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“Accabò”. Nove domande a Isabella Becherucci

Accabò è il secondo romanzo di Isabella Becherucci; professoressa ordinaria di Letteratura italiana presso l’Università Europea di Roma, già autrice de Gli amici di Brusuglio (Giulio Perrone Editore, 2021). Dopo il confronto con Manzoni, Becherucci torna ora con un romanzo in tre parti tutto al femminile che ci mostra come, in fondo, «nella vita tutto sta nel trovare il proprio sole» perché «siamo davvero appesi a un filo invisibile che si tira, si tira, si tira». Con la sua costruzione stilistica e lessicale raffinata e godibilissima, Accabò è un romanzo di donne (e di libri): c’è la trisavola Nuzza, con il suo innocente giovane amore impossibile e Gina, claudicante figlia del giardiniere e appassionata custode dei volumi di famiglia, sconfitta dalle inevitabili spartizioni testamentarie; c’è la vecchia zia Emma, troppo stretta nel ruolo tanto poco edificante di moglie e madre e Luisa senior, la “prima Luisa”, amazzone della cultura che si ritaglia uno spazio importante in un mondo ancora tutto maschile (e maschilista) ai cui successi funge da contraltare, come un pugno dritto allo stomaco del lettore, la perizia per l’interdizione della “seconda Luisa”, la nipote affetta da sindrome di Down, «totalmente invalida ad ogni attività lavorativa» ai cui evocativi neologismi e proverbi confusamente riadattati non ci si può non affezionare; c’è persino la cagnetta Oliva, la più piccola della cucciolata che, a dispetto delle iniziali previsioni, vive molto a lungo e si modella su echi morantiani carichi di pathos, uscendo di scena «senza disturbare, recitando fino in fondo la sua parte di gran signora». E poi c’è Disdetta, la cui storia accademica, al contempo esaltante e sfiancante, dovrebbe leggere chiunque si accosti a questo straniato e straniante folle mondo. Tante donne si alternano leggere tra le pagine con le loro storie, non sempre felici o a lieto fine, attraversando epoche tra loro distanti e trascinando il lettore in un’appassionante saga familiare che non si vorrebbe più lasciare. Accabò è uno di quei libri “alla Holden”, i cui personaggi al termine della lettura diventano talmente vividi e concreti che si vorrebbe poterli incontrare per conversare ancora con loro … e, ça va sans dire, soprattutto con chi li ha generati. Con Luisa, Nuzza ed Emma, certo, oggi parlare non si può … abbiamo quindi posto qualche domanda a colei che le ha riportate tutte in vita.

Accabò è un romanzo di donne e di sorelle …

(il padre, infatti, autoritario e violento, compare solo in due passaggi, anche se poi si accenna a un suo senile riavvicinamento e a una svolta esistenziale al tempo della sua tumulazione; poi c’è il Maestro, padre putativo, severo ma dolcissimo…)

Tra le donne di famiglia splende vividissima la luce di Luisa senior, valida protettrice delle ambizioni umanistiche di Disdetta, direttrice degli Uffizi, in prima linea durante l’alluvione di Firenze e nel recupero americano delle tavolette di Antonio del Pollaiolo. Confesso che sono andata a cercarla su Google e Wikipedia mi ha restituito una sua fotografia, fedelissima alla descrizione che ne viene fatta in Accabò. Che persona era Luisa Becherucci senior?

Intanto anticipo qui che mi sono commossa della presentazione di Accabò e di come sono strutturate le domande, che dimostrano quanto la mia intervistatrice sia entrata nel vivo del romanzo, inizialmente intitolato, appunto, Le due Luise: la prima rappresentante l’intelligenza pura e la seconda portatrice di una severa disabilità intellettuale (almeno secondo i parametri di allora).

