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Poesia e mistica in José Tolentino Mendonça

Mercoledì 3 aprile presso la Fondazione Primoli a Roma, ha avuto luogo la presentazione della raccolta di poesie Estranei alla terra di José Tolentino Mendonça. L’incontro, promosso da Carlo Pulsoni dell’Università di Perugia, ha visto i saluti di Roberto Antonelli, Presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, e poi gli interventi di Letizia Norci Cagiano, Direttrice della Fondazione Primoli, del critico letterario Gabriella Palli Baroni, del lusitanista Federico Bertolazzi, del sottoscritto, e dell’autore.

José Tolentino Mendonça, sacerdote e poeta, è una delle voci più autorevoli della cultura portoghese contemporanea. Nel 2014 ha rappresentato il Portogallo nella Giornata Mondiale della Poesia. Vice-Rettore e Docente dell’Università Cattolica di Lisbona, nel 2018 papa Francesco lo ha nominato Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, nel 2019 cardinale e dal 26 settembre 2022 è prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Le sue opere sono ampiamente tradotte in Italia[1]. Il volume Estranei alla terra, presentato alla Fondazione Primoli, un testo bilingue – in portoghese e in traduzione italiana ad opera di Teresa Bartolomei – con prefazione di Alessandro Zaccuri, comprende due raccolte di poesie: La strada bianca, del 2005, e Teoria della frontiera del 2017. Il titolo del libro proviene da una delle poesie, Penne, che così recita: <<Attraverso la terra l’amore / ci rende estranei alla terra / per congiungerci ad una stirpe divina / con il suo inestinguibile tormento / le sue velocità smisurate>>[2]. Attraverso la terra l’amore ci rende estranei alla terra. In questa affermazione risiede la chiave della poetica di Tolentino, risiede quello che potremmo chiamare il suo nucleo “mistico”. Il termine non deve sorprendere. La poesia è in larga parte, se non tutta, sostenuta da una tensione mistica. Naturalmente ci sono forme diverse di mistica. C’è la mistica dell’amore, tenero, passionale, impossibile. Quella della vita, voluta e desiderata, sulla quale incombe l’ombra nera della morte. C’è la mistica che, come un tarlo, scava il suo vuoto dentro la pienezza dell’essere, apre fessure, crepe. Essa è come un vento che disperde le foglie in autunno. Un “varco”, come in Eugenio Montale, un’”attesa” di non-so-che, una malinconia diffusa prodotta dalla caducità. È in quest’ultimo senso che Mendonça è poeta e mistico: <<forse l’oscurità completa non è mai esistita / forse nei momenti decisivi / attraverso un varco torna a noi l’ignoto / un milione di lanterne di carta scintillanti / sopra il fiume / e l’anima ripete la domanda eterna>>[3]. L’ignoto torna attraverso un “varco” così che l’anima possa ripetere la domanda eterna. In Venezia minore il poeta scrive: <<allo stesso modo migliaia di anni fa / altri esseri umani hanno dipinto caverne / brancolando hanno sfiorato con più ferite / che astuzie / il calcolo dei teoremi / hanno cercato nel fuoco / ciò che il fuoco non consuma / incapaci come noi / di trattenere il movimento della vita / che eccede sé stessa>>[4]. Il ritmo mistico è qui palese: la vita “eccede” la vita. In un duplice movimento di immanenza e trascendenza la vita è, al contempo, vita e più-che-vita. La vita si “eccede”, ci sfugge tra le mani, tende verso un oltre che non sa indicare. Vuole sé e non vuole solo sé. Questo è il movimento mistico, quello determinato dalla tensione tra terra e cielo, finito ed infinito, corpo ed eternità, morte e vita. Questo movimento è quello che governa la tensione da cui prende avvio la poetica di Tolentino. Leggiamo ne La stagione impossibile: <<Una poesia si esprime in frasi spezzate / linee di corrente in collisione, esplosioni irrisorie / ma è in attesa di qualcosa / di abbastanza luminoso / qualcosa / al di là dello scorrere stremato dei torrenti / che verso l’alto elevi / la stagione impossibile / il momento in cui la lingua degli uomini / non può più mentire>>[5]. Non è un caso che l’ultima delle poesie di Estranei alla terra rechi il titolo Esercizi spirituali con evidente eco di S. Ignazio: <<Ci dev’essere il modo di andare oltre / il piccolo fallimento / di poter fare ora una mezza dozzina di passi / ma a occhi bendati / vedere la vita schiantarsi nel governo del vuoto / rischiando invece dei soliti piccoli incidenti di percorso / la caduta senza fine>>[6]. Questo andare “oltre” assume, a tratti, un tono dissacratorio, ribelle verso il mondo patinato e vuoto, verso l’ipocrisia che governa i rapporti sociali e i media. <<A un noto giornale inglese / – è detto in Il silenzio – Giorgio Armani aveva dichiarato: “il lusso non mi piace, / è antidemocratico. / Ora voglio rendere omaggio agli operai di tutto il mondo”. / Io pensavo soltanto a San Giovanni della Croce/ mentre ascoltavo ripetere per l’ennesima volta: / “la moda ha sostituito il lusso/ con l’eleganza>>[7]. Colpisce qui il termine “Io”, il poeta esce allo scoperto, si fa paladino di Giovanni della Croce il quale parla (criticamente) di <<aureole, casule/ veli di seta, reliquiari d’oro e/ diamanti>>[8]. Oltre il mondo dell’apparire <<al di là dei nostri meccanismi di autodifesa/ qualcosa di interiore/ l’intensa solitudine delle tempeste/ i campi allagati, / i luoghi senza risposta/ il tuo silenzio, o Dio, trasforma per intero gli spazi>>[9]. Il silenzio di Dio è potente come la sua Parola. Qui Tolentino ricorda  Pär Lagerkvist che in una sua poesia scriveva: << Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? Che colmi la terra della tua assenza? >>[10]. Il silenzio di Dio irrompe nel mondo che lo ha silenziato. Il suo grido si confonde con quello del poeta fino a farlo divenire iconoclasta, critico dell’<<onnipotenza del visibile>> divenuto idolatrico. Nella parte conclusiva de La strada bianca, scritta in prosa, Tolentino svela Cos’è una poesia (“O poema”):

