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Sulle ossa di Petrarca. Come l’umanista perse la testa, ma non per Laura

Petrarca morì di anni settanta, nella notte tra il 18 e 19 luglio 1374, ad Arquà, il pittoresco paese «sul dorso di ridente colle, dodici miglia a libeccio di Padova», dirà Carlo Leoni nello studio che presto incroceremo: in pratica nel paese dei colli Euganei oggi ribattezzato, in onore del poeta, Arquà Petrarca. Vuole la tradizione che egli – accanto fino all’ultimo agli amati libri – sarebbe stato trovato col capo riverso su un codice.

Anni prima, il 20 aprile 1370, aveva redatto un testamento nel quale, dopo aver raccomandato l’anima a «Iddio umanato» affinché fosse accolta «ne’ suoi tabernacoli», dichiarava di voler affidare alla terra, da cui sorse, il proprio corpo «reso vile dalla dipartenza di quella eletta scintilla che forma la parte migliore di noi» e che ciò fosse fatto «senza alcuna pompa, ma con ogni umiltà ed abbiezione», senza nessuno a sospirare o lacrimare sul feretro. E prima ancora di elencare le disposizioni sulla distribuzione ereditaria dei beni, Petrarca volle indicare al punto III il luogo della sepoltura: «se in Arquà io avessi a morire, ove è la mia casa campestre, ciocchè tanto desidero, è mio volere sia eretta dal mio erede attigua alla chiesa un’umile cappelletta dedicata alla Vergine, ed ivi sieno deposte le mie ossa».

E in effetti le spoglie – dopo una cerimonia funebre abbastanza pomposa – furono ospitate nella Chiesa parrocchiale di Arquà, ma solo per sei anni, fino al 1380. Dopo, invece dell’umile cappelletta reclamata, furono traslate dentro un sarcofago in marmo che si erge su solide colonne nel largo che fiancheggia la chiesa parrocchiale del paese. Nell’arca l’anima di Petrarca stette in pace per 250 anni esatti: fino al 1630, quando la pace finì causa un gruppetto di giovani e non più giovani. Nessuno aveva osato toccare l’arca in quei due secoli e mezzo, e ci volle una locale ghenga ubriaca per profanare la sacralità della tomba, vicenda nota nei particolari perché Andrea Moschetti, direttore del museo civico di Padova e socio corrispondente della locale Regia Accademia di Scienze Lettere ed Arti, rinvenne nel 1899 in un volume miscellaneo di manoscritti il fascicolo processuale istruito dalla Corte pretoria di Padova per procedere contro coloro che avevano compiuto il misfatto.

La circostanza è rilevante perché fu in quel frangente che le ossa di Petrarca cominciarono non solo a sparire causa ladruncoli ma a essere maldestramente scombinate dall’autorità pubblica. I fatti andarono così: la sera del 27 maggio 1630 si riunì in casa del frate domenicano Tommaso Martinelli da Portogruaro – da alcuni mesi addetto alla direzione spirituale della parrocchia di Arquà – una lieta compagnia di paesani. A parte il frate e lo stesso decano del paese, gli altri erano dei balordi, «persone assai corte di mente» e tra loro addirittura degli adolescenti. Fu dopo aver riempito le pance di cibarie annaffiate da fiumicelli di corrente vino che qualcuno – probabilmente proprio fra’ Martinelli – lanciò l’idea di forzare la tomba del poeta.

Era notte quando la comitiva si portò sul sagrato della parrocchia. Uno dei balordi spezzò con lo scalpello lo spigolo dell’arca all’angolo di mezzogiorno, allargando poi la breccia con altri colpi. Aperto il varco, si accorsero che gli strumenti non bastavano e qualcuno andò a prendere una torcia e una roncola. Introdotta la torcia nella breccia, apparvero i resti di Petrarca, distesi in modo che la prima parte ad apparire era la destra: uno a uno guardarono dentro, a saziare la curiosità, e i giovanissimi furono issati sulle spalle. Il frate cacciò dentro la mano, ma poiché non arrivava a toccare lo scheletro si fece passare la roncola e con quella tirò verso di sé delle grandi ossa e vari ossicini: le prime le avvolse in un panno e le tenne per sé, le altre le distribuì alla compagnia, non senza che qualche frammento cadesse a terra. Poi la breccia fu chiusa alla meglio.