Alla Luisa senior è dedicata l’edizione critica dell’Adelchi (1998), la cui fase preparatoria come tesi di laurea, dieci anni prima, fu svolta proprio sotto i suoi occhi ancora vigilissimi. Più avanti ho cercato di testimoniare la mia gratitudine a colei che mi aveva nominata erede della sua casa fiorentina e delle sue carte in due contributi a stampa (Memoria di Luisa, in Presenze femminili nella cultura del Novecento, Firenze, Centro Di, 2008, pp. 40-44; 67-71 e Dalle Memorie di Luisa Becherucci: il contesto familiare e la scelta della storia dell’arte, in Le donne storiche dell’arte tra tutela, ricerca e valorizzazione, in Il capitale culturale, Studies on the Value of Cultural Heritage, Supplementi 13/2022, pp. 731-41).

Si può aggiungere ancora che, anche nei diari e nelle carte conservate (di cui mi sto occupando da tempo), emerge con chiarezza la figura di una vestale della storia dell’arte, appassionata del suo mestiere, esercitato con grande rigore e straordinarie capacità critiche, grazie a una volontà di ferro: ricordo solo che i suoi Manieristi toscani (Bergamo, Istituto italiano d’arti grafiche) uscirono mercoledì 9 febbraio 1944 e che le bozze di stampa furono corrette, durante i bombardamenti di Firenze dell’autunno del 1943, nei rifugi antiaerei di Palazzo Pitti, dove allora prestava servizio come Ispettrice ai Monumenti delle province di Firenze, Arezzo e Pistoia. La Luisa Becherucci descritta in Accabò è, però, quella vista dagli occhi dei bambini, sempre terrorizzati dalla sua forte personalità e dalla sua altrettanto impressionante erudizione.

La piccola Luisa, affetta da sindrome di Down, è una presenza costante nel romanzo, una figura tanto discreta (almeno nella prima parte) e al tempo stesso tanto ingombrante; che diventa poi protagonista indiscussa delle pagine centrali. La sessantenne e immobile Luisa chiude poi il lungo racconto lasciando nel lettore, che nel frattempo le si è profondamente affezionato, una tristezza infinita. Tenace, ostinata, desiderosa di far valere i suoi diritti fino alla fine, fin quando le è possibile. Ce ne parla?

Direi che è questa immagine di Luisa “vecchia” a fare la differenza fra Accabò e gli altri romanzi che, a partire dai primi anni del Nuovo Millennio, sono composti dai siblings (fratelli e sorelle delle persone con disabilità, secondo la definizione ora nei manuali di Pedagogia speciale) per raccontare la loro esperienza: infatti Luisa non è presentata solo nella sua fase aurorale, dove comunque c’è il fascino del ‘cucciolo’, anche se con problemi. Certo, la parte centrale tratta di lei bambina e poi adolescente, sempre in modo da evitare ogni possibile eccesso nell’attenzione verso la diversità (cioè, affossando il tema del politicamente corretto), secondo una volontà di integrare la diversità in modo naturale, considerando, insomma, la Trisomia 21 come una caratteristica della persona, non qualcosa che la diversifica. Anche il suo idioletto è recuperato, tenendo presente il modello offerto dalla Ginzburg nel suo Lessico famigliare, come un modo di esprimersi che diventa ben presto parte del formulario della sorella minore e poi di tutta la famiglia.

Ma nella mia testimonianza è rappresentata anche la fase più in ombra, quella della sua vecchiaia e della sua morte, che di rado si descrive, forse perché i giovani scrittori o le madri non attempate che si affacciano sul panorama letterario magari non hanno ancora percorso un arco sufficientemente ampio della loro esistenza e soprattutto della persona cui si dedicano con fresche energie; o forse perché si tende a rimuovere ciò che veramente costituisce un traguardo più amaro di quello a cui tutti sono condannati prima o poi.

