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Tra Mozart e Allegri. Dialogo con Giacomo Cardinali

In questo colorato affresco della Roma papalina settecentesca, partendo da documenti originali, emerge la figura di Giuseppe Santarelli, geniale affabulatore. Quanto ha aggiunto di suo per renderlo così vero?

Santarelli
Santarelli

In realtà, ho cercato di essere il meno “creativo” possibile e ho presentato il personaggio di Santarelli a partire da una prolungata auscultazione delle fonti che lo riguardano, che sono varie e molto differenti una dall’altra: da un lato, c’è stato lo studio dei dati riguardanti la sua carriera di cantante d’opera, ricostruita anno per anno, città per città, tournée per tournée, dall’altro l’esame della sua Informazione del 1761, ma soprattutto la lettura dell’intero faldone dell’Archivio Apostolico dedicato alla controversia tra i Cantori Pontifici e il cardinale Albani (Palazzo Ap., Computisteria 5584) e quella dei diari del Segretario-Puntatore Giuseppe Bracceschi per gli anni 1761-1763 (Capp. Sist., Diari 178-186), incrociati con la testimonianza di Charles Burney che conobbe Santarelli proprio nell’anno in cui anche Mozart fu a Roma: il 1770. Infine, ma si tratta forse di una delle fonti più eloquenti, ho a lungo meditato lo splendido ritratto di Santarelli eseguito da Pompeo Batoni nel 1779 e oggi alla Pinacoteca Comunale di Forlì: è talmente espressivo, che ha finito per diventare il punto di sintesi di quanto andavo leggendo e studiando. Non posso negare, infine, che una certa consuetudine con la Curia Romana e le sue “costanti antropologiche” abbia avuto un certo qual peso…

Il Cardinale Albani, proprietario a detta di molti illustri suoi contemporanei, della più bella villa del mondo, riletto oggi, come lo definirebbe?

Albani
Albani

Non credo che Alessandro Albani abbia un corrispettivo in figure attuali; a mio parere, non è l’antesignano di tipologie contemporanee, quanto piuttosto uno degli ultimi rappresentanti di un’epoca precedente. Non anticipa il XXI secolo, ma conclude il XVI. Proprietario di una residenza nel centro storico e di una villa extraurbana, collezionista di libri, di antichità e di incarichi curiali, uomo politico estremamente attivo e schierato, nipote di un pontefice cui deve la sua ascesa, Albani ha tutti i tratti del prelato rinascimentale. Conclude, purtroppo, la serie dei cardinali Medici, Farnese, Barberini, Chigi e Borghese, tra i tanti che si potrebbero citare.

Leopold Wolfgang Mozart e un servitore non possono rinunciare ai consigli per i grand Tourist e si trovano a Roma per la Settimana Santa. Emerge il duplice reato di usurpazione di titolo, a quei tempi probabilmente millantato credito e furto con destrezza.

