“Viviamo in questo buco d’inferno e pensiamo che le cose debbano andare così. E se invece ci sbagliassimo? Sappiamo che quando un essere umano eleva la coscienza – la luce dell’unità – a livello esponenziale, le cose negative iniziano a ritirarsi. In questo individuo l’intelligenza, la creatività, la beatitudine aumentano sempre di più, e un’influenza positiva si riversa nel mondo”. In termini artistici, culturali e umani, David Lynch, l’autore di queste parole, è stato capace di riversare un’influenza positiva pressoché sconfinata nel mondo, ispirando decennio dopo decennio milioni di persone in qualsiasi parte del globo. Come me, che ho avuto il piacere e il privilegio di conoscerlo dal vivo in più occasioni, trasformando grazie a lui le “metafore ossessive” in “mito personale”, citando un libro che sono piuttosto sicuro avesse letto, da “Maestro visionario dell’inconscio” qual era (la definizione è del Washington Post di qualche giorno fa).
Per intenderci ancora meglio, si parla di un artista al quale l’Oxford Dictionary ha dedicato in vita una voce del vocabolario, l’aggettivo Lynchian, a denotare “l’accostamento di elementi surreali o sinistri ad ambienti quotidiani, ordinari, e l’uso di immagini conturbanti che enfatizzano una qualità onirica di mistero o minaccia”. In questo senso, decisiva appare la frase che l’Agente Speciale Gordon Cole, interpretato da Lynch in persona, si fa rivelare da Monica Bellucci nella tanto inquietante quanto grandiosa opera-testamento che ha lasciato, la terza stagione della serie che più l’ha reso noto presso il grande pubblico, Twin Peaks: “Noi siamo come il sognatore che sogna e dopo vive dentro al sogno. Ma chi è il sognatore?”.
Lui lo era di sicuro ed è entrato in maniera irripetibile nei nostri, sfidando sovente i nostri incubi reconditi. La sua peculiare forma di Gesamtkunstwerk – composta di cinema, scrittura, pittura, musica, fotografia, design e arredamento, sperimentazioni multimediali, eccentriche previsioni del tempo – detiene un valore assoluto, poiché è ancora squisitamente erede delle avanguardie storiche e al contempo proiezione iperbolica verso il millennio nuovo.

Tutto si teneva, infatti, nell’opera mondo che andava costruendo, e ciò recava con sé una tradizione secolare; il legante per far sì che il centro tenesse e per evitare che le cose crollassero, parafrasando Yeats, l’aveva cercato e trovato (se ne dirà tra poco) nonostante avesse la progressiva impressione, lo sostiene nel bel libro di interviste Io vedo me stesso (il Saggiatore 2016), che “oggi siamo passati da ‘selvaggi’ a ‘insani. Il mondo si sta scollando”.
Jameson, in Postmodernism, or, the Cultural Logic of Late Capitalism, aveva anzitempo parlato per i suoi film dell’“orizzonte più fantascientifico della violenza darwiniana di tutta la natura”; Zižek in tempi più recenti ha provato a riassumerli nella formula del “ridicolo sublime”, concentrandosi sull’unità disintegrata dell’individuo nel Reale osceno in cui viviamo. Ma c’è qualcosa in più, qualcosa che onestamente è stato sempre piuttosto messo da parte dalla gran parte dei suoi esegeti.
Si tratta del substratum imprescindibile, consustanziale alla natura del suo linguaggio, la matrice dietro ogni sua opera: la meditazione trascendentale, che praticava regolarmente dal 1973 e che è stata la chiave di volta della sua vita e della sua arte. Eccolo, il legante. La medesima tecnica che i suoi amati Beatles avevano appreso grazie all’insegnamento di Maharishi Mahesh Yogi, colui che, tra gli inquantificabili meriti, ha avuto anche quello di portarli nel 1968 a Rishikesh, in India, dove hanno preso vita i brani del radioso White Album.