“Una poesia è un esercizio di dissidenza, una professione di incredulità nell’onnipotenza di ciò che è visibile, stabile, appreso. Una poesia è una forma di apostasia. Non c’è vera poesia che non faccia del soggetto un fuorilegge. Una poesia obbliga a pernottare nella solitudine dei boschi, in campi innevati, in rive incontaminate. Che altra verità esiste nel mondo se non quella che non appartiene a questo mondo? Una poesia non cerca l’inesprimibile: non c’è uomo pio che, nella concitazione della sua pietà, non lo cerchi. Una poesia restituisce l’inesprimibile. Una poesia non conquista la purezza che affascina il mondo. Una poesia abbraccia precisamente l’impurezza che il mondo ripudia”[11].

La rivolta del poeta capovolge quella dell’ateo per il quale il visibile si oppone all’invisibile. La sua iconoclastia-apostasia non è ovvia. Sorge da una scelta dell’autore la quale assume il volto di una provocazione di fronte ad un mondo pienamente secolarizzato, sordo al mistero della vita. Come recita Mani vuote: <<le mani vuote non aspettano la fine ma la fenditura / sono inondate di ruggine / e preferiscono la follia al credere / che la realtà è solo quello che si vede>>[12]. Questa “follia” non concerne lo spettacolo della visibilità del mondo ma l’appagamento di esso, quasi che la vita fosse senza pieghe e fosse sufficiente lo scintillio delle luci per spegnere ogni altra luce. In Piazza Santo Domingo, Madrid Tolentino scrive: <<C’è una direzione tra seguire tra il neon dei viaggi Zeppelin / e l’odore disordinato / del negozio indiano di generi alimentari / […] nella primavera del 1569 / Santa Teresa pernottò nella piazza / oggi la gente ci va solo / per le svendite di Madrid>>[13]. Nello stacco, tra la piazza di oggi, affollata di negozi, venditori, compratori, e quella abitata da Teresa d’Avila, resa speciale dalla sua presenza, risiede la tecnica poetica che governa lo stile di José Tolentino Mendonça. È lo stacco tra l’ordinario e il mistico, tra l’oblio del mondo secolarizzato e la luce di una trascendenza che per manifestarsi deve farsi iconoclasta rispetto agli idoli del presente. Lo ritroviamo ne La Repubblica: <<Solo Dio li avrebbe contati / ma la pubblicità dei prodotti Bioscalin / garantisce inquietanti miracoli tricologici / e rivela / sono centotrentamila i capelli che abbiamo in capo>>[14]. Lo stacco, repentino, tra l’ordinario e lo straordinario porta alla luce la tensione mistica, quella che contrassegna i non allineati, i non appagati, coloro che cercano ancora:

“Ho amici che pregano Simone Weil / Quanto a me, sono anni che tengo a mente Flannery / O’Connor / Pregare deve essere come quelle cose / che diciamo a qualcuno che dorme / abbiamo e non abbiamo un po’ di speranza / soltanto la bellezza può scendere a salvarci / quando le barriere sollevate / permetteranno / a immagini, rumori, sedimenti spuri / di unirsi al magnifico / corteo che avanza tra le macerie / Coloro che pregano sono mendicanti dell’ultima ora / rovistano a fondo nel vuoto / finché il vuoto / in loro deflagra / Spiega San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, / “finora siamo stati la spazzatura del mondo” / citazione che Flannery teneva al capezzale”[15].

