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Maria Gioia Tavoni intervista Vittorio Roda                         

Chi fosse entrato nei primi anni Novanta nel Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna avrebbe trovato un’agguerrita équipe di studiosi, che perpetuava la notorietà dell’istituzione grazie anche a diversi allievi di due grandi italianisti: Raffaele Spongano ed Ezio Raimondi. Fra gli allievi di Spongano vi era anche Vittorio Roda, classe 1941, ordinario dal 1987, il quale rientrò a Bologna, prima sede del suo insegnamento, nel 1993 insieme con Clemente Mazzotta, anch’egli proveniente dall’insegnamento di Spongano. Provenivano entrambi dall’università di Udine, prima sede del rispettivo ordinariato, dove si distinsero ricoprendo importanti cariche direttive. Ad attenderli a Bologna vi erano un ambiente e un collegio di docenti di alta qualità, tra cui spiccava Andrea Battistini, l’allievo di Raimondi. Fin dai tempi in cui era Istituto, e soprattutto dal momento in cui divenne Dipartimento di Italianistica, il corpus non solo docente si è sempre distinto per essere il perno di uno dei maggiori centri di studi letterari non solo in Italia, ma anche in ambito internazionale.

Roda, la cui bibliografia è molto vasta e copre diversi filoni della nostra letteratura, contribuì, insieme alla cerchia dei docenti più stimati, alla fama del Dipartimento bolognese, per la qualità dei suoi scritti e per la voce che correva sulle sue lezioni intense e molto seguite, ricoprendo altresì un’importante carica: dall’aprile del 2000 al settembre del 2007 fu Coordinatore del Dottorato di ricerca in Italianistica. In quanto Coordinatore d’un dottorato umanistico è stato membro del Consiglio scientifico della Scuola Superiore di Studi Umanistici, diretta da Umberto Eco. Negli ultimi anni di attività nelle aule, dal novembre 2008 al novembre 2011, ha ricoperto anche la carica di vice-direttore del Dipartimento di Italianistica. Ha lasciato l’insegnamento il primo novembre 2011, e subito allievi e amici colleghi gli hanno dedicato la meritata Festschrift, con molte penne di valore al suo interno e una ricca messe di preposti alle istituzioni e colleghi di numerose università che hanno aderito all’iniziativa.
Due sono i libri in onore di Raffaele Spongano, il primo uscito nell’occasione della sua giubilazione (1980) e il secondo per il compimento del suo centesimo compleanno (Per i cento anni di un maestro. Scritti in onore di Raffaele Spongano, 2004). In entrambi i volumi, fra i saggi degli allievi spiccano i due cammei di Roda, il primo ancorato alla letteratura e l’altro tessuto con il filo dei ricordi. Nei suoi due scritti, si coglie la profondità di pensiero dell’autore; anche quando Roda esprime grande devozione al maestro con pennellate autobiografiche, la sua scrittura non scade mai nel sentimentalismo.
La Seconda guerra mondiale, anche se vissuta in età infantile, è stata da molti sofferta e c’è chi ancora ne porta le ferite, come Vittorio Roda, che le lascia intravedere soprattutto nell’ultima tranche dei suoi lavori. Alle “guerre”, intese come lacerazioni interiori di poeti e narratori, egli dedica grande attenzione; nell’occuparsi della Prima guerra mondiale Roda s’intrattiene sui temi prescelti in squarci letterari di assoluta novità, si tratti delle trincee, delle case vicine alle zone di guerra, o dei libri letti o scritti dai soldati, compresi ovviamente i diari.

Quando ti è sorta la passione, che dimostri nei tuoi scritti, per gli sudi umanistici e soprattutto per la letteratura fra Otto e Novecento? La coltivavi fin dagli anni liceali?