Lynch lo ha rivelato e illustrato per la prima volta con una trattazione più estesa nello splendido libriccino Catching the Big Fish, tradotto in italiano col titolo In acque profonde (Mondadori 2008), nel quale ha raccontato anche la prima rivoluzionaria immersione nel campo unificato in cui quotidianamente nuotava per pescare le sue idee: “Ti accompagna in un oceano di coscienza pura, di ricettività pura. È familiare, però: quest’oceano sei tu. Immediatamente affiora una sensazione di felicità: un capolavoro, un’intensa felicità, non una felicità illusoria, da psicofarmaci o droghe”.
Impossibile ricostruire la geografia inesauribile dei suoi lavori e delle sue collaborazioni, di tutti gli spunti che ha disseminato e che creeranno altri frutti in ogni ambito dello scibile; la sua legacy, per usare un termine anglofono, è incommensurabile. Basterebbe solo il primo e agognato lungometraggio, l’allucinata quanto mistica visione di Eraserhead (1977), uscito dopo cinque anni di riprese per mancanza di fondi (Lynch racconta di aver iniziato a consegnare a domicilio i giornali per finanziare le riprese delle singole scene), che diventa subito uno dei massimi cult-movies della storia del cinema con l’intercessione di due personalità a loro modo decisive per la settima arte: Stanley Kubrick e Mel Brooks, che lo scoprono tra i “film della mezzanotte” (i Midnight movies americani) e ne rimangono folgorati. Brooks lo vuole subito per il film che sta producendo, The Elephant Man (1980), con Anthony Hopkins e John Hurt; è la sua grande occasione, la pellicola è magnifica e riceve otto candidature agli Oscar. Il resto è Storia.
In realtà il resto non è solo Storia, è vero e proprio inconscio collettivo, soprattutto grazie alla serie Twin Peaks (1990), che sussume il lato oscuro degli apparentemente radiosi anni Ottanta americani e che Rolling Stone tuttora definisce “la più grande rivoluzione mai vista in tv”; così come Mulholland Drive (2001), che inaugura il nuovo millennio col Premio per la miglior regia al Festival di Cannes (già vinta nel 1990 per il miglior film con Wild at Heart) e che nel 2016 la BBC Culture ha eletto “il più grande film del XXI secolo” dopo aver intervistato i duecento critici cinematografici più influenti al mondo.
Poi la musica: svariati dischi solisti, collaborazioni e affinità elettive con artisti seminali, a cominciare dal genio di Angelo Badalamenti, compositore di tutte le sue colonne sonore, e dall’altro grande David, il suo caro amico Bowie che interpretò anche un ruolo in Fire Walk with Me (1992) e ideò con lui e Badalamenti la colonna sonora di un altro dei suoi cult, Lost Highway (1997). E ancora Lou Reed, Nine Inch Nails, Smashing Pumpkins, Roy Orbison, Sparklehorse, Moby, Interpol, le voci straordinarie di Julee Cruise e Chrysta Bell, con la quale a quattro mani aveva pubblicato l’album Cellophane Memories l’agosto scorso.
Inoltre, esperienza decisiva, la creazione della David Lynch Foundation agli inizi del Duemila per offrire l’insegnamento della meditazione trascendentale – i cui benefici sono ormai attestati da centinaia di studi scientifici nei massimi istituti neurologici e psicologici mondiali – alle fasce di popolazione americana più esposte allo stress traumatico: tra gli altri, medici e infermieri, reduci e rifugiati di guerra, persone in stato di indigenza, docenti e studenti (soprattutto nelle periferie), carcerati.
I risultati sono stati incredibili, è sufficiente dare un’occhiata alla rassegna stampa presente in rete sul sito della DLF. Addirittura i suoi eventi di fundraising, che hanno visto coinvolte alcune delle più note e acclamate personalità al mondo, sono entrate negli annali: in particolare il concerto “Change Begins Within” del 2009, nel quale, accanto ad artisti del calibro di Donovan, Moby, Eddie Vedder e Ben Harper, Lynch è stato in grado di riportare insieme sul palco insieme Paul McCartney e Ringo Starr. Due che hanno confessato di dovere alla meditazione gran parte della propria stessa sopravvivenza, poiché la pratica gli ha consentito di uscire dalla dipendenza da droghe e alcool.
