria: “Da quanto abbiamo ascoltato, in Patria un giovane scrittore, crea un mondo di bellezza con il proprio idioma. Un romanzo di David Grossman in ebraico determina una realtà. Un idioma è un mondo e la storia che ha raccontato Fernando ricorda molto la nostra qui in in Israele. Siamo una comunità definita dalla nostra lingua. A questo punto, mi sembra naturale chiedervi se la lingua stessa può essere considerata una patria”.

Secondo Grossman “L’idea che la rivitalizzazione della lingua ebraica intrapresa agli inizi del XX secolo da un giovane immigrato russo abbia del miracoloso è un cliché. L’ebraico da cui egli parte è reinventato a partire da quello usato nei testi biblici e non da quello usato nella vita quotidiana. Egli decise che avrebbe dato nuova vita a questa lingua, cercando di colmare il vuoto lessicale di interi secoli. Non esistevano naturalmente parole per ‘elicottero’, ‘pomodoro’ o ‘gelato’. Non vi erano le parole perché, naturalmente, non vi erano i realia. Dovette quindi inventarle.

Oggi io sento le mie due nipoti che hanno 7 e 4 anni giocare, discutere e fare battute in ebraico e questo, credetemi, è per me un vero miracolo. Ma c’è un altro aspetto da tenere in considerazione, ovvero la situazione geopolitica in Israele che dura da 52 anni: ciò ha portato allo sviluppo di un vero e proprio ‘falso linguaggio’. I documenti burocratici, quelli del sistema giuridico, dell’esercito e della polizia usano un proprio linguaggio che, in un certo modo, occulta la realtà, invece di chiarirla pienamente. Penso che ci dovrebbero essere delle persone preposte a sorvegliare l’accuratezza dell’idioma, persone che non collaborassero a questo ‘lavaggio’ della lingua. Per concludere, mi piace ricordare che il linguaggio è una catena di conoscenza, d’identità, costruita dalle parole e nel caso dell’ebraico arriva dai patriarchi ai giovani dei giorni nostri. Quando scriviamo in ebraico ci sentiamo privilegiati nell’usare una lingua che racchiude così tanti ricordi e tanta identità, sapendo che ognuno di noi è l’anello di questa lunga catena di scrittori e pensatori e contemporaneamente avere la capacità di giocare con i differenti livelli dell’ebraico. Ribadisco, tuttavia, che c’è uno slang ebraico, terribile, osceno, letteralmente fabbricato dall’esercito. E se teniamo conto dell’enorme quantità di popolazione ebraica che è impiegata in esso, la lingua maggioritaria in Israele non è l’ebraico di registro alto o letterario, ma lo slang parlato tra i membri dell’esercito”.

Melcer giunge, quindi, a quello che reputa il tema centrale dell’incontro: “Parliamo di due società in conflitto, che forse si sono autodefinite a partire dal conflitto stesso e il romanzo di Fernando ci fornisce il quadro di ciò che avviene in una società che, ipoteticamente, cerca di uscire dalle ostilità per recuperare pacificamente il proprio spazio vitale. Ma il conflitto non termina quando si mettono da parte le armi e gli esplosivi”.

Aramburu sottolinea che: “Bisogna considerare le popolazioni coinvolte nel conflitto. Nel caso di noi spagnoli, abbiamo l’enorme fortuna di vivere in una società democratica. Al popolo basco, tuttavia, dopo la fine della dittatura franchista, si cercò di imporne un’altra. Tutto ciò, fortunatamente, appartiene al passato. Siamo in un momento di post-conflitto: la violenza sparisce e si arriva a una situazione nella quale è possibile pensare di recuperare rapporti sociali che erano completamente interrotti. Io non sono un teorico, ma conosco molto bene persone che hanno vissuto la violenza sulla loro pelle; ho la convinzione che una vittima non smette mai di essere tale. Però, forse, si possono aiutare queste persone a essere riconosciute ufficialmente come vittime, a fare avere loro un appoggio sociale, per spazzare via la polvere della storia. È arrivato il momento di raccontare e scrivere quello che è successo, e penso che questa pagina di storia vada scritta con l’aiuto del testimoni diretti, di coloro che furono contemporanei degli eventi dei quali vogliamo dare testimonianza. È un diritto degli spagnoli del futuro, è un diritto che venga tramandata loro la memoria di quegli eventi. Ovviamente, non si può pretendere che ciò venga fatto dalla sera alla mattina: la revisione della storia è un processo che richiede tempo. Credo che sarebbe molto utile creare una sorta di ‘banca della memoria’, fatta di foto, filmati, dichiarazioni dirette. Molti hanno scritto che il mio libro è una testimonianza storica, ma io non lo considero un romanzo con una responsabilità storiografica, ma soltanto una tessera in più di questo ‘museo virtuale’ che auspico cominci a realizzarsi al più presto”.