La mia passione per la letteratura, e in generale per gli studi umanistici, risale a tempi molto antichi. Non fu a partire dal Liceo, ma dalla scuola elementare e media che cominciai ad avvicinarmi a certi autori. Un notevole merito va dato al tipo d’insegnamento che si praticava allora, e ai maestri e professori con cui ebbi a che fare. Basti dire che il mio professore di lettere delle medie era stato allievo di Pascoli, e amico del poeta Dino Campana. Quello di Pascoli, al quale avrei dedicato in séguito una parte cospicua della mia attività di ricerca, è un nome che risuonava spesso sulle sue labbra, con un’ammirazione che non mancava di trasmettersi ai suoi allievi. Ma all’influenza della scuola devo aggiungere quella dell’ambiente familiare. Mia madre era maestra; e mio fratello, parecchio più anziano di me, era una persona di molte letture. C’era, in una camera del nostro appartamento di Porta Zamboni, una libreria, e in questa libreria i miei occhi di bambino scorgevano dei libri che, anche soltanto leggendone sul dorso titoli e autori, mi suggestionavano profondamente. Li possiedo ancora, alcuni di quei libri. Non erano ordinati con molto rigore; i romanzi si alternavano ai saggi, I Miserabili e Guerra e pace a Freud, a Jung, a Erich Fromm. Già, Freud e Jung: se mi è capitato, da adulto, di analizzare certi scrittori anche avvalendomi dello strumentario psicoanalitico, lo devo in parte a quei vecchi volumi, che contribuirono ad avviare il me quattordicenne o quindicenne su sentieri non ancora, a quei tempi, molto frequentati. Quando poi il bambino diventò adolescente, e poté disporre di qualche liretta, un ruolo decisivo ebbero nella scelta della strada che ancor oggi percorro i libri della BUR, della BUR di allora, coi suoi prezzi ridottissimi e le sue mitiche copertine grigie. Non facevo che arricchirne la collezione, risparmiando su tutto, davvero su tutto, a partire dai biglietti del tram. Fu grazie a quei libri che percorsi in lungo e in largo i territori della letteratura occidentale, e che maturai delle passioni ancor oggi attivissime in me. Un nome fra tutti? Cechov. A partire dal quattordici anni lessi tutte le sue novelle; e non posso dimenticare che ne parlai diffusamente nel tema che svolsi all’esame di quinta ginnasio, procurando ai miei esaminatori una sorpresa non piccola. Mentre scrivo queste righe, quei volumetti grigi li ho tutti accanto a me, disposti in lunghe file. Quanti sono? Duecento? Duecentocinquanta? Non lo so. E mi duole ignorare quale sarà, dopo di me, il loro destino.

Come è stato il tuo rapporto con il Maestro? È stato di sudditanza o propositivo? Riesci a riconoscere e isolare la differenza con il tuo magistero, con il rapporto che hai avuto coi tuoi allievi?