Lo studio delle guide turistiche dell’epoca dimostra chiaramente come la visita ad alcune delle principali città italiane venisse consigliata sulla base di particolari manifestazioni, culturali o religiose, che vi si tenevano in specifici periodi dell’anno: «Procuri chi viaggia per l’Italia di regolarsi in modo che trovisi in Venezia o per gli ultimi giorni di Carnovale o per la festa dell’Ascensione, a Roma la Settimana Santa, e a Bologna nell’ottava del Corpus Domini». E – come appare dal romanzo – non è questo l’unico caso di attenta obbedienza ai consigli per chi viaggia da parte di Leopold, che risulta pernottare in alcuni degli hotel più rinomati e cari del paese e seguire scrupolosamente l’invito a dotarsi di lettere di presentazione: «Faranno sempre bene i viaggiatori a premunirsi di varie lettere commendatizie per le città, dove contano di trattenersi più a lungo, e non solamente se ne procaccino nel luogo, donde si moveranno la prima volta, ma ancora in quelli dove per istrada si fermeranno». La loro sarà una vera e propria catena di raccomandazioni che li proteggerà dalla Salisburgo di Maria Teresa alla Napoli di Ferdinando e Maria Carolina d’Asburgo, passando per la Bologna del principe Pallavicini-Centurioni e la Roma in cui il cugino di quest’ultimo è Segretario di Stato, ma anche per Firenze sulla quale regnava Pietro Leopoldo, figlio dell’imperatrice Maria Teresa.
In Vaticano, tuttavia, prima ancora che potessero sfoderare una delle loro commendatizie, l’ingresso fu agevolato involontariamente dalla stessa guardia svizzera di turno al Portone di Bronzo. Come racconta lo stesso Leopold, non si trattò di millantato credito, ma di un equivoco nato loro malgrado e colto al volo: «Hanno preso il Wolfgang per un gentiluomo tedesco, alcuni addirittura per un principe, e il servitore glielo ha lasciato credere tranquillamente; e io ero ritenuto il suo precettore». Direi che si può escludere l’intenzionalità, anche se da uomini di spettacolo ebbero la prontezza di cavalcare l’inattesa possibilità.
Quanto alla trascrizione del Miserere si potrebbe parlare di furto con destrezza, che tuttavia non rischiava alcuna condanna, dal momento che il divieto di divulgazione era imposto ai soli Cantori della Cappella Pontificia e prevedeva come unica dinamica possibile il trafugamento delle partiture, mentre Mozart preleva e divulga il testo tramite l’ascolto e la trascrizione mnemonica. È come se avesse approfittato di un vuoto legislativo!

Allegri
Allegri

Molti musicologi sostengono che non fosse così difficile ricordare la partitura del Miserere di Gregorio Allegri, per via della ripetitività di motivi e che comunque il valore aggiunto erano il contesto della Cappella Sistina e degli abbellimenti degli infiorettamenti dei cantanti “tali da far fatica a riaversi dallo stupore“.

Questo è certamente vero, e le prove non mancano. Il Miserere ha una struttura estremamente semplice e lineare, pensata proprio per essere eseguita con abbellimenti e fioriture agogiche, elaborate dai Cantori pontifici e trasmesse oralmente di generazione in generazione. E questo è talmente vero che quando Leopoldo I d’Asburgo chiese ed ottenne dal papa una copia della partitura e la fece eseguire a Vienna, l’effetto sortito fu assai diverso da quello della Sistina, semplice e povero, al punto tale che l’imperatore se ne risentì pensando di essere stato beffato dal papa, mentre la ragione stava nel fatto che non si dava tradizione scritta degli abbellimenti e della prassi esecutiva. Non va dimenticato infine il contesto nel quale l’esecuzione del Miserere avveniva e che costituisce il primo capitolo del romanzo: l’aula sistina illuminata da sole 27 candele, fuori il buio di un tardo pomeriggio d’inverno, l’intera corte pontificia schierata, le luci che vengono spente alla fine di ogni salmo e poi, quando tutta la cappella è sprofondata nell’ombra, l’attacco mistico e misterioso del Miserere.

Leggere e rileggere le imposizioni quaresimali a distanza di più di due secoli, che effetto fa a un religioso.