Melcer, rivolgendosi a Grossman chiede “Come s’immagina il post-conflitto? Ci ha detto Fernando che in questa fase può essere utile il ruolo degli scrittori”.

Lo scrittore ebraico ha risposto di non essere sicuro di vivere abbastanza a lungo per essere testimone del giorno in cui finalmente nella sua regione ci sarà la pace, e ha aggiunto: “Non sto parlando di un trattato di pace. A un trattato di pace si può arrivare in una maniera sorprendentemente veloce. Ma cambiare il modo di vedere il mondo, il modo in cui trattiamo gli altri, cambiare l’idea di avere un futuro condiviso, comportandosi in una maniera più benevolente e generosa è un processo che richiederà molti, molti anni. Penso, inoltre, che se anche la pace arrivasse oggi, sarebbe tardi. Perché tutto ciò che ha gravato sulle nostre anime, sulla nostra psiche, sulle nostre paure per così tanto tempo sarebbe estremamente difficile da rimuovere. Voglio riallacciarmi a quanto Fernando ha detto circa il bisogno di raccontare la storia; noi siamo in una situazione nella quale essa è ancora in fieri, e forse necessitiamo di un nuovo modo di raccontarla. Ognuno di noi ha la propria storia, intima e primitiva: la storia della nostra infanzia, quella dei nostri genitori, dei nostri amici, di come, a volte, siamo stati maltrattati da piccoli o ci siamo sentiti incompresi dagli altri. Questo è il biglietto da visita ufficiale che noi presentiamo a ogni nuova persona che incontriamo, della quale speriamo di accattivarci la simpatia, e a volte cerchiamo di edulcorare e manipolare la nostra storia in modo che sia più efficiente nel catturare l’empatia altrui. Ma a volte ci si sveglia e ci si chiede: ‘Perché continuiamo a raccontare questa storia? Può essere una storia già superata e può essere che noi stiamo già vivendo altre situazioni, può essere che ci siamo trasformati in prigionieri della nostra storia legislativa. Questo discorso si può applicare agli individui, ma anche alle società e alle nazioni: alcune di esse, quando sono state create, avevano bisogno di una storia ufficiale che glorificasse e idealizzasse i guerrieri, demonizzando i nemici. Ma anche dopo anni, vale la pena guardare nel profondo di noi stessi e chiederci se queste storie ‘ufficiali’ sono ancora attuali o, forse, noi siamo diventati prigionieri di esse, e se sia ora di modificarle, di verificare se corrispondono alla realtà. Sono sicuro che non sto dicendo nulla di nuovo, la storia più importante è quella che racconta che nel corso della storia siamo stati delle vittime. Tuttavia, mi sento anche di suggerire di cominciare a considerarci non solo vittime e vedere il nuovo posto in cui viviamo e raccontare un’altra storia che descriva questo luogo, pensare che è il momento di ribellarci contro alcune idee che ci hanno fossilizzato, congelato e imprigionato, per sollevarci dall’idea che siamo incapaci di salvarci dalla situazione in cui siamo intrappolati. Noi siamo così tanto vittime della storia che raccontiamo a noi stessi, che a volte crediamo di non essere in grado di avere nessuna libertà di movimento, nessuna possibilità di cambiare la situazione. In questo paese, siamo dei geni quando si tratta di creare qualsiasi cosa, nell’hi-tech, per esempio, nell’agricoltura, nella cultura, nel costituire il più potente esercito della regione, nel rivitalizzare il linguaggio, nel fare tante meravigliose cose. Tuttavia, siamo totalmente paralizzati e incapaci quando si tratta di pensare al nostro futuro e al futuro dei nostri bambini e quella che doveva essere una casa è diventata una fortezza”.