La questione che a noi più interessa è: quante furono le ossa rubate e quali? Una volta istruito il processo, le testimonianze fanno tutte allusione a due grandi ossa del braccio – individuate come l’omero e l’ulna di destra – ma anche a varie ossa minori: negli interrogatori si fa riferimento a un ossicino della grandezza «di due grani di fava» e a un «ossesello longo circa mezza quarta», che potrebbe essere la prima falange del dito medio. Alla fine, sembra possibile affermare che oltre alle due ossa lunghe, a sparire – rubate o colpevolmente disperse per terra – fosse buona parte delle piccole ossa della mano e del polso di destra. Insomma: la bravata, non essendo Petrarca mancino, fece sparire il braccio che aveva redatto le immortali Rime e altrettanto immortali Lettere familiari e senili.

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La notizia della violazione corse presto e già l’11 giugno i rettori di Padova diedero incarico di istruire un processo. Ci furono sopralluoghi e il 30 giugno l’istruttoria era terminata. Nonostante tutti i soggetti della violazione di fine maggio fossero stati individuati, solo nel novembre 1631 il processo si avviò alla fase conclusiva, fino al 3 gennaio 1632, giorno della sentenza: dieci anni (più bannitorî che reclusivi) al frate Martinelli e al decano, assolti tutti gli altri.

Ma facciamo un passo indietro, utile a capire il disordine in cui da quel momento furono gettati i resti scheletrici di Petrarca. Abbiamo detto che la macchina della giustizia cominciò a muoversi a giugno 1630 e che furono necessarie alcune ispezioni del luogo e dell’arca. Quella del 23 giugno ebbe conseguenze gravissime: era domenica; il giudice incaricato e un notaio procedettero al sopralluogo, stilando un verbale nel cui nucleo si trova un evento che ha dell’incredibile.

Giunti ad Arquà, gli uomini di legge si recarono sul sagrato della chiesa assieme a Batta Salla «comandador della villa». Riuniti davanti l’«archa di pietra sustentata da quatro colone» individuarono subito la tarsia spaccata dell’arca e un tagliapietre la levò. Dal varco così creato videro i resti di Petrarca e la confusione in cui erano state gettate le ossa della parte destra dello scheletro, mentre la sinistra sembrava intatta. E fu a questo punto che il giudice prese una decisione di prodigiosa stoltezza: poiché non si riusciva a vedere cosa ci fosse dentro, ordinò che vi fosse infilato un gracile ragazzino il quale, una volta dentro, spostò la tavola su cui giacevano le ossa e la spinse all’esterno, dove era stato disteso un lenzuolo. Le ossa furono poste sul lenzuolo e furono controllate e contate; poi si fece ordine di tutto e, sempre aiutati dal ragazzino, tutto fu rimesso dentro l’arca.

Terminata l’operazione, il tagliapietre ripose il pezzo di marmo lo fissò con degli arpioni. Ma se la chiusura di quella breccia è azione che ci tranquillizza, non riduce però la gravità dell’evento: per meglio capire cosa c’era dentro l’arca, il giudice ordinò che ci fosse infilato «un puto», che alla fine dell’operazione dovette rimettere le ossa in ordine sulla tavola di legno: ma cosa può fare un bambino se non mettere tutto in disordine? In altre parole, scrive Moschetti: «Le ossa del poeta ebbero assai più a soffrire per la constatazione del furto voluta dalla legge che per il furto stesso: quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini».

Proviamo a immaginare la scena di un ragazzino che viene introdotto, attraverso la breccia, dentro un sarcofago di pietra malamente illuminato, orientarsi nel luogo, alzare la tavola su cui le ossa giacevano e spingerla all’esterno, dove le ossa furono tolte e deposte – al fine di meglio esaminarle – sopra un lenzuolo. Proviamo ancora a immaginare quale bell’ordine tali ossa avranno avuto quando, reintrodotto l’asse su cui giacevano, furono riposte di nuovo dentro l’arca.

Alla fine della vicenda del 1630 stringiamo alcuni dati certi. Sappiamo che le ossa residue di Petrarca furono messe in totale disordine dalla “consulenza” del giudice condotta mediante lo strumento di un ragazzino. Sappiamo anche che fra’ Martinelli, dopo la condanna, si dileguò e scomparve; portandosi però appresso le ossa del braccio destro del poeta, il cui destino è da quel momento rimasto oscuro.