Oggi, grazie anche al variegato panorama social, si parla molto di “caregiver”, i familiari che si prendono cura di persone affette da svariate patologie. Non era così negli anni Settanta e ben lo illustra la storia di Disdetta, cui tocca in sorte per sorella «una malaticcia, sempre con la lingua di fuori, che le stava alle calcagna e la imitava in tutto e per tutto, riuscendo poi a ottenere una visibilità ben maggiore». Gli adulti stessi sono costretti ad ammettere, sin dalle prime pagine che «non si può lasciare tutta la responsabilità della prima alla seconda, che non sa ancora badare a sé stessa» e la giovane Disdetta, a tempo debito, dal canto suo, pretende giustamente il suo spazio, la sua vita …

La vicenda di Luisa ha, infatti, anche un valore documentario dei progressi che sono stati fatti a livello sociale: era nata nel 1963, dodici anni prima della Dichiarazione dei diritti delle persone handicappate delle Nazioni Unite, seguite due anni dopo dalla legge 517 sul Diritto all’istruzione e all’educazione nelle scuole regolari: in Accabò si racconta del suo complesso inserimento nelle scuole primarie e delle difficoltà delle maestre a gestire la situazione. D’altronde questa storia ha importanti varianti rispetto alla casistica più conosciuta (Luisa nasce in una famiglia altolocata ed è la prima figlia, seguita – cosa rarissima – da altri tre fratelli). Testimoniano l’impreparazione dell’epoca la mancata comunicazione alla madre della Sindrome di Down della primogenita al momento della nascita e il documento originale della perizia per la sua interdizione. Così, senza alcun supporto psicologico, malgrado le notevoli possibilità economiche, sono i fratelli, e in particolare la sorella nata a ruota, a sopperire al vuoto legislativo, svolgendo un ruolo fondamentale per lo sviluppo della disabile: ma il peso della responsabilità viene da quest’ultima rigettato nella piena adolescenza, quando sembra ostacolarne in modo non più sopportabile la libertà.

A un certo punto – complici anche altri fattori, come il desiderio di emancipazione e la necessità di identificazione – il carico della sorella viene, infatti, restituito tutto alla madre, che è condannata a portare da sola la ‘croce’, soprattutto nella lunga vedovanza.

Proprio sulla fatica di questa missione, ormai fornita di folta bibliografia nella letteratura soprattutto pedagogica, in Accabò è stato tagliato un passaggio che riguarda gli sviluppi dell’impegno della cura proprio nella fase finale (tema che esula dal filone della fratria sviluppato nel romanzo), allorché la nuova coppia formatasi dopo l’estromissione della sorella minore è colta di sfuggita, in un attimo rivelatore. Si tratta di un frammento estravagante che si restituisce qui, a mo’ di ringraziamento per la sempre generosa accoglienza di Insula Europea:

Quando le vedevi da dietro camminare a braccetto lungo il marciapiede stretto, clopin clopant, non sapevi proprio dire chi delle due fosse la ‘malata’: la statura imponente della madre si era ridotta notevolmente, così che anche quel dislivello non le differenziava più di tanto. La larghezza, poi, era la stessa, imbacuccate com’erano nei vecchi loden verde marcio, mentre il grigio dei capelli corti svariava di poche sfumature da una testa all’altra.
L’anca sinistra dolorante dell’una, che richiedeva un trattamento chirurgico non più differibile, si rifletteva in quella dell’altra, dopo la rottura del femore destro: ondeggiavano ritmicamente, così abbracciate, chiacchierando fra loro con complicità.
Poi, quando le avevi raggiunte e le salutavi guardandole nei volti invecchiati, le sentivi ripetere a turno: «Questi marciapiedi! Un disastro, un vero disastro!».
Camminavano nello stesso modo, parlavano con le medesime frasi fatte, si scambiavano i vestiti.
La simbiosi era ormai completa.

 Disdetta Mirasogni (il prefisso Mira- è dichiaratamente condiviso con la Mirandolina di goldoniana memoria) – che compare intorno alla metà del romanzo – è chiaramente un nome parlante, il nom de plume di colei che per oltre cento pagine resta di fatto innominata, ricordata unicamente come “la sorella di Luisa” per poi concedersi, alle soglie della vita universitaria, finalmente, uno spazio per sé ma tornare di nuovo, immediatamente, ad essere “la sorella” quando le viene annunciato che Luisa non c’è più. Cosa racconta questo nome?