I non allineati, i mendicanti dell’ultima ora, sono la spazzatura del mondo. Sono i “clandestini”. <<Gli angeli di Jahvé saranno sempre clandestini / Riempiono i primi bus diretti in centro / leggono i quotidiani a diffusione gratuita / in attesa che il mare torni a squarciarsi / in una camera subaffittata di periferia / dove i supermercati non si chiamano Conad e Rinascente / ma Lidl o Discount / È facile identificare il loro volto trasparente / perché ad essi appartiene la solitudine>>[16]. I profeti di Jahvé pagano la loro missione con la solitudine, avanzano soli in un tempo governato dall’oblio e dallo stordimento, in mezzo a masse apparentemente appagate che godono dell’attimo e nulla sanno dell’eternità. <<La solitudine è uno strumento / per affrontare l’universo / un vetro per evocare minuzie / in lei sono marchiati a fuoco / la casa / gli occhi aperti e chiusi / l’aspetto casuale del debito / che ci infliggono / i colpi della vita / ci sono cose più misteriose / ma nessuna è sorprendente come la solitudine / quando torniamo a lei / attraverso cieli mutevoli / ritroviamo intatto/ ciò che ci è appartenuto>>[17]. Questa solitudine, marchiata a fuoco, non può essere trascesa neppure dall’amore poiché, come abbiamo ricordato prima, <<Attraverso la terra l’amore ci rende estranei alla terra>>. L’amore ci lega e ci dis-lega, ci unisce al mondo e ci separa da esso. <<Al calar della notte quando sarai sul punto di esaurire / le tue scorte / un angelo scenderà al tuo fianco / i gradini di Micene / e ti parlerà dell’amore estremo / per mezzo del quale tutto / si trasforma / non chiedere mai più il valore di mercato / o il prezzo da attribuire / lascia che l’amore ti renda / uno straniero nel mondo>>[18]. L’amore, quello vero, ci rende stranieri, epperò, al contempo, ci rende vicini poiché tutti, al fondo, siamo incapaci <<di trattenere il movimento della vita / che eccede sé stessa>>. Per questo <<La vera passività non è quella della dimenticanza / ma la velocità mortale del desiderio / che ci coglie sempre alla sprovvista / c’è un segreto comune a quegli sconosciuti / che il caso per un istante fa incrociare / uno sguardo sospeso, un volto che si gira / e poi non si incontrano mai più>>[19]. Il desiderio ci coglie alla sprovvista poiché non è mosso da noi, voluto da noi; è sempre suscitato da altro, da un altro. La vita proviene a noi da un’altra vita. <<Non sei tu che percorri la dura montagna / della ricerca della pianta della vita / è lei che va a fuoco / perché tu possa avvistarla da lontano / probabilmente quando arriverai in vetta / nell’ora decisiva / troverai solo polvere e abbandono / impara tuttavia ad accogliere la rivelazione / segreto destinato al tuo orecchio>>[20]. La rivelazione è un segreto destinato all’udito. Vuole forse Tolentino indicare qui l’organo del mistico, di colui che rinuncia ad ogni visibilità, dell’estraneo a questo mondo? Se così fosse la tensione mistica, quella autentica polarizzata tra terra e cielo, visibile ed invisibile, verrebbe meno. Non è questo il linguaggio di O mar:

“Siamo scesi correndo giù nel pontile / come se non avessimo ancora perso / l’opportunità / di vivere qualcosa di più di una leggenda / quando siamo entrati nel mare / di nuovo ingenui in quei tuffi maldestri / tra le spine della corona brillavano / enigmi più grandi di noi / una baia ampia e liscia come il vetro / la spiaggia sabbiosa senza un mormorio / il verde fogliame del bosco / si allineavano in questo tentativo / di ritrovare il mondo / rami di palma / si stagliavano immobili contro il cielo / ma l’eternità cadeva su di noi / con tutto il peso della sua carne”[21].