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Il disegno che nel volumetto di Carlo Leoni (La vita di Petrarca, Padova, 1843) riproduce la condizione delle ossa di Petrarca all’apertura del sarcofago il 24 maggio 1843.
Il disegno che nel volumetto di Carlo Leoni (La vita di Petrarca, Padova, 1843) riproduce la condizione delle ossa di Petrarca all’apertura del sarcofago il 24 maggio 1843.

Erano passati più di due secoli dal giorno in cui il tagliapietra aveva fissato gli arpioni al tassello spaccato dalla “banda Martinelli” quando, nel 1843, il conte Carlo Leoni, storico ed epigrafista, decise di finanziare un restauro del sarcofago, che il 24 maggio fu spalancato. Cosa accadde in quei momenti tornò alla memoria del Leoni quando il 9 dicembre 1873 diresse all’anatomista Giovanni Canestrini questa lettera:

«Questo preme sap­pia V.S. che quando la mattina 24 maggio 1843 fu aperta la tomba, io solo presi ed ebbi in mano il bellissimo, ampio cranio, e lo mostrai alla folla, benchè privo del mento che per la scossa del furto 1630, quando fu estratto l’intero braccio destro […], era disceso nel sito ove lo mostra il disegno. Del cra­nio contai 13 denti, naturalmente superiori, non avendo po­tuto per la troppa distanza ove era la scala prendere il mento e contare i denti. Detto cranio era conservatissimo, e non dava nessun indizio di sfasciamento, tanto che avendolo leg­germente percosso colla nocca del mio dito indice rispon­deva col suono della più perfetta adesione delle sue parti. Questo posso solennemente attestare senza equivoco, e con piena scienza e coscienza».

Desta una certa emozione la breve scena in cui il Leoni solleva quel sacro teschio e lo mostra alla folla, un cranio mancante però della mandibola, che si trovava poggiata sulle ossa toraciche, come risulta dal citato disegno: quello che il Leoni volle fosse riportato alla fine del suo gradevole libretto su La vita di Petrarca, che dona un’idea abbastanza precisa di come erano posizionate le ossa del poeta in quel maggio 1843.

Terminato il restauro del sarcofago, chiuse le tante fessure e prima che l’arca fosse richiusa, Leoni tolse dalla tomba una costola e un pezzetto di tunica. Dovremmo aggiungere quella costola al novero delle ossa perdute di Petrarca, ma per quanto accadde nei mesi successivi non possiamo farlo: vari reclami si sollevarono verso il lavoro del Leoni, che fu biasimato per averlo compiuto senza doverosa sorveglianza e per aver asportato qualcosa, compiendo una vera profanazione.

Fu così che nel 1855 le autorità austriache (Padova faceva quell’anno parte del Regno Lombardo-Veneto) ordinarono che quanto era stato abusivamente tolto, e in particolare la costola del poeta, fosse ricollocato al suo posto. Ordine cui fu dato seguito il 10 luglio, quando la tomba fu riaperta per la seconda volta in quel secolo e i resti asportati dodici anni prima riposti all’interno del sarcofago.

A metà Ottocento, le ossa di Petrarca sembrano dunque essere quelle residuate al furto del 1630, con un cranio che, sebbene disarticolato dalla sua mandibola, è in sede. Non è notizia secondaria rispetto a quanto stava per accadere di lì a poco.

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Il cranio di Petrarca come immortalato dal disegnatore dell’équipe di Giovanni Canestrini, alla riapertura della tomba nel 1873 (da Le ossa di Francesco Petrarca: studio antropologico, Padova 1874).
Il cranio di Petrarca come immortalato dal disegnatore dell’équipe di Giovanni Canestrini, alla riapertura della tomba nel 1873 (da Le ossa di Francesco Petrarca: studio antropologico, Padova 1874).

Questa volta nemmeno vent’anni di pace trascorsero per le ossa di Petrarca: la terza apertura ottocentesca della monumento funebre avvenne il 6 dicembre 1873, a ridosso del quinto centenario dalla morte del poeta. A dirigere le operazioni fu incaricato un noto scienziato, il docente di anatomia comparata e fisiologia generale all’Università di Padova prof. Giovanni Canestrini (1835-1900). È grazie a lui che sappiamo tutto di quella nuova apertura, dato che l’anno seguente pubblicò un resoconto dettagliato del lavoro nel libro Le ossa di Francesco Petrarca: studio antropologico.

