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“Tu parlavi una lingua meravigliosa” al Castello di Santa Severa

Affacciati sul mare, aggirarsi tra gli stupendi basamenti etruschi e i torrioni rinascimentali del Castello di Santa Severa ascoltando versi di Pasolini interpretati da Modugno o di Fortini interpretati da Jannacci è un’esperienza fuori dal comune, onirica quasi. Già questo di per sé varrebbe fino al 13 Settembre il prezzo del biglietto, ma a impreziosirla ulteriormente c’è il fatto centrale che Tu parlavi una lingua meravigliosa. Quando la canzonetta divenne poesia, curata da Giuseppe Garrera e Igor Patruno, è con buona probabilità la prima mostra dedicata a un fenomeno significativo e ancora piuttosto inesplorato in modo organico (almeno in ambito scientifico) nella cultura italiana recente: la scrittura di testi per musica da parte di alcuni tra i nostri più grandi autori del secondo Novecento nostrano, tra i quali Italo Calvino, Alberto Moravia, i già citati Pier Paolo Pasolini e Franco Fortini, Ennio Flaiano e numerosi altri.

Debbo dichiararlo subito, sono certamente un poco di parte sull’argomento poiché consiste nel progetto di Dottorato che da circa tre anni conduco tra l’Università di Roma Tre e la University of Cambridge dal titolo Scrittori parolieri: i testi per musica dei letterati italiani (1956-1976), ma a maggior ragione in virtù di questo è un piacere poter garantire che questo presso Santa Severa è senza dubbio il primo tentativo volto a illustrare a un pubblico più vasto – non solo composto da specialisti o addetti ai lavori – come il dibattito sul rinnovamento della forma-canzone approntato dall’intellighenzia culturale italiana dagli anni Cinquanta in avanti sia stato decisivo sotto numerosi aspetti, su tutti la nascita del cantautorato e il recupero della tradizione dei canti popolari e del folklore, in strettissima cooperazione con i pionieristici studi antropologici ed etnomusicologici di Ernesto De Martino, Diego Carpitella, Gianni Bosio e Roberto Leydi.

“I nostri scrittori avevano compreso che la canzonetta televisiva e di stampo sanremese”, spiega il curatore Giuseppe Garrera, “sanciva il consolidamento di un’ideologia piccoloborghese che celebrava esclusivamente la famiglia, la patria, il sentimentalismo e l’evasione: bisognava rifondarla su presupposti completamente diversi, farla tornare a parlare col popolo”. È così che seguendo il fortunato precetto di “evadere dall’evasione” a Torino si compone il collettivo Cantacronache promosso da Sergio Liberovici, Michele Straniero e Emilio Jona, Fausto Amodei, per il quale scrissero brani Calvino, Fortini, Eco, Rodari, Buttitta, Antonicelli e Arpino, tra gli altri: alla produzione del gruppo piemontese è dedicata la prima sezione dell’esposizione discografica, mentre dalle casse scorre la splendida Canzone triste di Calvino e Liberovici, interpretata splendidamente da Margot Galante Garrone.

La mostra procede esplorando la poliedrica figura di Laura Betti, definita da Tullio Kezich la “cantante della dolce vita”, e l’incredibile ensemble artistico ad essa legato per la realizzazione dello spettacolo Giro a vuoto (1960), pièce di teatro, musica e cabaret elogiata addirittura da André Breton per il quale l’attrice e cantante bolognese si avvalse della collaborazione di Pasolini – la più sostanziale di tutte, è bene puntualizzarlo subito –, Moravia, Flaiano, Arbasino, Parise e Bassani. Tra 33 e 45 giri rarissimi, libretti di sala, testi e foto d’epoca è così possibile ricostruire un episodio ingiustamente ridimensionato da tanta critica e che invece ebbe il merito di coinvolgere, come ricordato anche nella recente intervista a Giovanna Marini che potete leggere qui, alcune delle più grandi menti del tempo nel dialogo sperimentale tra le arti. In sottofondo, nella versione resa celebre da Gabriella Ferri, l’ironico e bellissimo Valzer della toppa pasoliniano scritto per lo spettacolo di Betti.