Risuona qui l’amore alla terra, lo stesso che ispira le pagine giovanili di Albert Camus. L’eterno, si offre nella sua carnalità, si manifesta alla vista e non solo all’udito, riempie il cuore di muto stupore. È il mondo che qui è eterno? Verrebbe meno, ancora una volta, la tensione mistica. In realtà <<Tutti i testi cospirano contro la materialità del corpo/ per questo c’è chi crede nella sua resurrezione>>[22]. L’uomo anela alla resurrezione a partire dall’amore alla terra, dall’amore ai propri cari, a volti che non possono essere dimenticati e che il soffio della morte non può raggelare per sempre. La mistica ama il mondo e per questo si oppone, si ribella, alla potenza del nulla. Vuole la vita, non la sua dissoluzione. <<Il corpo è lo stato in cui ciascuno/ respira a tu per tu con sé stesso/ la forma che gli corrisponde/ anche se al crepuscolo per strada/ i radar non segnalano altro/ che un passaggio/ il corpo è un pellegrino allucinato/ prima chiede: cadere cos’è? / e poi sceglie un posto/ in cui le maglie/ della rete non lo sostengono/ ogni corpo è sempre una speranza/ e, tuttavia, la speranza/ solo ai corpi appartiene>>[23]. Al corpo appartiene il desiderio, la speranza di non morire, l’attesa della resurrezione. La poetica di José Tolentino Mendonça è “mistica”, si muove in una tensione polare che vive del distacco, della solitudine del poeta, della sua apostasia, e, insieme, dell’amore ai corpi, al mondo, a ciò che “abbiamo visto, udito, toccato con mano”.

[1] J. TOLENTINO MENDONCA, Il tesoro nascosto. Per un’arte della ricerca interiore, Prefazione di G. Ravasi, Paoline Editoriale, Milano 2011; Id., Nessum cammino sarà lungo. Per una teologia dell’amicizia, Paoline Editoriale, Milano 2013; Id., Padre nostro che sei in terra. Per credenti e non credenti, Edizione Qiqajon, Magnano (BI) 2013; Id., L’ippopotamo di Dio. Farsi domande val più che darsi rapide riposte, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2014; Id., La Mistica dell’instante. Tempo e promessa, Vita e Pensiero, Milano 2015; Id., Gesù. La sorpresa di un ritratto, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016; Id., Chiamate in attesa, Vita e Pensiero, Milano 2016; Id., Liberiamo il tempo. Piccolo manuale sull’arte di vivere, EMI, Verona 2016; Id., La lettura infinita. La Biblia e la sua interpretazione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2017; Id., Elogio della Sete, Vita e Pensiero, Milano 2018; Id., Il piccolo libro delle grandi domande, Vita e Pensiero, Milano 2019; Id., Il potere della speranza. Mani che sostengono l’anima del mondo, (ebook gratuito) – Vita e Pensiero, Milano 2020; Id., Pregare ad occhi aperti, Edizioni Romena, Pratovecchio Staia (AR) 2021; Id., Una grammatica semplice dell’umano, Vita e Pensiero, Milano 2021; Id., Il papavero e il monaco, (poesie, testo portoghese a fronte), Qiqajon, Magnano (BI) 2022; Id., Estranei alla terra, (poesie, testo portoghese a fronte), Crocetti, Milano 2023; Id., Amicizia. Un incontro che riempie la vita, Piemme, Segrate (MI) 2023.

[2] J. TOLENTINO MENDONCA, Estranei alla terra, cit., Prefazione di Alessandro Zaccuri, Crocetti Editore, Milano 2023, p. 61.

[3] Ziw, in op. cit., p. 47.

[4] Venezia minore, in op. cit., p. 123.

[5] La stagione impossibile, in op. cit., p. 89.

[6] Esercizi spirituali, in op. cit., p. 181.

[7] Il silenzio, in op. cit, p. 23.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] P. LAGERKVIST, Uno sconosciuto è il mio amico in Id., Poesie, Guaraldi – Nuova Compagnia Editrice, Rimini-Forlì 1991, p. 111.

[11] J. TOLENTINO MENDONCA, Estranei alla terra, cit., p. 75.

[12] Op. cit., p. 159.

[13] Piazza Santo Domingo, Madrid, in op. cit., p. 31.

[14] La Repubblica, in op. cit., p. 29.

[15] La spazzatura del mondo, in op. cit., p. 27.

[16] Clandestini, in op. cit., p. 45.

[17] In a Lonely Place, in op. cit., p. 85.

[18] Compassione, in op. cit., p. 87.

[19] Via del Governo Vecchio, in op. cit., p. 73.

[20] Segreto, in op. cit., p. 175.

[21] Il mare, in op. cit., p. 163.

[22] Clandestini, cit., p. 45.

[23] Cadere cos’è, in op. cit., p. 145.