La Locandiera è, infatti, uno dei sottotesti letterari alla radice dei vari racconti che compongono il romanzo. Inevitabilmente il mestiere della sorella ‘accademica’ scolora dappertutto (un esempio può essere la citazione ungarettiana inizialmente posta in esergo al cap. 2, La spiga di grano e poi cancellata, ma di fatto sua cellula generatrice: «Vedremo il nostro amore reclinarsi / come a sera»). Ma i dati anagrafici della coprotagonista («Disdetta Mirasogni») rappresentano anche un sintagma ossimorico che solo una ragazza di grandissima sensibilità poteva inventare per descrivere la sorella minore: un po’ sfigata e piena di ambizioni letterarie, spesso non riconosciute o respinte, che però al contempo aveva imparato dalla maggiore la furbizia di Mirandolina e la sua capacità di «rigirare le frittate» – come Luisa proclamava in falsetto – per recuperare forze e speranze malgrado le sue continue sventure. In realtà, entrambe erano due Disdette sognatrici, che per anni si erano contese la parte della primadonna goldoniana nelle loro recite adolescenziali: di fatto, però, il cognome contraddice il nome che ironicamente allude alla figura di una perdente. Il paradosso vuole essere, infatti, la chiave di tutto il romanzo, nel quale le due sorelle sono impegnate, ciascuna a modo suo, alla ricerca della libertà dagli schemi collettivi e alla legittimazione di quella ‘irriducibilità’ che è caratteristica principale della maggiore e che la minore da ultimo scopre come valore fondamentale della persona. Non per nulla l’amore, quello autentico, quello che Luisa incarna nel suo essere così speciale, è l’unico sentimento capace con i suoi sogni, col suo incanto, di scardinare tutte le strutture e aprire orizzonti inediti.

Il passaggio dal romanzare Manzoni, l’autore di una vita, al romanzare sé stessa le ha posto qualche difficoltà o, al contrario, narrare di sé e della sua famiglia è il risultato di un processo naturalmente evolutivo nella sua scrittura? Si tende ad aderire maggiormente al vero storico quando si racconta la propria storia o, anche magari per proteggersi, si spinge di più sul piano dell’invenzione?

Naturalmente Manzoni e la sua lezione sono il quadro di riferimento anche per Accabò, che prosegue la vocazione narrativa per la prima volta manifestata col romanzo storico dedicato a lui e ai suoi amici: ma credo di aver più volte dimostrato quanto la vita privata del grande autore sia rispecchiata nel suo capolavoro in un susseguirsi di rimandi che, alla luce delle conoscenze attuali, sono davvero inequivocabili e che il mio primo romanzo ha tentato di valorizzare, non senza attingere alla mia biografia (dietro tanti personaggi c’è quasi sempre una sinopia ben reale). L’inevitabile gioco degli specchi può essere, infatti, più o meno celato, soprattutto nel genere della bio-fiction: bisogna, però, ricordare che ogni romanzo, compreso Accabò, va letto come un complesso organico che si tiene sul piano letterario e che racchiude solo al suo interno il «sugo della storia». Cercare se ogni episodio abbia o non abbia corrispondenza nella realtà biografica dell’autrice non credo che sia il percorso più efficace per portare in luce il messaggio più profondo anche di questo romanzo.

Per rimanere all’interno del binomio realtà-invenzione, riprendo uno degli episodi più esilaranti (insieme a quello del treno, che però lasciamo ai lettori, evitando così un eccesso di spoiler) del romanzo e le chiedo: davvero è rimasta chiusa in bagno appena prima di partecipare a un concorso?

Credo di aver appena risposto alla domanda, che scende dal piano generale al caso specifico: per soddisfare, tuttavia, l’eventuale curiosità del lettore, posso confessare che andò proprio così come ho raccontato. Ma quell’episodio, nel sistema del mio romanzo, significa che Disdetta porta in sé, grazie alla sua relazione speciale con la sorella maggiore, quella sfera paradossale da lei incarnata, che diventa anche la sua salvezza, non solo sul piano pratico, ma soprattutto su quello esistenziale.