Melcer sottolinea che: “Questo è un elemento che possiamo trovare anche nel romanzo di Fernando. Il perdono, la compassione, il dialogo, il contatto. Il romanzo parte da una donna che ha avuto un ictus, un’invalida, assistita da un’ecuadoriana; il che mi fa pensare, come dice David, che bisogna pensare a un altro tipo di storia e di memoria e, soprattutto, a un altro tipo di autodefinizione”.

Aramburu ribadisce che il suo mestiere è quello di scrivere romanzi: “Non arrivo alla scrittura dalla sociologia, né dalla politica, né tantomeno dalla storia. Ciò che mi commuove e spesso mi causa dolore sono i particolari delle vite di queste persone, particolari con cui rendo più veri i miei racconti e i miei romanzi. Non si tratta di raccontare esattamente quello che è successo, compito che io reputo spetti al giornalista, allo storico o al sociologo, ma di mettere in scena le loro vite e il loro privato, trasmettendo ai lettori l’idea di come si viveva in un determinato momento e in un determinato luogo. E dunque per me, come per qualsiasi romanziere sono essenziali i dettagli che per un teorico o uno storico non sarebbero assolutamente significativi. Per me, il fatto di raccontare sensazioni, particolari fisici, cos’ha detto Tizio, che ha pensato Caio, permette al lettore di venire a diretto contatto con la coscienza dei personaggi. E perché faccio questo? Beh, per raccontare ciò che ho visto. Ho visto commettere delle cose mostruose in nome dell’ideologia, per la patria, per la lingua madre. E l’influenza collettiva aveva finito per schiacciarmi. Per questo, mettere una certa distanza fisica può aiutare a vedere distintamente ciò che gli altri, pur avendolo davanti agli occhi, non riescono a vedere. Io vivo in Germania e mi interessa molto il modo in cui questo popolo si è confrontato con la propria storia. Mio suocero, che era bambino durante il nazismo, mi racconta spesso di come si viveva all’epoca e io gli chiedo che relazione aveva la gente con quello che succedeva intorno a loro; gli chiedo anche perché quando finì la guerra nessuno voleva parlarne e lui mi dice che avevano vissuto così male da non voler sapere più nulla, non volevano parlarne più e volevano essere felici. Mi sembra che questa risposta sia molto rappresentativa: si vede l’elemento umano confrontato con la Storia, con il sentimento collettivo, come vivevano i conflitti le madri, i padri, i bambini. E questo è ciò che io vorrei trasmettere attraverso i miei romanzi: non la verità storica, ma come si viveva nella dimensione intima, privata, degli avvenimenti storici, verificabili e documentati.

Ciò mi porta a considerare un altro punto in comune tra i due romanzi (Ndr: Aramburu si riferisce all’ultima opera di Grossman, Life Plays with me, di prossima pubblicazione in italiano, di cui vediamo a lato la copertina nell’edizione in ebraico), ovvero l’importanza delle donne. Non sto dicendo che in generale le donne non siano importanti, ma in entrambi i romanzi sono le donne che tessono il filo del racconto, portano il peso della narrazione e delle vite altrui. Forse, David, per raccontare una storia nuova, per riposizionare una storia, c’è bisogno che essa sia raccontata dal punto di vista femminile”.