L'autore

Massimo Borghesi
Massimo Borghesi è professore ordinario di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione, dell'Università di Perugia.

Si è laureato in filosofia all’Università di Perugia, nel 1974, con una tesi su Hegel guidata dal prof. Armando Rigobello. Dopo la tesi si è trasferito a Roma dove tuttora risiede. Dal 1984 al 1992 è stato ricercatore in filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma-Tor Vergata e successivamente, dal 1992 al 1996, professore associato di Storia della filosofia morale presso la Facoltà di Magistero dell'Università di Lecce. Ha insegnato, dal 1981 al 2007, Estetica, Etica, Teologia filosofica, presso la Pontificia Università S. Bonaventura in Roma dove è stato, dal 2000 al 2002, direttore della “Cattedra Bonaventuriana”. Dal 2008 al 2017 ha insegnato Filosofia e religione presso la Pontificia Università Urbaniana. E’, dal 2019-21, coordinatore del Dottorato di ricerca in Etica della Comunicazione, della Ricerca Scientifica e dell’Innovazione Tecnologica, presso l’Università di Perugia.

E' membro del consiglio scientifico della rivista Studium, dove coordina la sezione “Filosofia on-line”. E’ consulente della rivista Humanitas. Revista de antropología y cultura della Pontificia Universidad Católica del Cile. Fa parte del Comitato Scientifico del Centro Internazionale Studi su Pascal (CISP) dell’Università di Catania. E’ membro del Comitato Scientifico ed Editoriale del Nuovo Giornale di Filosofia della Religione.È membro, dal 2006, del Comitato editoriale delle Edizioni Studium, dove dirige la Collana filosofica “Interpretazioni”. È stato membro, dal 1984 al 2002, del comitato di redazione della rivista Il Nuovo Areopago; dal 1984 al 2012 della rivista internazionale 30 Giorni; editorialista, dal 2005 al 2011, del quotidiano L'Eco di Bergamo.

Relatore in molti convegni, in Italia e all'estero,  i suoi volumi sono tradotti in varie lingue.

Nel 2013 ha ricevuto il premio Capri-San Michele per il volume Augusto del Noce. La legittimazione critica del moderno edito da Marietti.

Nel 2017 ha pubblicato il volume Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book, Milano 2017, cui sono seguite le traduzioni in lingua inglese, spagnola, portoghese, polacca, croata, tedesca.

E' autore delle seguenti monografie: La figura di Cristo in Hegel, Studium, Roma 1983; Romano Guardini. Dialettica e antropologia, Studium, Roma 1990 ( 2° ediz. 2004); L’età dello Spirito in Hegel. Dal Vangelo “storico” al Vangelo “eterno”, Studium, Roma 1995; Posmodernidad y cristianismo, Encuentro, Madrid 1997; Il soggetto assente. Educazione e scuola tra memoria e nichilismo, Itacalibri, Castel Bolognese (RA), 2005 (Edizione spagnola, Encuentro, Madrid 2005; UCSS, Lima 2007); Secolarizzazione e nichilismo. Cristianesimo e cultura contemporanea, Cantagalli, Siena 2005 (Edizione spagnola, Encuentro, Madrid 2007); L’era dello Spirito. Secolarizzazione ed escatologia moderna, Studium, Roma 2008; Maestri e testimoni, Edizioni Messaggero, Padova 2009; Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno, Marietti, Genova-Milano 2011; Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson. La fine dell’era costantiniana, Marietti, Genova-Milano 2013; Senza legami. Fede e politica nel mondo liquido: gli anni di Benedetto XVI, Studium, Roma, 2014; Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno, Edizioni di Pagina, Bari, 2015; Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book, Milano 2017; Hegel. La cristologia idealista, Studium, Roma, 2018; Romano Guardini. Antinomia della vita e conoscenza affettiva, Jaca Book, Milano, 2018; Modernità e ateismo. Il dibattito nel pensiero cattolico italo-francese, Jaca Book, Milano 2019; La terza età del mondo. L’utopia della seconda modernità, Studium, Roma 2020; Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo, Jaca Book, Milano 2021(Edizione inglese, Liturgical Press, Collegeville [Minnesota] 2021, Edizione spagnola, Encuentro, Madrid 2022); Il dissidio cattolico. La reazione a Papa Francesco, Jaca Book, Milano 2022.

Per un approfondimento del suo pensiero si cfr l’intervista a Serena Meattini: Il libro su Bergoglio e la mia formazione intellettuale, in <>, 27-02-2019 (http://www.insulaeuropea.eu/2019/02/27/il-libro-su-bergoglio-e-la-mia-formazione-intellettuale-serena-meattini-dialoga-con-massimo-borghesi/).