Col mio Maestro, Raffaele Spongano, ho avuto un rapporto non semplice. Nessuna situazione di sudditanza; e tuttavia, negli anni in cui fui suo assistente dovetti faticare moltissimo. La ragione è semplice: Spongano, unico titolare della cattedra di Letteratura italiana, non intendeva sdoppiare il suo insegnamento, cosicché gli esami che era tenuto a fare erano innumerevoli, e duravano mesi e mesi. Quei mesi, per me che gli stavo accanto e interrogavo su una parte del programma, erano tempi sottratti alla ricerca. Detto questo, gli devo riconoscere molti meriti. Il maggiore è questo: Spongano, che era un grande filologo, non mi obbligò a convertirmi alla Filologia, adeguandomi a quello che era, in quegli anni, il clima culturale del nostro Istituto. La tesi che scelsi, divenuta poi libro, non era di tipo filologico; né, una volta laureato, fui esortato a cambiare rotta. Spongano rispettò le mie scelte; a tal punto le rispettò da accogliere nella rivista da lui fondata diversi miei articoli poco o per nulla in linea col suo modo d’avvicinare la letteratura. Accadde perfino che mi confessasse – il nostro rapporto era ormai diventato affettuoso – di non avere capito certi miei scritti. Con Ezio Raimondi, che subentrò a Spongano alla metà degli anni Settanta, e che considero il mio secondo maestro, il rapporto fu buono. Poteva non desiderarmi al suo fianco; poteva, essendo io allievo d’un altro docente, isolarmi o trascurarmi; non lo fece, e fu sempre con me d’una grande gentilezza, nonostante la mia resistenza ad entrare nel gruppo delle persone che gli erano più vicine. Perché questa resistenza? Faccio fatica a rispondere a una domanda del genere, che mi obbliga a mettere in luce certi miei nodi psicologici; ma in sostanza la risposta è la seguente: quell’uomo di grande autorevolezza non solo mi metteva soggezione, ma mi faceva temere che il mio modo di fare critica potesse sembrargli elementare, inadeguato, bisognoso d’essere modificato. Stavo stendendo, quando Raimondi arrivò da noi, una monografia su d’Annunzio. Il massimo studioso di questo autore era in quegli anni proprio lui. Che cosa di più ovvio che parlargli delle mie ricerche? Ebbene, non lo feci; andai da lui a cose fatte, con in mano il volume già stampato. Poteva irritarsi; che non l’abbia fatto, e che mi abbia di lì a poco citato in un suo libro d’argomento dannunziano mi sorprende ancora, e mi conferma in un’opinione che non tutti condividono, ma che in me è fermissima: Raimondi era un uomo di grande generosità.
Il mio modo di rapportarmi con gli studenti? È stato diverso da quello di entrambi i maestri che ho ricordato. L’austerità di Spongano non è stata nelle mie corde; né la sua tendenza a incentrare i suoi corsi su un’analisi minuziosissima dei testi, evitando i discorsi di carattere generale. Più prossimo mi sono sentito a Raimondi, peraltro ed ovviamente di molto superiore a me per la sua immensa cultura, abilità didattica, capacità di affascinare il pubblico studentesco. Posso dire, questo sì, che ho messo molta passione nelle mie lezioni, e che non mi è stato difficile farlo, perché i temi che ho prescelto sono stati quasi sempre temi che appassionavano, prima di ogni altro, me. Penso, per citare due soli esempi, a quel fantastico e a quel doppio di cui si parla nella domanda che segue. Erano, l’una e l’altra, problematiche che mi affascinavano; e credo di essere riuscito a trasmettere questa mia passione agli studenti, se è vero che i due allievi migliori che ho avuto si sono laureati con una tesi sul fantastico, e ancora oggi coltivano questo tipo d’interesse.

Scorrendo la tua bibliografia spiccano le pubblicazioni sul Fantastico e sul Doppio. Sorge spontanea la domanda: i nostri profili social sono in qualche misura un nostro doppio (i nostri doppi, nella loro illimitata moltiplicazione) che come quello celebre del Goljadkin di Dostoevskij stanno prendendo troppa autonomia?

Tra i nostri profili social e l’antichissima figura del doppio – il primo doppio letterario è addirittura additato in Omero – le convergenze sembrano essere poche. È tipico del doppio un rapporto oppositivo col protagonista del racconto o romanzo in cui figura. «Il Doppio si contrappone di continuo all’Io», annota uno studioso come Otto Rank. Il doppio di Goljadkin si mostra dapprima amichevole; ma l’apparente amicizia scivola a poco a poco in una spietata persecuzione, che mette capo alla chiusura in manicomio del primo Goljadkin. Non sono un utente dei social; ma quello che mi è noto è che, fatte le debite eccezioni, il profilo che vi si immette è un profilo benevolo, accattivante, tendenzialmente autoencomiastico. Chi vuole offrire un’immagine malevola di sé? È però vero quello che si adombra nella domanda rivoltami: c’è qualcosa che inquieta, che turba, «nella loro illimitata moltiplicazione». Sono molte e sovente dissimili le immagini di sé che vengono proposte. E allora si consenta a un letterato come me di vedere in questo fenomeno, con tutte le cautele del caso, una sottile affinità con un fatto di cui mi sono occupato a lungo: l’affacciarsi nella cultura e letteratura europea, a partire dal tardo Ottocento, d’una neo-antropologia fondata sulle categorie del diviso, del frammentato, del plurale. L’uomo dei nostri tempi è il «soggetto centrifugo» a cui s’intitola uno dei miei libri; è l’«homo duplex» protagonista d’un altro mio volume. È, per citare il grandissimo Proust, un «esercito composito».

Si è soliti credere che il passato sia migliore del presente perché il nostro ricordo mantiene in memoria prevalentemente le cose belle che ci sono accadute. Hai anche tu questa sensazione rispetto agli anni della tua formazione e della tua docenza? E che cosa trovi di differente nella preparazione dei giovani nelle discipline letterarie, rispetto agli anni del tuo insegnamento a Udine e a Bologna?

