Nonostante fossi tra decine di persone, nel pieno di un’affollata inaugurazione, confesso che davanti alla Pietà di Pontormo alle Scuderie del Quirinale non ho potuto fare a meno di commuovermi. Ho cercato allora di non farmi vedere da mio padre, con cui avevo gioiosamente condiviso l’invito. Perché boys don’t cry, specialmente davanti al papà.
Piangevo pensando non solo allo splendore formale, sostanziale e creaturale che custodisce, ma anche agli occhi di Pasolini rimasti folgorati da quella visione fino al punto di tradurla in uno dei tableaux vivants più memorabili nella storia del cinema del Novecento, in quel piccolo vangelo sottoproletario che è La ricotta, nel tentativo di mescolarne i colori entro un incrocio aureo con la Deposizione di Rosso. Oppure alla penna di Luzi, che in Felicità turbate, proprio per il Carucci composto, aveva scritto: “Presero il volo i suoi colori, in una nuova incandescenza”. O ancora all’imprendibile visionarietà di Arbasino, che ne aveva raccontato così la deflagrazione cromatica: “Quel rosa confetto, quel verde menta glaciale, quegli azzurri da caramella… uno shock visivo che fulmina l’occhio”. Quegli stessi toni che, aveva aggiunto Marco Vallora, “lagrimano glicerosamente e copiosamente”. Lacrimano, appunto. Tutto torna.
Un fenomeno che – lungi dal riguardare soltanto la sopracitata Pala Capponi attorniata dai tondi degli Evangelisti – potrebbe verificarsi di frequente percorrendo le stanze della mostra: ammirando il Cristo crocifisso o il Ritratto di alabardiere, i Diecimila martiri o la maestosa tavola Venere e Cupido dipinta per così dire “a quattro mani” con Michelangelo, passando per le lunette coi ritratti allegorici di Dante e Petrarca (ed un violoncello nelle retrovie a testimoniare come fosse in voga nel Cinquecento il Canzoniere musicato), in effetti una certa stretta al cuore è sempre dietro l’angolo.
Si potrà visitare fino al 7 febbraio 2027 questa prima, imponente mostra monografica dedicata a Pontormo, prodotta dalla casa editrice Electa e promossa da Ales in partnership con le Gallerie degli Uffizi, per la curatela di Cristina Acidini affiancata da studiosi di fama internazionale quali Elena Capretti, Philippe Costamagna, Bruce Edelstein e Carlo Falciani.
Il grande plauso che è doveroso muovere a questa operazione culturale risiede nella ferma volontà di oltrepassare la mitografia vasariana: la mostra riesce a sfatare, infatti, l’immagine vagamente stereotipata di un artista antesignano del “maledettismo”, misantropo e alienato, per restituirci la statura di un professionista lucidissimo, consapevole dei propri mezzi e assai stimato dalle élite del suo tempo. Fondamentale, in tal senso, è pure l’ostensione del Libro mio, il diario autografo redatto dal pittore tra il 1554 e il 1556, che anche il bel catalogo rilegge depurandolo dalle eccessive stratigrafie (talvolta divenute vere e proprie derive) psicoanalitiche accumulatesi nei secoli.
Il percorso espositivo, forte di un allestimento ambizioso e visivamente densissimo, si snoda attraverso dieci sezioni che accolgono oltre centotrenta opere, di cui ben ottantaquattro vergate dalla mano del maestro. L’itinerario procede tra i vertici del manierismo maturo: la Cena in Emmaus, incensata per il suo dirompente naturalismo popolano e per i violenti chiaroscuri che paiono preconizzare il genio di Caravaggio, la penetrante ritrattistica dominata dal celeberrimo e già citato Alabardiere, il felice e quasi “contrappuntistico” accostamento visivo tra le effigi pontormesche, come l’allegorico ritratto di Cosimo il Vecchio, e quelle del Bronzino, si pensi solo alla sfolgorante Dama in rosso. Accanto alla dimensione più squisitamente spettacolare, inoltre, la mostra si rivela anche crogiolo filologico di inedite scoperte scientifiche, basti menzionare gli esiti del restauro della Madonna Corsini. Un intervento rivelatore che, asportando una pesante e antica ridipintura, ha permesso di appurare che la figura infantile posta in basso non è un san Giovannino, bensì un prezioso angioletto.