Quel giorno il Canestrini portò con sé ad Arquà vari tecnici: un disegnatore, un modellatore e un fotografo. Voleva approcciarsi con metodologia da antropologo allo studio dello scheletro e dichiarò: «Era mio progetto prendere sul cranio tutte quelle misure che oggi l’antropologia considera come interessanti, illustrare il cranio con figure fotografiche e con disegni, e farne eseguire il modello in gesso». I suoi piani furono però scombinati da quanto accadde:

«Quel cranio, che all’aprirsi della tomba io vidi integro, dopo pochi minuti era ridotto in una moltitudine di frammenti maggiori e minori che offrivano ben poca messe all’esame antropologico. In tali condizioni fui costretto ad abbandonare l’idea di far eseguire la fotografia ed il modello in gesso del cranio, e mi limitai a prendere su di esso quelle misure che si potevano».

Insomma: penetrando nella tomba, l’aria aveva fatto sì che il cranio di Petrarca si riducesse a pezzi, ma poiché il Canestrini riporta ben 55 misure antropometriche del cranio e riuscì anche a far eseguire bei disegni anatomici utili per descriverne i caratteri, com’è possibile eseguire tutte queste azioni su un cranio ridotto in «pochi minuti in una moltitudine di frammenti»? Quando invece tali operazioni implicano un cranio agevolmente maneggiabile per un certo tempo? Forse che tali frammenti furono in certo modo assemblati e “attaccati” (e con quale materiale)? Ciò premesso, sembra anche strano che il Canestrini affermi di non aver potuto trarre un calco in gesso del cranio, quando anni dopo un calco con tutte le misure esatte da lui prese è stato invece ritrovato, come presto vedremo.

Mettiamo da parte queste cose e, per ora, accontentiamoci di comunicare che, in base alle misure antropometriche, quello di Petrarca fu classificato come “cranio etrusco”. Almeno un dato di rilievo l’abbiamo: Petrarca proveniva da antico pollone etrusco. Lasciamo agli esperti di filologia italiana capire se il dato possa aver esercitato riflessi di qualche tipo sullo stile del poeta.

Ma la cosa assai rilevante è che fu possibile elencare le ossa mancanti dello scheletro: due vertebre dorsali, il coccige, una costola, l’omero destro, l’ulna destra, 68 ossa piccole di mani e piedi. A parte le ossa lunghe del braccio destro, sottratte dal Martinelli nel 1630, gli ossicini che il clan del frate si divise quel giorno sembravano una trentina al massimo: ma adesso, nel 1873, le ossa piccole mancanti erano 68. A quale causa si deve la differenza? Mistero.

Anche adesso la tomba fu richiusa, e le ossa residue rientrarono in quiescenza, ma essendo ossa – come ormai ben sappiamo – tribolate, la loro pace non fu ancora definitiva. La quiete durò settant’anni circa.

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Arrivò infatti il Novecento, e con esso le distruzioni e le violenze che ne hanno caratterizzato il decorso. E se l’arca se la cavò durante il primo conflitto mondiale, non così nel secondo: per la presenza di un oggettivo rischio di bombardamento o di furto, nel 1943 l’arca fu aperta e le ossa furono trasferite nei sotterranei del Palazzo Ducale di Venezia, ben nascoste sotto pesanti lastre di marmo. Al termine della guerra furono riportate ad Arquà e ricollocate nel sarcofago.

Ritratto frenologico di Petrarca secondo le misure antropometriche del cranio tratte nel 1873 da Canestrini (da Le ossa di Francesco Petrarca: studio antropologico, Padova 1874).
Ritratto frenologico di Petrarca secondo le misure antropometriche del cranio tratte nel 1873 da Canestrini (da Le ossa di Francesco Petrarca: studio antropologico, Padova 1874).

L’efferato Novecento passò, ma alle porte – con l’arrivo del nuovo secolo – c’era il settimo centenario della nascita di Petrarca, che cadeva nel 2004, e allora cosa di meglio che riaprire l’arca e compiere finalmente sulle spoglie del poeta uno studio scientifico a regola d’arte, con tutte le tecniche che il nuovo millennio mette a disposizione? L’evento prese forma il 18 novembre 2003, quando una gru sollevò il pesante coperchio della tomba di pietra rosacea. L’obiettivo dell’équipe di studiosi dell’ateneo di Padova – presieduta dal celebre anatomo-patologo Vito Terribile Wiel Marin – era di ricostruire il viso del poeta mediante i moderni programmi computeristici e dargli un ritratto definitivo in tempo per il luglio dell’anno seguente, quando appunto sarebbe caduto il centenario.

