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La Guerra dello Yom Kippur e la reazione della stampa cattolica all’esplosione del conflitto: Riflessioni sulle riviste Civitas e La Civiltà Cattolica

Il conflitto del 1973 si innesta in una vicenda bellica iniziata nel 1948 con la proclamazione dello Stato di Israele avvenuta sulla base di una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947. Con questa risoluzione L’ONU varava un piano di spartizione della Palestina, con cui si destinava una parte del territorio agli ebrei per la costituzione dello Stato di Israele e la restante parte agli arabi palestinesi per la costituzione di un loro Stato; il piano sanciva inoltre la internazionalizzazione di Gerusalemme. Ma i Paesi Arabi circostanti alla Palestina come la Giordania, l’Egitto, il Libano, la Siria e l’Iraq, per una serie di ragioni storiche, culturali, religiose etniche e politiche, non avevano mai voluto riconoscere il nuovo Stato di Israele. Così dalla prima guerra del 1948 in poi, la questione arabo-israeliana ha ruotato attorno a due opposte ragioni e finalità: per gli arabi si trattava di ricacciare gli ebrei fuori dai territori da questi occupati e sopprimere l’esistenza del nuovo Stato; gli ebrei invece volevano consolidare l’esistenza del loro Stato e ampliarne i confini. Dopo la crisi di Suez fecero la loro comparsa nel conflitto medio-orientale le organizzazioni militari palestinesi: l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ed in particolar modo AL FATAH (La conquista) che venne fondata a Gaza nel 1956. Queste formazioni incontrarono un grande favore tra i profughi palestinesi che vedevano nella lotta per la liberazione della patria usurpata la soluzione degli antagonismi dolorosi che laceravano la patria araba. Gli arabi riconoscevano in Israele e nel sionismo un nemico della loro indipendenza e libertà, lo vedevano ricco per le sovvenzioni internazionali, stimato dall’opinione pubblica, mentre loro risultavano essere un popolo sfrattato e diviso, sfruttato e oppresso. Emblematici i versi della poesia Carta d’Identità che il poeta palestinese Mahmud Selim Darwish (1941 – 2008) ha scritto nel 1964:

Prendi nota

sono arabo

mi chiamo arabo non ho altro nome

sto fermo dove ogni altra cosa

trema di rabbia

ho messo radici qui

prima ancora degli ulivi e dei cedri

discendo da quelli che spingevano l’aratro

mio padre era povero contadino

senza terra né titoli

la mia casa una capanna di sterco […]

Prendi nota

sono arabo

Hai rubato le mie vigne

e la terra che avevo da dissodare

non hai lasciato nulla per i miei figli

soltanto i sassi

e ho sentito che il tuo governo

esproprierà anche i sassi

ebbene allora prendi nota che prima di tutto

non odio nessuno e neppure rubo

ma quando mi affamano

mangio la carne del mio oppressore

attento alla mia fame,

attento alla mia rabbia.

Mahmud Selim Darwish tornato semiclandestino in patria nel 1948, dopo un esilio forzato in Libano, trovò il villaggio natale raso al suolo e non vedere più i luoghi della sua infanzia fu come non ritrovare sé stesso. Durante la permanenza a Beirut, approdo di esuli e intellettuali non solo arabi, entrò in contatto con la letteratura internazionale. È da notare il suo linguaggio poetico che attinge alle lotte, alla solitudine, alle sofferenze del vissuto quotidiano traducendo la condizione palestinese in un’esperienza umana di valore universale.

