Apparentemente vista dall’esterno la vita di Stendhal non ha i tratti eroici o romanticamente nevrotici di altri grandi scrittori del 1800. Robusto, non bello, Henri Beyle (il suo vero nome) non era certo un eroe romantico ma un funzionario francese che visse prevalentemente in Italia, un ussaro bonapartista che non aveva combattuto ma che aveva lavorato per Napoleone e poi un annoiato console di Francia a Civitavecchia, una cittadina portuale vicino Roma, famosa per il suo penitenziario, in cui non sbarcavano quasi mai francesi. Ma in realtà sotto questo anonimo funzionario si celava un geniale scrittore, un raffinatissimo psicologo, un instancabile amante dell’arte e della musica. Il suo gusto per il mascheramento lo portò ad usare vari nomi d’arte di cui Stendhal fu il definitivo e il più bello e sulla sua lapide nel cimitero di Montmartre a Parigi si legge: “Enrico Beyle, milanese, scrisse, amò, visse”. In realtà Stendhal era nato in Francia ma aveva vissuto parecchio a Milano e l’epitaffio che aveva dettato era “visse, scrisse, amò”, molto più musicale e… bisogna dirlo, quale miglior progetto di vita?
Stendhal era nato nel 1783 a Grenoble, città che non amava da una famiglia singolare. Suo padre Chèrubin Beyle era un tirannico procuratore che poi divenne avvocato, reazionario, freddo emotivamente, avido di denaro. Sua madre, Henriette Gagnon, era l’opposto, una donna piacevole, amante della musica e della letteratura, sapeva l’italiano ma purtroppo morì di parto nel 1790 quando il piccolo Henri aveva solo sette anni lasciando lui e le sue due sorelline orfane. Questa tragedia avrebbe chiaramente influito su tutta la vita dello scrittore e probabilmente nel suo problematico rapporto con le donne. In più egli aveva una detestabile zia, bigotta e prepotente, e fu affidato dal padre ad un precettore, un subdolo abate, il quale probabilmente fu all’origine della sua avversione per la religione quando è collegata al potere politico. Stendhal non si dichiarò ateo, come spesso si crede erroneamente, ma come disse al poeta Lamartine, agnostico: “Io non dico che Dio esista, io non dico che non esista, dico solamente che non lo so”.
Oltre a quei parenti Stendhal aveva una amabile zia e un simpatico nonno che facevano da controcanto al padre ed alla detestata zia. Egli visse l’infanzia negli anni della rivoluzione (1789 – 1799) in provincia ed appena diciottenne, timido e goffo, riuscì grazie ad un influente parente ad unirsi all’armata napoleonica in Italia. Per comprendere l’immensa fortuna del giovane Napoleone su quella generazione bisogna sapere che la sua rapida ascesa da povero e sconosciuto militare corso di idee giacobine a imperatore rappresentò una nuova concezione del mondo per cui, in teoria, chiunque nel suo ambito poteva emergere. Stendhal partecipò all’entrata a Milano dei francesi, liberata dagli austriaci, che poi avrebbe splendidamente descritto nel suo secondo capolavoro dopo “Il rosso e il nero”, “La certosa di Parma” (La Chartreuse de Parme” del 1839).
I biografi hanno vivisezionato la vita sentimentale di Stendhal dal suo amore non espresso per Angela Pietragrua, figlia di un ricco commerciante milanese, a cui lo scrittore non ebbe il coraggio o non poté dichiarare il suo sentimento e che, quando glielo rivelò dieci anni dopo, quando era ormai finito, ella rispose sorprendentemente: “Perché non me lo avete detto prima?” o a quello altrettanto grande e non ricambiato per Métilde Viscontini Dembowski, anche lei milanese e di idee progressiste, per la quale Stendhal aveva avuto un coup de foudre.
Stendhal ebbe fugaci relazioni sentimentali, non si sposò mai, non ebbe figli ma fu un sagace psicologo quando compose il saggio “Dell’Amore” (De L’Amour) in cui inventò la teoria della “cristallizzazione”, che vuol dire, in sintesi, che l’immagine della persona di cui ci innamoriamo resta la stessa nel tempo di quella che ci era apparsa nel momento in cui ci siamo innamorati – il che è possibile.
L’Italia rappresentò per il giovane Stendhal non solo la scoperta dell’amore ma anche della grande bellezza e la raffinatezza delle antiche strade assolate o nebbiose, le slanciate arcate, i portici, le grandi piazze, la sontuosità solenne delle antiche chiese cosparse di incensi, i colori pastello degli edifici, la grazia delle fontane. Egli pubblicò pregevoli opere di viaggio, descrizioni di Roma, Firenze e Napoli, opere sulle vita di Napoleone, di Mozart, di Haydn, Rossini, suoi compositori prediletti, e sul filosofo e librettista d’opera Metastasio, nonché articoli e, detto per inciso, proprio a Firenze, uscendo dalla Basilica di Santa Croce, ebbe un giorno un violento malessere che, negli anni ’80 del Novecento, una psichiatra, studiando un numero non esiguo di viaggiatori vittime proprio a Firenze dello stesso malore, avrebbe chiamato “Sindrome di Stendhal” e la cui origine è tuttora ignota.