Grossman ribatte che: “A volte sono proprio le donne a portare avanti la storia legislativa, fossilizzata, di cui parlavamo prima. Non dobbiamo idealizzare, né tantomeno demonizzare né gli uomini né donne. Il mio romanzo racconta la storia di una donna, intrappolata in una situazione che non sembra avere via d’uscita. Quando stavo scrivendo questo romanzo, la cui stesura è durata cinque anni e mezzo, dopo due anni sentivo di non capire veramente questo personaggio femminile. Ma non ero in grado di capirla, perché credo che uno scrittore dovrebbe conoscere a fondo ogni personaggio, non importa se è un uomo, una donna, un cane, o qualunque altra cosa. Lo scrittore deve diventare il suo personaggio, ed è difficile perché, dopo anni e anni, siamo programmati a sentirci noi stessi nel nostro corpo, nel nostro gender, nel nostro senso dell’umorismo, nella nostra filosofia e nella nostra o nostre lingue, tutti strumenti con i quali concepiamo la nostra realtà. E non sappiamo di ignorare un’altra grande parte di essa.

Io mi considero un massaggiatore, provo a massaggiare le rigide identità delle persone delle quali scrivo, e quando le massaggio, improvvisamente sento una grande libertà di movimento, una grande flessibilità. Quando, a volte, sono rimasto bloccato in alcuni punti con la penna in mano e la pagina bianca davanti a me, dicevo: ‘Perché sei così? Perché sei così testarda? Perché non ti arrendi a me? E nel momento in cui ho scritto questa stupida frase, ‘perché non ti arrendi a me’, all’improvviso ho capito quanto mi stessi sbagliando. Non era il mio personaggio che doveva arrendersi a me, ma ero io che dovevo arrendermi a lei. Dovevo aprire la mia anima e lasciare uscire completamente la mia parte femminile, lasciarle spazio e permetterle di prendere il sopravvento. E questo, naturalmente, mi faceva paura. Avevo paura di essere portato via da me stesso, che la mia identità sarebbe stata demolita. Ma noi non siamo deboli, non siamo fragili, le nostre identità sono troppo forti. E questa forza è una specie di corazza che non ci lascia conoscere né godere di molte cose. Ma se permetti a te stesso di aprire la tua identità e di essere invaso da ciò che vive fuori da essa, proverai un piacere immenso. E così con ho avuto l’improvvisa abilità di entrare nella sua vita, di entrare nella sua più intima dimensione, senza imporle la mia, ma fidandomi abbastanza di me, tanto da essere lusingato dalla sua interiorità, da non imporre la mia personalità: e sono riuscito a partecipare del suo essere. E ciò come disse Kafka è il più grande, il più dolce piacere della scrittura”.

Melcer riconduce l’idea del femminile al romanzo di Aramburu: “Le protagoniste sono due madri, due donne molto dure. Che relazioni hai con loro? Sono due donne che sopportano, che soffrono, per diversi motivi; hanno l’attitudine al rifiuto, a difendere la propria ideologia. E nessuna delle due è disposta a cedere. Da scrittore, come le giudichi?”.

Aramburu afferma che: “La cosa più ragionevole sarebbe che io raccontassi da dove ho preso l’idea di queste donne, le due madri e le due figlie. Effettivamente, somigliano molto ad alcune figure che ho conosciuto. Nel País Basco, le donne sono molto importanti, direi che sono addirittura indispensabili nell’ambito familiare, anche nel mio. Mia madre, una donna dal carattere molto forte, badava alla famiglia e faceva i lavori di casa. Ma soprattutto, come tante altre donne basche, aveva la potestà della parola. Mio padre, come tanti uomini che ho conosciuto nella mia infanzia, era un uomo dedito al lavoro, a volte si dedicava allo sport, insomma alle azioni e alle attività che a quell’epoca non lasciavano spazio sufficiente per la riflessione o l’affetto. I miei parenti maschi erano uomini laconici, con delle evidenti difficoltà nel trasmettere affettività; mio padre, certamente mi voleva bene, ma non me lo diceva mai. Mi preparava le uova fritte con il prosciutto e io capivo che in quel modo mi stava mostrando affetto. E come lui erano altri uomini del mio ambiente familiare.

Io ho creato il mio romanzo partendo dalle persone. Mia madre preparava a mio padre i vestiti che doveva mettersi e che lei stessa aveva comprato e ugualmente accadeva ai miei zii. Se mia madre per qualche ragione non era in casa e non poteva preparargli il pranzo o la cena, mio padre si alimentava di pane e cioccolato e basta. Perché non sapeva fare nient’altro. Ma questo non vuol dire che non contasse nulla nel ménage familiare.