Perché ho qualche difficoltà a rispondere alla prima domanda? Perché del mio passato giovanile non posso avere, nell’insieme, un buon ricordo, avendo perduto mio padre a quindici anni, mia madre a diciotto, ed essendo rimasto solo e con molti problemi. Ma anche la seconda domanda mi trova entro certi limiti impreparato: sono in pensione da dieci anni, e non ho più da tempo quel rapporto diretto con gli studenti che ho avuto in altre stagioni. Sono peggiori di allora? Sono migliori? Non so rispondere se non sulla base di ciò che mi viene detto. Discorrendo con miei allievi divenuti docenti, l’opinione che mi sono formata è la seguente: che le differenze fra l’oggi e lo ieri non siano grandissime. Il dilagare dell’informatica ha portato con sé dei vantaggi, ma anche diversi svantaggi: questo mi pare evidente e già lo constatavo alla fine degli anni Dieci. Fra gli svantaggi colloco una certa superficialità, ed anche una certa inerzia, una certa pigrizia mentale: tutto sembra facilmente accessibile, e non necessitante di particolari sforzi. Ma non voglio insistere sugli aspetti negativi. Come potrei farlo, se è grazie all’informatica che la scuola può sopravvivere in questi tempi difficili? Se ancora, sia pure a distanza, c’è un professore che fa lezione, una classe che lo ascolta, una comunità che non vuole estinguersi?

Si paventa la fine degli studi ancorati alle discipline storico-letterarie. Qual è in proposito il tuo pensiero e che ruolo rivestono oggi per te gli sudi letterari, che sembrano sempre più essere messi da parte? Manca forse la tanto criticata gravitas?

Non posso dirmi particolarmente ottimista circa il futuro degli studi letterari; ma neppure pessimista. Forse vivo in un’isola felice; forse altrove le cose procedono diversamente; ma sta di fatto che la città in cui sono nato e in cui ho sempre abitato mi sembra tutt’altro che chiusa a interessi di questo tipo. A Bologna percepisco un’attenzione non effimera per tutto ciò che è cultura, e in particolare cultura letteraria, artistica, musicale. Sono continue e pregevoli le iniziative che hanno a che fare coi territori che ho appena elencati. L’attuale pandemia, è ovvio, non è fatta per favorirle; ma sono certo che una volta chiusa questa orribile parentesi le cose torneranno come prima, e forse meglio. Non posso ovviamente elencare tutto quello che si è fatto, e che certamente, a tempo debito, si rifarà. Ma come tacere, che so?, di quelle serate sulla permanenza del classico che per anni ed anni ha convogliato nella chiesa di Santa Lucia, aula magna della nostra Università, centinaia di persone? Come tacere, venendo a temi più prossimi a me, di quella benemerita lectura Dantis avviata nel 2009 presso l’Accademia delle Scienze, e che dopo tanti anni sta arrivando in questo 2021 alla sua conclusione? Cose per pochi eletti, potrà dire qualcuno. Niente di meno vero. Il pubblico è sempre stato composito, fatto di professori, di studenti universitari e liceali ma anche di persone non particolarmente acculturate, che non hanno mancato di rivolgere domande all’oratore di turno. Dante: il centenario dantesco sta funzionando da cartina di tornasole della misura dell’interesse cittadino per la cultura letteraria (e non solo). La risposta mi è sembrata, fino ad oggi, positiva; e quel che ho detto per la nostra città può ripetersi per altre: si pensi a Forlì, si pensi soprattutto a Ravenna, con le sue tante e affollate iniziative dantesche. Insomma, non indulgiamo al pessimismo: l’interesse per la letteratura non è morto, e non sta morendo. Tanto meno sta morendo nella nostra città, con la sua formidabile tradizione culturale che può fra l’altro contare sulla persistente vitalità d’un Ateneo da tempo classificato come il migliore d’Italia.

Il pensionamento non ha minimamente intaccato il tuo amore per gli studi, come è avvenuto per altri colleghi ai quali, non a caso, il Rettore dell’Alma Mater ha concesso di adire gratuitamente, come i docenti in ruolo, a molte banche dati che sarebbero invece a pagamento. Il tuo ultimo libro, Da Carducci alla Grande Guerra, è prova dell’ampio ventaglio di prospettive che ti ha indotto a muoverti su più fronti: ricerca di sussidi online e di pubblicazioni che non si rinvengono in un unico istituto, tanta è la molteplicità degli interessi che hanno mosso la tua operosità. Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato nella precarietà dell’attuale situazione?