Fino ai quarant’anni Stendhal sembrò solamente uno studioso arguto e piacevole, misconosciuto al grande pubblico ma apprezzato dalle persone più colte (il poeta inglese Lord Byron, la scrittrice francese George Sand e il poeta Giacomo Leopardi). Nel 1827 a 44 anni Stendhal debuttò con un romanzo, Armance, che venne pubblicato anonimo: l’amore impossibile del giovane Oliver per la bella Armance che lo porta al suicidio. Il romanzo, per quanto gradevole, contiene persino un piccolo errore nella trama che non viene generalmente notato ma andrebbe rivalutato. Ebbe solo una recensione e fu un insuccesso. Nulla avrebbe lasciato presagire che solo tre anni dopo, nel 1830, lo stesso scrittore avrebbe pubblicato un capolavoro come Il rosso e il nero. Cronaca del 1830.
Julien Sorel, probabilmente l’eroe romanzesco più amato dagli appassionati “stendhaliani”, è un giovane povero, di ideali bonapartisti nella Francia della Restaurazione. In un film degli anni ’50 del Novecento aveva i bei tratti di Gérard Philipe. Suo padre è un violento, scaltro e avido contadino che ha una fabbrica di legname (forse una reminiscenza del padre di Stendhal) e grazie alle ambizioni borghesi dell’antipatico e reazionario sindaco della bella cittadina di Verrières e alla sua conoscenza del latino viene chiamato a fare da precettore ai figli del sindaco e della moglie di lui, madame de Rênal (avere un precettore per i figli era un segno di distinzione sociale e di ricchezza). Il loro primo incontro è magistrale: inizialmente madame de Rênal scambia Julien per una ragazza abbigliata da ragazzo che sia andata a chiedere qualche favore segreto al sindaco perché Julien è bello, pallido, snello, delicato e Julien resta sbalordito che quella signora borghese, ricca, bella, amabile, innocente gli rivolga così gentilmente la parola.
Il rosso e il nero non è solo un romanzo geniale, perfettamente costruito sugli amori di un giovane opportunista e contraddittorio con due donne completamente diverse, la dolce Madame de Rênal (uno dei personaggi femminili più belli mai creati) e l’esaltata, affascinante aristocratica Matilde de la Mole, con uno stupefacente colpo di scena al finale ma è anche un’analisi sociale di un’epoca, una geometria dei moti del cuore e il miglior esempio della vitalità inarrestabile della giovinezza e forse in ciò risale il suo perpetuo successo. Il titolo rimanda ai due poteri, quello militare e quello clericale: il rosso delle divise militari francesi del tempo e il nero delle tonache dei preti.
La certosa di Parma è il capolavoro italiano che valse a Stendhal l’avversione di Metternich, il cancelliere di ferro dell’impero austriaco, che non lo volle console francese a Trieste per le sue idee progressiste. Anche qui è la storia di un giovane romantico, Fabrice Del Dongo, che ha un padre reazionario (un’altra reminiscenza di suo padre?) ma una straordinaria zia nella Sanseverina e una tenera innamorata, Clélia Conti. Particolarmente interessante è anche il personaggio conte Mosca ispirato proprio a Metternich. Anche La Certosa che, tra parentesi, non esiste a Parma non è solo un romanzo d’amore ma una raffinata analisi politica. Balzac scrisse una recensione molto favorevole sul libro.
L’opera letteraria di Stendhal è composta da ben una ventina di romanzi purtroppo incompiuti, tra i quali Il rosa e il verde, Lucien Leuwen, pubblicato postumo nel 1890 che racconta gli ambienti legittimisti borbonici e il bel romanzo autobiografico Vita di Henry Brular. Le novelle italiane, tra cui quella famosissima ispirata ad un tragico fatto di cronaca nera del 1500 I Cenci, La Badessa di Castro, Vanina Vanini ed altre un po’ cupe, commedie e poemi che pochi conoscono, lettere e diari. Tra i molti saggi su Stendhal uno dei più belli è quello di Leonardo Sciascia intitolato Adorabile Stendhal.
Stendhal morì a causa di un ictus a soli 59 anni appena uscito da un ristorante parigino una fredda sera del marzo del 1842. Egli, che era molto intuitivo, aveva predetto sia la sua morte sia la sua fama postuma.
L'autore
- Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna e di Giuliana Scappino, produttrice cinematografica. Ha pubblicato finora otto libri: "Un navigante senza bussola e senza stelle" (poesie); "Pensieri cristallini" (poesie); "La nostalgia delle 6 del mattino" (poesie); "In questi giorni UFO volano sul New Jersey" (poesie), "Storie fatte di niente", (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo "Il giovane senza nome" e il saggio "Pagine sparse – Studi letterari" e "Poesie 1982 - 2025". Ha scritto 200 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film "La lampada di Wood" che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio "Ciao, Francesca" e alcuni documentari tra Londra e Zurigo. Collabora con le riviste letterarie Insula Europea, Il Randagio e un paio website. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
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