Per terminare con questo tema, ricordo che quando uscì Patria e cominciò ad avere successo, una troupe televisiva volle filmarmi nella mia città. A un certo punto chiesi loro se potevo entrare in un negozio molto all’antica per sbrigare una commissione. Si mise a piovere e passò un signore con un ombrello e io gli chiesi di riparare il ragazzo che teneva la telecamera. Per cui, immaginatevi: una troupe televisiva, un uomo che ripara il ragazzo con la telecamera: si trattava di una situazione che doveva sembrare davvero bizzarra ai proprietari del negozio. Quando entrai, i proprietari, un uomo e una donna parlottavano e si vedeva che questa faccenda della telecamera non riuscivano a mandarla giù; si arrabbiarono e decisero di andare a chiedere. E chi uscì dei due? La signora. Se fosse uscito il signore la situazione poteva degenerare, in un pugno, un insulto…La signora uscì e con tre frasi sistemò tutto. I personaggi femminili del mio romanzo rispondono più o meno a questo modello di donna.

Tuttavia io spiego questo tipo di situazione anche alla luce della capacità femminile di negoziare. Dunque chiedo a David se anche lui crede in questa potenzialità risolutiva delle donne nelle situazioni di conflitto, anche in queste stesse zone”.

Grossman sottolinea che: “Ci sono, anche se poche, delle organizzazioni femminili che combattono per la pace; ma si sa che la situazione della guerra crea sempre più soldati e le persone e la società tendono ad eleggere i soldati come leaders; questi leaders dominano la società e promuovono la guerra. È un circolo vizioso. E il prezzo è non solo quello della marginalizzazione della voce femminile; c’è un altro prezzo che si paga quando si vive tutta la propria vita in guerra, in un posto dove la paura ti domina, in cui la disperazione ti attanaglia, un luogo in cui si consuma lentamente ma inesorabilmente il distacco tra i cittadini. Tutta questa situazione è condotta in nome del governo, e la distanza tra il cittadino medio e la realtà è difficile da colmare. Il governo crea questa situazione e, al tempo stesso, teme per il futuro dei nostri bambini; e io pensavo mentre Fernando parlava: come facciamo a vivere in questa società, pagando questo prezzo, un prezzo che noi tutti paghiamo per vivere la nostra vita in guerra, per tre o quattro generazioni. Ma nessuno parla di tutto questo. E questa situazione dura da 52 anni, durante i quali abbiamo occupato il territorio di altre persone, persone che io rispetto. Se mi chiedessero perché stiamo occupando, avrei delle buone risposte. Ma non ho mai sentito nessuno parlare di quante cose ognuno di noi, come individuo, come coppia, come società, ha dovuto obliterare nel proprio essere per dimenticare che sta partecipando a un’occupazione. Dopo tutti questi anni, dobbiamo forzosamente eliminare delle parti del nostro essere per continuare a vivere in questa situazione. Cosa dobbiamo sopprimere, quanto dobbiamo mentire a noi stessi? Sono delle domande semplici, ma sorprendentemente sembra che nessuno se le sia mai poste. Sembra che quello di chiedere perché non c’è dialogo sia un compito che spetta solo alla sinistra. Se chiedi, non hai risposte, se continui a chiedere ti additano come quello che scava, che continua ossessivamente a fare le stesse domande. In tutto ciò, io credo che sia fondamentale il ruolo della letteratura: in un luogo come questo, è chiaro che una parte della tua umanità ti è confiscata; la letteratura lavora sull’individualità, su una, due o tre persone, e mostra quanto possano essere ricche, quante sfumature può avere il loro comportamento e la loro relazione con il mondo. Ci ricorda le cose che dimentichiamo, anche quelle più catastrofiche. A tal proposito mi viene in mente una frase di Stalin: ‘Una morte è una tragedia; un milione di morti è una statistica’. Io penso che la nostra opera, la mia, quella di Fernando può essere significativa in questo senso; possiamo cercare di redimere la tragedia della vita individuale dalle terribili statistiche di Stalin, e lo facciamo raccontando la storia di singoli individui coinvolti in situazione storiche estreme; e quando lo facciamo le persone, improvvisamente, possono guardare dentro se stesse e capire a cosa stanno collaborando e può essere che le nostre parole riescano a ricordare loro che la vita può essere diversa. Diversa quando non c’è una guerra, perché la maggior parte delle persone non osa nemmeno credere alla possibilità di una vita trascorsa in pace. Queste parole sono così rare, nessuno permette veramente a se stesso di credere completamente a questa opzione, forse perché se ci crediamo, se ci illudiamo, potrebbe essere infinitamente doloroso sperimentare la sensazione che l’opzione della pace non è realmente praticabile”.