Quasi a suggello di un crescendo teatrale, l’esperienza visiva si chiude con la maestosa Visitazione giunta da Carmignano, vicino Prato. La mostra si risolve così in un’immagine di straordinaria potenza e bellezza, che non ha smesso nei secoli di interrogare il pubblico e la critica. Quattro donne si incontrano: Maria con Elisabetta insieme davanti ad altre due enigmatiche figure femminili, ciascuna riecheggiante l’età di una delle due cugine. Le figure grandeggiano nel silente scenario cittadino “scorciato in prospettiva vertiginosa, avvolte in panni dai colori visionari e dissonanti”, con le parole dello storico dell’arte Nunzio Giustozzi. Quell’incontro è progressivamente divenuto un’icona svincolata dalla biografia del suo stesso autore per transitare in una dimensione assoluta, fuori dal tempo e dallo spazio. Appartenente a tutti noi contemporanei, così come appartenne a tutti i fedeli del passato, ci parla di accoglienza, di sorellanza, di maternità. Non stupisce che abbia ispirato a uno dei maggiori “poeti” contemporanei dell’immagine in movimento, Bill Viola, il video The Greeting del 1995, suo primo esperimento di dialogo con l’arte antica. Dall’ultima sala della mostra, la Visitazione di Pontormo invita così alla visione di The Greeting dell’artista newyorkese installato in Santa Matia Antiqua, nel cuore del Foro Romano ai piedi del Palatino, una produzione Electa assieme al Parco archeologico del Colosseo visitabile fino al 6 febbraio prossimo.
Un passaggio di testimone che non rappresenta un congedo, ma indica anzi una direzione per superare “su un fulgido arcobaleno”, scrivono i curatori della mostra, “il mezzo millennio tra Pontormo e noi”. Del resto, l’aveva già annotato Giorgio Managanelli, “le figure di Pontormo non hanno peso, sembrano fatte di fumo denso o di una stoffa che non conosce la gravità. Sono creature che non abitano lo spazio…”. E che ci invitano attraverso la luce e il colore in qualche modo a trascenderlo, seguitandone – oltre ogni esercizio di stile o maniera – il costante invito al viaggio.
L'autore

- Scrittore e musicista, ha conseguito il PhD in Lettere tra l’Università di Roma Tre e la University of Cambridge in UK; tra numerose attività, è oggi autore ed editor per la casa editrice Electa, con la quale ha pubblicato il volume Vincenzo Cerami. Scrittore plurale (2024). Il suo primo libro Poesia in forma di Rock. Letteratura italiana e musica angloamericana (2016), con la prefazione di Carlo e Paolo Verdone, ha ricevuto riconoscimenti e ristampe, seguito da Calvino archeologo (2023). Per Electa ha lavorato ai progetti Virginia Woolf & Bloomsbury, alla Festa della Resistenza, all'esposizione Penelope al Parco del Colosseo e soprattutto ha curato la mostra Sfida al labirinto su Italo Calvino alle Terme di Caracalla. Come cantautore, con la sua band Panta si è esibito in tutta Italia entrando in contatto, tra collaborazioni e aperture, con artisti nazionali e internazionali (da Manuel Agnelli ai Marlene Kuntz, da Nicola Piovani alla David Lynch Foundation), arrivando a registrare nei leggendari studi di Abbey Road a Londra, che hanno prodotto l'ultimo album Poeti, Vampiri & Veneri Punk (2024). Il suo prossimo libro, Una lingua per cantare. Gli scrittori italiani e la musica leggera è in uscita per Einaudi.
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