Proprio al profondissimo rapporto tra Pasolini e la musica è riservato uno dei nuclei più densi dell’esposizione, toccando le corde di Poesia in forma di rosa, le redazioni di Guinea, le note incisioni di Sergio Endrigo, una rara interpretazione di una silloge dell’autore da parte di Enrico Maria Salerno nel 1962, l’incisione psichedelica Danze della sera di Chetro e Co. e soprattutto il celebre, struggente, straordinario brano Che cosa sono le nuvole? – quasi un avanguardistico cut-up, si potrebbe dire, a partire dall’Otello di William Shakespeare – cantato da Domenico Modugno nel quarto omonimo episodio del film Capriccio all’italiana (1968, https://www.youtube.com/watch?v=m_Ff8N2pZ8k&t=72s).

Altro sentiero di lettura e ascolto proposto nella mostra è quello legato ai “poeti letti da poeti”, una pratica ampiamente diffusa all’epoca e poco nota oggi, che aveva l’ambizione e l’obiettivo di diffondere presso il grande pubblico il “suono” della poesia interpretata dagli stessi autori o da alcuni dei migliori attori in circolazione (basti ricordare Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi o Paolo Poli): è in queste sezioni che compaiono edizioni di pregio e spessore legate nientemeno che a Montale, Ungaretti e un lussuoso cofanetto edito da Cetra/ERI contenente l’Orlando furioso ariostesco curato da Italo Calvino con le voci di Albertazzi, Foa, Lupo e Sbragia. “Il rapporto con i manufatti esposti è stato davvero di natura archeologica, frutto della ricerca di anni”, aggiunge Garrera, che oltre ad essere curatore assieme a Patruno è anche il proprietario della ricca collezione presentata, risorsa senza dubbio preziosa per chiunque si interessi della relazione tra letteratura e musica nel Novecento italiano.

A chiudere cronologicamente il cerchio la collaborazione tra Lucio Dalla e il poeta bolognese Roberto Roversi, che diede vita a tre seminali album tra il 1973 e il 1976, Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa (dove è contenuta la traccia che dà il titolo alla mostra) e Automobili, canto del cigno senza lieto fine – saranno infatti le censure di RAI ed RCA a mettere fine al sodalizio – ma pregno di contenuto, lirismo ed engagement a testimonianza di una stagione creativa forse irripetibile, capace in qualche modo di restaurare l’ancestrale e nobilissima alleanza tra la musica e la parola poetica che dalla tragedia classica all’opera lirica, dalla poesia provenzale ai madrigali rinascimentali, dallo Stilnovo alle Avanguardie del XX Secolo ha continuato a parlare una lingua meravigliosa. Parafrasando Battiato, “sommersi da immondizie musicali” come forse siamo oggi più che mai, è fondamentale ricordare chi è riuscito a trasformare la “canzonetta” disimpegnata in uno straordinario catalizzatore poetico-sonoro delle grandi battaglie sociali e culturali del nostro tempo.

giuliocarlo.pantalei@uniroma3.it

L'autore

Giulio Pantalei
Giulio Pantalei
Scrittore e musicista, ha conseguito il PhD in Lettere tra l’Università di Roma Tre e la University of Cambridge in UK; tra numerose attività, è oggi autore ed editor per la casa editrice Electa, con la quale ha pubblicato il volume Vincenzo Cerami. Scrittore plurale (2024). Il suo primo libro Poesia in forma di Rock. Letteratura italiana e musica angloamericana (2016), con la prefazione di Carlo e Paolo Verdone, ha ricevuto riconoscimenti e ristampe, seguito da Calvino archeologo (2023). Per Electa ha lavorato ai progetti Virginia Woolf & Bloomsbury, alla Festa della Resistenza, all'esposizione Penelope al Parco del Colosseo e soprattutto ha curato la mostra Sfida al labirinto su Italo Calvino alle Terme di Caracalla. Come cantautore, con la sua band Panta si è esibito in tutta Italia entrando in contatto, tra collaborazioni e aperture, con artisti nazionali e internazionali (da Manuel Agnelli ai Marlene Kuntz, da Nicola Piovani alla David Lynch Foundation), arrivando a registrare nei leggendari studi di Abbey Road a Londra, che hanno prodotto l'ultimo album Poeti, Vampiri & Veneri Punk (2024). Il suo prossimo libro, Una lingua per cantare. Gli scrittori italiani e la musica leggera è in uscita per Einaudi.

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