Melcer, a proposito della pacificazione chiede ad Aramburu: “Ciò che ho appreso dal tuo romanzo, Fernando, tra le altre cose, è che la pace, questo ‘lusso’ di cui ci ha parlato David, molto spesso si raggiunge grazie alla stanchezza. Quello che fa terminare un conflitto, molto spesso, è una tremenda stanchezza, lo sfinimento di tutti. Ed è ciò che si nota in Patria, che ha un finale positivo; però, possiamo dire, che a differenza di Gorka che è davvero felice, gli altri personaggi sono sfiniti, schiacciati, logorati”.

Aramburu racconta un episodio vissuto in prima persona: “Una volta, dopo un incontro in una libreria, mi venne presentata una donna il cui fratello era morto in un attentato dell’ETA. Una volta usciti dalla libreria in un certo modo mi rimproverò, perché io non avevo detto nulla che autorizzasse a nutrire una minima speranza. E questo lo disse lei, una vittima. Questo incontro mi ha segnato molto e da allora mi sforzo di essere un po’ più ottimista. Approfittando del fatto che nessuno mi sta ascoltando, dirò infatti che sono un pessimista. Noi deleghiamo al tempo la risoluzione di conflitti collettivi: ma noi siamo solo di passaggio; arriveranno nuove generazioni, con nuovi problemi, nuovi criteri imposti dalle religioni, dalla lingua e ricorreranno di nuovo alla violenza. Anticamente, si ricorreva alla guerra, che imponeva i propri criteri, la propria lingua, la propria religione; e per questo si ricorreva alla violenza, perché eliminando il rivale, si eliminava il problema. Non siamo in questa fase storica, anzi c’è una considerevole quantità di cittadini, non la totalità, che confida in quella cosa che si chiama democrazia, vale a dire la creazione di istituzioni elette dal popolo. D’altro canto, i conflitti civili, hanno soluzioni lunghe e penose: si ereditano. In Spagna, il tema della Guerra Civile è ancora vigente nel dibattito nazionale, si continua a schierarsi per l’una o per l’altra parte, ma per lo meno si è tornato a parlare del nostro passato. Spero che il tempo, l’oblio e forse anche l’educazione possano aiutare a superare questo trauma.

Su un canale della televisione tedesca tutti i giorni c’è un reportage sul passato nazista del paese, in cui si mostrano e si spiegano gli orrori commessi, e a me sembra molto positivo guardare in faccia la propria storia, la storia del proprio paese. Forse aveva ragione la donna della libreria quando mi rimproverò per non aver introdotto nel mio discorso un elemento di speranza. E per questo mi è venuto in mente di terminare Patria con un abbraccio. Naturalmente l’editore mi aveva proibito di svelare la scena finale, pero credo che ormai sia di pubblico dominio. E questo finale ha avuto molte e diverse interpretazioni. A me non sembra un finale felice, c’è un abbraccio sbrigativo, senza parole, però è un modo per ricomporre un dissidio. E come ho detto in moltissime occasioni, mi piacerebbe questo stesso finale per la mia terra natale. Non pretendo che ci si abbracci l’uno con l’altro, ma mi piacerebbe molto che vivessimo insieme in un sistema democratico. Questo sistema certamente non è perfetto, però mi sembra il più sensato e senza dubbio crea un clima poco favorevole per la nascita della violenza”.