Il contrasto fra Israele e gli Stati arabi divenne più forte dopo la guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967), nella quale l’esercito israeliano inflisse una durissima sconfitta all’Egitto, impadronendosi dell’intera penisola del Sinai e dei territori della Transgiordania. Da allora gli incidenti di frontiera, gli attentati terroristici, le rappresaglie divennero un fatto endemico, ed Israele fu costretta a battersi non solo contro i governi degli Stati arabi, ma altresì contro la resistenza palestinese. Il 6 ottobre 1973 le truppe egiziane sferrarono un attacco sul fronte del canale di Suez mentre quelle siriane sul fronte delle alture del Golan, cogliendo di sorpresa l’esercito israeliano. La sorpresa per parte israeliana fu pressoché totale, in quella che venne poi chiamata milhemet yom ha-din, la «guerra del giorno del giudizio». Lo sviluppo delle operazioni belliche fu dettagliatamente descritto e raccontato dalla stampa del tempo che portava tutto il mondo a comprendere i fatti e le strategie che furono determinanti per arrivare alla cessazione del fuoco dopo 17 giorni di guerra, esattamente il 23 ottobre 1973. Dopo sporadici scontri, proseguiti fino al 28 ottobre, si raggiunse il cessate il fuoco e in poche settimane dall’esito del contrattacco israeliano, si determinò il ripristino dei confini antecedenti al 1967: fu restituito all’Egitto il Sinai, ma non la Striscia di Gaza e rimasero in possesso israeliano le alture del Golan. Israele aveva vinto, anche se non pienamente: la guerra del Kippur era costata grandi sacrifici umani, lo spreco di immense risorse e danni ingenti a strade, aeroporti oleodotti e centrali elettriche. Durante i giorni di guerra, a Tel Aviv e a Gerusalemme, la censura riceveva ordini drastici: Israele, come nel 1956 e nel 1967, manipolava abilmente le informazioni che erano, per lo Stato israeliano, parte integrante del conflitto. Nessun corrispondente straniero presente nel Paese aveva idea di ciò che stava accadendo e quei pochi che sapevano qualcosa, non potevano assolutamente trasmettere alcuna informazione. Così nel mondo si pensava che gli egiziani fossero padroni della situazione; invece a sorpresa Israele poneva in atto una vigorosa controffensiva e riusciva a ottenere una indiscutibile vittoria.

In Civitas, rivista mensile di studi politici fondata nel 1919 da Filippo Meda, nel numero del 10 ottobre del 1973, anno XXIV, nella sezione rassegne, è presente il primo articolo che affronta la guerra dello Yom Kippur. L’articolo intitolato Difficoltà nel mondo arabo fu scritto da Mino Brunetti, il quale illustrava la situazione mediorientale e, per quel che riguardava il conflitto arabo-israeliano, l’assenza pur vaga di possibili soluzioni. In questa situazione si inserisce anche il disaccordo tra i leader politici Sadat, Husayn e Assad che non riuscivano ad accordarsi sulla tematica della Resistenza palestinese e il suo posto nel mondo arabo.

I fatti dello Yom Kippur sono stati immediatamente approfonditi nelle pagine di La Civiltà Cattolica ovvero la più antica rivista culturale italiana ancora in attività. Nel numero del 3 novembre 1973 è presente l’articolo dal titolo Il quarto conflitto arabo-israeliano firmato da padre Giovanni Rulli, classe 1918 e storica firma de La Civiltà Cattolica. Nel corso della sua lunga permanenza alla sede della rivista romana dei gesuiti, per oltre cinquant’anni (1953-2012) ha sempre, a mio parere, soprattutto nella sua veste di responsabile del settore esteri e con le sue analisi sul mondo, offerto uno sguardo originale e mai banale sulle questioni nodali come quella che lui definiva «l’anomalia dello Stato d’Israele». Ritengo mirabile la capacità di Rulli nell’evidenziare come, nonostante ad aprire il fuoco fossero stati gli arabi, il vero problema del conflitto non dipendeva da chi avesse sparato il primo colpo, ma piuttosto dalla caparbietà dei due contendenti che in sei anni di tregua non erano stati capaci di trovare un qualsiasi punto di incontro ma avevano invece approfondito il solco del loro dissidio scavando nell’incomprensione e nell’odio. Gli Arabi volevano una vittoria sul campo per cui erano disposti ad accettare il negoziato politico e la pace graduale. Per questo e per il maggior pericolo che la tragedia si allargasse fatalmente alle due superpotenze URSS e USA, schierate a fianco delle due parti, si fecero più insistenti gli appelli attraverso gli articoli di stampa per convincere i contendenti a fermare le attività belliche. Il giornalista Rulli, nell’articolo Il quarto conflitto arabo israeliano, le ragioni dell’odio, della rivista La Civiltà Cattolica del 3 novembre 1973, metteva in evidenza Il Comunicato del Consiglio Permanente della C.E.I., un documento religioso di alto valore emesso al termine della sessione autunnale tenuta dal 16 al 18 ottobre.