Direi un istintivo imbarazzo e, subito dopo, una viva stizza! Forse qualcosa si intuisce dalla lettura del romanzo, perché è stato veramente imbarazzante leggere di certi provvedimenti, legalistici e formali fino al ridicolo. Ho avuto come un istintivo moto di ribellione davanti a una pratica religiosa di fatto coatta, di cui è evidente che si è persa ogni ragione profonda e si conserva il solo aspetto formale ed esteriore. L’impressione è quella di una Chiesa che ha completamente perso le ragioni profonde di quello che vive e che nutre una sostanziale sfiducia antropologica: le cose non sono solo imposte, ma anche “blindate”, ossia organizzate in modo tale che non si possa evadere da quella scelta. C’è qualcosa dell’insensatezza disperata delle grida manzoniane, che stride in maniera ancor più forte con quanto i documenti d’archivio appena scoperti e qui pubblicati attestano: se, infatti, i provvedimenti delle autorità vaticane in campo rituale e civile sono rigidi, sordi e autoreferenziali, e sostanzialmente sterili nei loro esiti, è invece l’esecuzione della musica e l’antichissima tradizione dei Cantori Sistini a procurare quello che il Cardinale Vicario e il Governatore di Roma mai avrebbero sognato di ottenere: «Venerdì dopo pranzo all’ora solita fu cantato il Matutino del seguente giorno, ed il Miserere dell’Allegri, come nel Matutino del Giovedì Santo, essendosi cantato, secondo lo stile della nostra Cappella, nel Matutino del Venerdì il Miserere del Bai, nei quali, colla privativa Cantilena del nostro collegio, si sono condotti con molto applauso i Concertanti dei medesimi Miserere, in guisa che si commosse alle lagrime qualche personaggio, anche protestante, fra i molti ch’erano concorsi ad ascoltarli».

A tal proposito è stupefacente la descrizione, sempre da documenti originali, delle baruffe e il sindacalismo ante litteram dei cantanti, sembra “Prova d’orchestra” di Fellini. Il mondo non cambia mai?

Come dicevo, uno degli aspetti più singolari che ho ricavato dalla lettura e dallo studio dei documenti, che in questo caso datano a oltre due secoli fa, è la presenza di numerose “costanti antropologiche”. Al di là dei tempi diversi e malgrado luoghi remoti e “altri” rispetto agli attuali, l’umanità sembra caratterizzata da elementi estremamente persistenti, che rifioriscono in qualsiasi circostanza. Il sindacalismo dei Cantori Pontifici non è lontano da manifestazioni analoghe odierne: questo semplifica il lavoro dello storico che riesce a recuperare perfettamente squarci del passato, ma al contempo non smette mai di meravigliare. Personalmente, questa costatazione mi ha richiamato a quella analoga fatta durante il mio servizio pastorale presso il carcere di Rebibbia. Al primo ingresso si ha l’impressione di un mondo parallelo, con regole e ritmi talmente diversi e marcati da dare l’impressione di un passaggio ad un’altra dimensione, ma, a mano a mano che ci si vive e si prende confidenza con persone e circostanze, ecco riemergere le medesime costanti antropologiche e le più classiche situazioni della socialità umana.

Il suo libro mi ha permesso di vedere in una prospettiva diversa il racconto Sarrasine di Honorè De Balzac, con la storia del castrato en travesti Zimbanella. Ho scoperto che l’evirazione era soprattutto un’abitudine ispanica: un azzardo che poteva portare ad onori olimpici ma più spesso ad una infelice esistenza!

Farinelli
Farinelli

Si, anche per il Cantori pontifici era molto chiara questa tradizione spagnola di cantori evirati, di cui dicevano che «furono li primi a rinnovare lo strano uso d’evirarsi per conservare più lungamente la voce sopracuta necessaria a combinare perfettamente l’armonioso concerto del canto figurato». Nel romanzo, oltre al grande Farinelli, sono molti i castrati ricordati e di cui si ricostruisce la carriera: se il grande Carlo Broschi toccò i vertici più alti, divenendo figura simbolica non solo del mondo artistico, ma anche politico, essendo colui che ogni mattina era capace di richiamare Filippo V dal fondo della sua tremenda depressione, tanti altri sono coloro che calcate le scene maggiori, iniziarono presto una parabola discendente. Non pochi – ed è qualcosa che emerge chiaramente dal romanzo – finivano per mettersi al riparo entrando tra i Cantori della Cappella Sistina. Lo status e i benefici che ne derivavano sarebbero stati in grado di assicurar loro una vecchiaia serena e molto tutelata socialmente. Certe cose – lo si è detto – non cambiano mai…

L'autore

Enrico Pulsoni
Enrico Pulsoni
Enrico Pulsoni è il direttore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/enrico-pulsoni/)