Non c’è dubbio, la tempesta che ci è piovuta addosso ha avuto serie conseguenze anche sul fronte della ricerca. I sussidi che hai elencato mi sono stati certamente utili. Ma la risorsa risultata più proficua è stata la mia biblioteca, che decennio dopo decennio si è venuta arricchendo di libri gravitanti nell’area che, nell’arco della mia carriera, ho frequentato più assiduamente. Sarebbe troppo dire che oggi mi trovo ad essere autosufficiente o quasi. Eppure un’affermazione del genere ha in sé una punta di verità. Possiedo una buona parte di quel che mi serve; quello che non possiedo, cerco di acquistarlo. E così ho potuto stendere, in questa fase certamente non felice della vita mia e di tutti, alcuni scritti che hanno attinenza con temi che mi sono cari, Pascoli, la letteratura ferroviaria, la struttura decentrata e divisa del personaggio letterario della modernità. Non ho imboccato strade del tutto nuove; ma certamente lo farò quando la tempesta sarà divenuta un ricordo. E fra le cose che hanno occupato il mio tempo, non posso trascurare l’intensa attività dedicata alla rivista di cui sono condirettore, «Studi e problemi di critica testuale». Il primo numero del 2021 è in fase di preparazione; il secondo sarà interamente dedicato a Dante, cosa che segnalo anche per aggiungere un ulteriore tassello al quadro delle celebrazioni dantesche di cui ho parlato poco fa.

Si reclama da più parti un nuovo umanesimo, che ci educhi anche alla solidarietà universale. Lo reclamano pure i politici, finanche il Papa. Come immagini possa realizzarsi in questa società così globalizzata, che, come ha dimostrato il dilagare del coronavirus, ci ha colti del tutto impreparati e così poco uniti e coesi?

D’una cosa sono convinto, e non da oggi: che la nozione dell’assoluta centralità dell’uomo sul pianeta sia da rivedere profondamente. Un nuovo umanesimo dovrebbe, pare a me, avere in tale revisione da perseguire collettivamente il suo pilastro fondamentale. La nostra casa è in pericolo, dicono in molti ivi incluso papa Francesco. È verissimo. Non si può assistere senza rabbrividire alla dilagante distruzione della natura, di quella natura di cui troppo spesso dimentichiamo di fare parte. Immense aree forestali vengono distrutte, e con esse miliardi di animali che le popolano da sempre, e che un homo sapiens sempre più trascolorante in destruens condanna a morte senza pietà. L’uomo deve rientrare nei ranghi; riconoscere la sua limitatezza; deporre quella deplorevole arroganza che lo porta a ritenersi unico proprietario e amministratore della terra. È questo l’obiettivo che si deve inseguire, e surrogare a un’immagine dell’uomo che ha fatto il suo tempo e che rischia di condannare la nostra specie alla decadenza, e perfino all’estinzione. Un solo pipistrello, si sente dire, un solo pipistrello portatore del virus ha messo oggi in crisi l’intera umanità. Perché è accaduto questo? Perché il suo habitat e il suo modo di vivere sono stati modificati dalla sconsiderata e predatoria azione dell’uomo. Saranno i giovani, io spero, saranno i giovani e i giovanissimi a mettere concordemente al centro dei propri interessi questi enormi problemi. La nostra generazione, che sta uscendo di scena, non se ne è occupata; e neppure – o quasi per nulla – quelle che hanno finora preso il nostro posto.

 

 

L'autore

Maria Gioia Tavoni
Maria Gioia Tavoni
M. G. Tavoni, già professore ordinario di Bibliografia e Storia del libro, è studiosa con molti titoli al suo attivo. Oltre a studi che hanno privilegiato il Settecento ha intrapreso nuove ricerche su incunaboli e loro paratesto per poi approdare al Novecento, di cui analizza in particolare il libro d’artista nella sua dimensione storico-critica. Diverse sono le sue monografie e oltre 300 i suoi scritti come si evince dal suo sito www.mariagioiatavoni.it