Ma ecco l’imponderabile: all’apertura del sarcofago il cranio parve subito sospetto; nella tomba c’erano solo grossi frammenti di cranio che, una volta riavvicinati, fecero emergere dubbi. Le analisi ossee condotte da un laboratorio negli Stati Uniti con il metodo del radiocarbonio confermarono che i pezzi erano databili a poco prima del 1400, e qui tutto torna. Ma furono i frammenti del teschio a riservare una sorpresa clamorosa, anche impietosa: il loro dna era femminile, e non basta: il test del radiocarbonio dimostrò che il reperto risaliva a un’epoca databile tra 1100 e 1200. L’analisi svelala dunque un fatto gravissimo: il cranio all’interno del sarcofago non apparteneva a Petrarca. Allora di chi era? Com’era finito nel sarcofago? E dov’è il cranio autentico del poeta?

Gli scienziati – è noto – non si perdono d’animo, e se anche il centenario non aveva potuto produrre il viso del poeta, la cosa fu resa possibile anni dopo, quando il Museo di Antropologia dell’Università di Padova ha realizzato nel 2015 una copia del cranio in resina epossidica e l’ha consegnata ufficialmente alla Commissione Petrarca. Si trattava della copia di una copia, a partire da un calco dimenticato nei sotterranei dell’ateneo che negli inventari universitari di inizio Novecento è indicato come “cranio di Petrarca” e le cui misure antropometriche corrispondono pari pari a quelle calcolate da Canestrini.

Il viso di Petrarca ricostruito con tecniche analogiche, come è apparso nella mostra Facce: i molti volti della storia umana (Padova, 2015).
Il viso di Petrarca ricostruito con tecniche analogiche, come è apparso nella mostra Facce: i molti volti della storia umana (Padova, 2015).

Questo calco in gesso ritrovato in cantina contraddice quanto da lui dichiarato circa l’impossibilità di trarre un calco: forse che invece lo fece davvero, si tenne il teschio e nel sarcofago ne mise uno a caso per celare la malefatta? La serie di interrogativi solleva grandi sospetti sull’operato di Canestrini, oltretutto gravato dalla corbelleria di sostituire il cranio originale con un pezzo femminile. Il fatto che la sostituzione avvenne con un cranio peraltro antico, inserisce un elemento ulteriore di dolosità: fu cercato apposta per sembrare vecchio, da parte di uno scienziato che, nel 1873, non poteva prevedere sarebbe giunto il metodo d’indagine del dna: dolo imperdonabile…

Resta che il calco epossidico ha reso finalmente possibile la ricostruzione del volto di Petrarca, in tempo per finire nella mostra padovana del 2015 Facce: i molti volti della storia umana. Là abbiamo potuto conoscere quel volto, così come, quando andremo a visitare il sarcofago di Arquà, saremo molto attenti a cercare all’angolo meridionale la tarsia di pietra attraverso cui cominciarono tutti i guai occorsi alle ossa di Petrarca. Consapevoli che là dentro mancano parti dello scheletro, e non delle meno rilevanti.

 

Nota bibliografica

Per l’analisi dei fatti e del processo del 1630 soccorre Andrea Moschetti, La violazione della tomba di Francesco Petrarca nel 1630, «Atti e memorie della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti in Padova», vol. 15, disp. 3, Padova, G.B. Randi, 1899, pp. 231-247.

Molto minuzioso l’articolo di Claudio Povolo, Un eroe locale. L’effrazione della tomba di Francesco Petrarca (1630), «Studi Petrarcheschi», XXVII, 2014, pp. 288-318.

Fondamentali per ripercorrere i fatti occorsi lungo l’Ottocento al sarcofago di Petrarca sono Carlo Leoni, La vita di Petrarca. Memorie (con l’appendice di Antonio Meneghelli Pochi cenni intorno alla ristaurazione della tomba del Petrarca), Padova, Tipografia Crescini, 1843 e Giovanni Canestrini, Le ossa di Francesco Petrarca: studio antropologico, Padova, Pietro Prosperini, 1874.

L'autore

Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo (1954) è saggista, traduttore e bibliofilo. Ha fondato l’opificio di plaquette d’autore Babbomorto Editore. Il suo ultimo saggio è Formíggini: un editore piccino picciò (Stampa Alternativa 2018). Sua ultima traduzione: Maurice Sachs, Una valigia di carne (Via del Vento 2020). Ha curato da ultimo Nella repubblica del libro di Francesco Lumachi (Pendragon 2019) e il Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani di Formíggini (Elliot 2020).