Melcer rivolge un’ultima domanda a Grossman: “C’è molta gente implicata in quello che sto per dire: può essere che nel XX secolo non si sia considerato il fatto che è necessario anche volgere lo sguardo verso coloro che hanno perso la guerra e apprendere qualcosa da loro e mi riferisco, David, proprio all’esempio tedesco. Non viene detto infatti che in Germania si promuove un’educazione basata sulla lettura del passato, dei documenti; è un paese che cerca di guardarsi allo specchio con sincerità. Ironia della storia: forse nel nostro tremendo sfinimento, finiremo per imparare qualcosa dalla Germania”.

Grossman conclude con delle illuminanti considerazioni: “Il problema sta nel fatto che la maggioranza delle persone è sfinita, ma la minoranza, aggressiva e nazionalista, usa e manipola la nostra stanchezza. Riguardo alla questione tedesca, io sono veramente impressionato dal modo in cui la Germania, più che altre nazioni, sta insegnando alle giovani generazioni quanto è successo durante la Seconda Guerra Mondiale, la Shoah. Quanto accaduto agli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale ha creato uno stato d’animo che è durato per circa 30 o 40 anni, durante i quali essere razzisti e antisemiti non era affatto chic. Ma adesso questa situazione è cambiata. Ci sono due modi di ricordare l’eredità della Shoah e una di queste è naturalmente quella ‘scientifica’: dobbiamo fare delle domande ed esaminare i fatti, le date, le fonti documentali, secondo protocolli storiografici. È molto importante ma non è abbastanza. C’è bisogno di ascoltare le voci di chi ha vissuto il tempo della Shoah. Il teatro, la letteratura e la musica si stanno adoperando molto in questo senso, per tenere viva la fiamma dell’identificazione con coloro che hanno vissuto la Shoah. L’arte da sola non basta, la scienza da sola nemmeno. Abbiamo bisogno di entrambe per capire qual è il prezzo del razzismo e dell’antisemitismo”.

Roberta Alviti e David Grossman (Ph. Umberto Barberio)
Roberta Alviti e David Grossman (Ph. Umberto Barberio)

 

 

L’incontro, a cui chi scrive ha avuto la fortuna di assistere, ha dato modo ai due scrittori di mostrare la loro intelligenza e umanità, la loro lucida capacità di analisi che con poche bordate annichiliscono i populismi e i nazionalismi di bassa lega. Ringrazio gli organizzatori del XX Congresso de la AIH, Ruth Fine in primis, per la preziosa opportunità.

 

 

 

r.alviti@unicas.it

Roberta Alviti e Fernando Aramburu (Ph. Umberto Barberio)
Roberta Alviti e Fernando Aramburu (Ph. Umberto Barberio)

 

La foro a inizio articolo è di Umberto Barberio.

 

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L'autore

Roberta Alviti
Roberta Alviti
Roberta Alviti è ricercatore di Letteratura Spagnola presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale; le sue ricerche sono dedicate principalmente allo studio della tradizione manoscritta del teatro spagnolo del Siglo de Oro e all’edizione di testi teatrali. Il campo di indagine privilegiato è stato quello delle commedie scritte in collaborazione fra più autori, con una particolare attenzione alla problematica della strategia compositiva e agli aspetti tematico-stilistici. Si è interessata anche allo studio del linguaggio paremiologico nelle commedie di Lope de Vega e di Calderón de la Barca e ha curato la traduzione italiana di Il freudismo, testimonianza dell’uomo contemporaneo di María Zambrano; attualmente si dedica allo studio della ricezione italiana delle piezas di diversi drammaturghi spagnoli, in particolare Agustín Moreto e Calderón de la Barca.

Tra i suoi lavori: I manoscritti autografi delle commedie del ‘Siglo de Oro’ scritte in collaborazione. Catalogo e studio, per i tipi di Alinea e l’edizione critica de La Burgalesa de Lerma, di Lope de Vega, nell’ambito del progetto PROLOPE, dell’Universitat Autònoma di Barcellona

One thought on “Cronache da Gerusalemme: patria, lingua, conflitto, di Roberta Alviti

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