«Punto culminante di questa sessione è stata la solenne concelebrazione, presieduta dal card. Giuseppe Siri, per esprimere nella preghiera la più intensa partecipazione spirituale al dolore dei popoli travolti dalla guerra».

In tale occasione prima di iniziare la discussione dei punti all’ordine del giorno, i vescovi italiani, in piena solidarietà con gli sforzi che la Santa Sede stava compiendo per la pace, esaminarono le tragiche vicende della guerra ed espressero la loro aperta denuncia in questi termini:

«Non compete certo ai Pastori della Chiesa avanzare giudizi politici o comunque impegnarsi nella difficile valutazione dei singoli avvenimenti che turbano il mondo, non essendo questo il loro compito specifico e mancando oltretutto di strumenti conoscitivi che è impossibile non rilevare, nella loro sconcertante realtà. Anzitutto la guerra. Con la sua inumanità e i suoi orrori, col suo tragico séguito di incalcolabili lutti e catastrofi, essa è tornata a divampare fra popoli di antica civiltà e di tormentata vicenda storica, attorno alla terra di Gesù, Principe della pace».

Appare del tutto evidente che per i Vescovi non era possibile non rilevare le gravissime responsabilità che pesavano sulla comunità internazionale e si comprende perché questi auspicassero nell’intervento delle istituzioni per risolvere quanto prima e in modo giusto e pacifico le intese fra i popoli. E così mentre il mondo attendeva con ansia il prevalere di mediazioni e di negoziati di pace, la violenza del conflitto aumentava. Notiamo come i Vescovi italiani ribadivano continuamente che la pace e il progresso dei popoli non potevano essere garantiti col ricorso alle armi o con l’uso della violenza e sicuramente per questo, si erano fatti promotori della tregua sollecitando e incoraggiando ogni sforzo per favorire le trattative di pace e il rispetto dei diritti dei popoli. I Vescovi stigmatizzavano il diffuso clima di odio, la mancanza di libertà, i metodi di sopraffazione fisica e psicologica della persona umana che si stavano verificando, «un complesso di ingiustizie che costituiscono il nocciolo dei problemi del nostro tempo e la cui soluzione richiede fatica e responsabilità a tutti i livelli della società».

Rulli sottolineava come l’inefficienza del Consiglio di sicurezza, nonostante la risoluzione del 22 ottobre, fosse attribuita specialmente all’atteggiamento delle due superpotenze, USA e URSS, sulle quali ricadeva la responsabilità fondamentale della situazione politica in Medio Oriente. Scoppiata la guerra, infatti, l’Unione Sovietica si era affrettata a organizzare un ponte aereo per il rifornimento di materiale bellico agli arabi mentre qualche giorno dopo, per ristabilire l’equilibrio delle forze, come asserivano, gli Stati Uniti dettero inizio al loro ponte di rifornimenti in favore degli israeliani. Tuttavia vi era in realtà e a mio parere era abbastanza diffusa, l’opinione riportata dalla maggior parte delle testate nazionali che le due grandi potenze non avrebbero permesso di interrompere il loro dialogo distensivo, avviato già da qualche tempo e con buone prospettive. A questo proposito va ricordata la prudente reazione dell’Unione Sovietica all’affondamento di una sua nave militare, da parte degli israeliani, al largo della costa siriana, ma fuori delle acque territoriali. Il viaggio del primo ministro dell’URSS, Alexei Kossighin, al Cairo dal 16 al 19 ottobre, con una tappa a Damasco prima di rientrare a Mosca, e il viaggio del segretario di Stato americano, Henry Kissinger, a Mosca, su invito dell’Unione Sovietica, il 19 ottobre, costituirono il perno della soluzione del conflitto. Possiamo asserire che se queste consultazioni fossero avvenute prima di decidere l’invio dei rispettivi rifornimenti di armi alle due parti in guerra, le due potenze avrebbero potuto annoverare fra i loro meriti anche quello di aver risparmiato lutti e rovine. Rulli in una sua personale riflessione, condivisa con il pubblico di lettori, evidenziava come, pur accogliendo con sensi di ammirazione l’opera di pacificazione svolta dalle due potenze, la coscienza umana si ribellava davanti alla lentezza con cui esse avevano agito in una circostanza tanto drammatica come quella di una guerra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'autore

Carla Anna Penza
Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».