Avendo avuto come accennavo in apertura il dono di conoscerlo, vorrei infine scrivere alcune righe per ringraziare, oltre l’artista, anche l’essere umano straordinario che era. Senza David Lynch infatti, che è stato il mio più grande maestro e dal quale ho appreso la tecnica della meditazione che mi ha cambiato la vita, non sarei chi sono oggi. Letteralmente.
Quando ho avuto l’opportunità di conoscerlo, dieci anni fa, in una surreale immensa giornata insieme a un’amica a Parigi che se qualcuno fosse interessato ho raccontato dettagliatamente nel bel libro Twinology (2019) di Marco Zoppas, David Lynch ha dedicato tempo e ascolto vero a un ragazzo sconosciuto, fragile e confuso, ritrovatosi per una serie di romanzesche coincidenze (che in realtà non esistono) nel suo laboratorio creativo. Non sapevo cosa avrei trovato ma sapevo cosa cercavo: lui, la sua arte, l’accesso a uno strato più profondo di realtà al quale da allora ogni giorno arrivo attraverso la meditazione trascendentale.

Quando qualche anno dopo, nel 2017, fui invitato dalla David Lynch Foundation a Lucca per quello che avevo iniziato a fare con la scrittura e la musica, poterlo rivedere e potergli raccontare ciò che era accaduto da quel giorno nella mia vita è stata pura gioia. Gli mostrai la foto parigina per ricordargli meglio chi fossi. Mi abbracciò, fece un cenno alla mia insegnante – cui sono e sarò per sempre grato – e con un piccolo gruppo meditammo insieme. Io ero accanto a lui. Dante dice: “Trasumanar significar per verba / non si poria”. Ecco, trasumanare non si può spiegare, ma è stato il viaggio più incredibile nel “mare verticale”, per citare un altro grande andato via troppo presto in questi giorni.
Se ho realizzato i miei sogni e ne ho compiuti alcuni che onestamente non avrei potuto sognare neanche nelle fantasie più audaci, come fare un dottorato a Cambridge, vedere un mio disco – Poeti, Vampiri & Veneri Punk, che reca diversi omaggi lynchani all’interno – prodotto dagli studi di Abbey Road a Londra, suonare allo Stadio Olimpico davanti a sessantamila persone o pubblicare un libro con la casa editrice che più amo, è grazie a questa storia. Soprattutto, se riesco oggi a vivere della mia Art Life (lui la chiamava così e così si intitola il documentario ufficiale sulla sua vita uscito nel 2016), lo devo e lo dovrò sempre ab ovo a lui.
So che lo ritroverò lì ogni volta, in acque profonde. Con un senso eterno di gratitudine e ispirazione sconfinata. Jai Guru Dev.
L'autore

- Scrittore e musicista, ha conseguito il PhD in Lettere tra l’Università di Roma Tre e la University of Cambridge in UK; tra numerose attività, è oggi autore ed editor per la casa editrice Electa, con la quale ha pubblicato il volume Vincenzo Cerami. Scrittore plurale (2024). Il suo primo libro Poesia in forma di Rock. Letteratura italiana e musica angloamericana (2016), con la prefazione di Carlo e Paolo Verdone, ha ricevuto riconoscimenti e ristampe, seguito da Calvino archeologo (2023). Per Electa ha lavorato ai progetti Virginia Woolf & Bloomsbury, alla Festa della Resistenza, all'esposizione Penelope al Parco del Colosseo e soprattutto ha curato la mostra Sfida al labirinto su Italo Calvino alle Terme di Caracalla. Come cantautore, con la sua band Panta si è esibito in tutta Italia entrando in contatto, tra collaborazioni e aperture, con artisti nazionali e internazionali (da Manuel Agnelli ai Marlene Kuntz, da Nicola Piovani alla David Lynch Foundation), arrivando a registrare nei leggendari studi di Abbey Road a Londra, che hanno prodotto l'ultimo album Poeti, Vampiri & Veneri Punk (2024). Il suo prossimo libro, Una lingua per cantare. Gli scrittori italiani e la musica leggera è in uscita per Einaudi.
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