Il romanzo si chiude con un Canzoniere, la raccolta ritrovata da Disdetta delle poesie di Luisa, che «a vent’anni aveva scoperto che i poeti incutono rispetto e lei poteva farsi poeta, se lo voleva». Cosa ha significato per lei la poesia di Luisa?

L’arte poetica, che entrambe le sorelle coltivano con passione – Luisa in maniera più oculata e Disdetta in modo provocatorio – determina una frattura nella loro storia comune: la minore, cacciata di casa, percorrerà, infatti, una strada solitaria nel mondo accademico, pur sempre pervasa dalla lezione appresa dalla sorella nell’infanzia e nell’adolescenza, mentre l’altra, senza freni inibitori e con una vocazione altrettanto potente, porterà avanti il suo talento fino alla composizione di un vero e proprio canzoniere. Solo alla fine risulterà che la lunga preparazione anche tecnica di Disdetta è stata funzionale proprio all’acquisizione degli ‘strumenti’ necessari alla piena comprensione di quella poesia così genuina. La narrazione inscena proprio una conversione alla poesia della coprotagonista, giunta al termine di un tortuoso percorso di formazione nel mondo universitario (che è ricostruito attingendo al genere del campus novel).

L’intera vicenda si chiude, appunto, su un “botta e risposta” in versi finalizzato a proseguire la relazione delle due sorelle al di là del confine frapposto dalla morte, perché, fin dagli anni più lontani, esse avevano studiato insieme anche «per l’aldilà / un fischio, un segno di riconoscimento»: niente può interrompere questo loro dialogo, realizzabile in ogni momento, magari «nel ticchettìo» della tastiera del pc o nel «volubile fumo» delle sigarette elettroniche (per parafrasare il Montale degli Xenia, che è un altro ipotesto).

 E quell’ultima parola: Accabò?

È bene precisare che la malattia di cui si parla, anche nel video di presentazione del romanzo, è l’epilessia, non la Sindrome di Down (si è detto vissuta come una caratteristica della persona, un suo valore aggiunto): sono infatti le pasticche per attenuarne gli attacchi, sempre più violenti nell’ultima stagione della sua vita, che inebetiscono Luisa fino a toglierle persino la capacità espressiva, lasciandole solo una parola, all’inizio confidata alla madre e poi proclamata per intere giornate. Per combinazione nello spagnolo esiste il verbo acabar, ‘finire’, il cui passato prossimo nella terza persona singolare (con soggetto sottinteso) è proprio «acabò»: se Luisa avesse conosciuto lo spagnolo, si sarebbe potuto considerare questa parola, sempre pronunciata con la prima consonante doppia, come una sua consueta storpiatura del lessico. Ma siamo nel periodo ipotetico dell’irrealtà: pertanto le lascerei tutto il suo valore magico, epifanico, sicuramente taumaturgico.

teresa.agovin0@unimercatorum.it

L'autore

Teresa Agovino
Teresa Agovino (1987) ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2016 presso l'Università 'Orientale' di Napoli con una tesi incentrata sulle riprese manzoniane nel romanzo storico del Novecento. Insegna Letteratura italiana presso l'Università Mercatorum (Roma) e Metodologie di scritture digitali presso l’Università Europea di Roma. Si occupa di ricerca su Alessandro Manzoni, Primo Levi, Giancarlo De Cataldo, Andrea Camilleri, autori sui quali ha pubblicato numerosi articoli in rivista e atti di convegno. Ha pubblicato i volumi: Dopo Manzoni. Testo e paratesto nel romanzo storico del Novecento e Elementi di linguistica italiana (Sinestesie, Avellino 2017 e 2020); I conti col Manzoni e «Sotto gli occhi benevoli dello Stato». La banda della Magliana da Romanzo criminale a Suburra (La scuola di Pitagora, Napoli, 2019 e 2024);“Non basta essere bravi. Bisogna essere don Rodrigo”: Social, blog, testate online, Manzoni e il grande pubblico del web (Armando editore, 2023). Ha vinto il premio 2023 dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, Classe di Lettere, con il saggio Da Manfredi all’innominato. Suggestioni dantesche in Manzoni.