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La doppia anima di Enrico Pulsoni

L’osservatore che s’imbatte nell’ampio tracciato di un artista come Enrico Pulsoni deve subito ammettere una difficoltà: non è impresa da poco tentare di inquadrare la varietà e la complessità di questo percorso in una visione univoca. Le ragioni di tale difficoltà, da parte dell’autore, stanno nel suo stesso modo di esprimersi e di operare, ricorrendo a stili, materie, supporti diversi, che però mi pare riescano a convergere verso un unico fulcro, rivelando comunque un filo rosso, sebbene variegato.

Pulsoni spazia tra ambiti vari: pittura, scultura, disegno, grafica. A proposito del disegno ha affermato che si tratta, per lui, di «appunti» (ciò che mi richiama per molti aspetti la modalità percettiva/espressiva del poeta a cui ho dedicato più energie, ovvero Sandro Penna); sono segnaletiche di un lavoro in corso che può prendere molteplici direzioni anche e soprattutto ricorrendo a materiali eterogenei. Dunque il disegno potrebbe rappresentare la base, il punto di partenza di una più vasta architettura; eppure si ha l’impressione che questa prospettiva di un inesausto work in progress sia poi la cifra costitutiva del laboratorio dell’artista.

Il mio osservatorio, che è quello della letteratura e nella fattispecie della poesia, mi suggerisce di leggere (non a caso) l’opera di Pulsoni all’insegna di un eclettismo pervasivo; eppure, o proprio per questo, non riuscirei a pensare a un poeta da accostargli, perlomeno non in ambito italiano. Per la varietà e sapienza delle tecniche penserei forse a Auden, ma lì c’è una sorta di monumentalità che in Pulsoni non potrei ritrovare. Dal punto di vista della poetica, del modo di rielaborare e reinventare l’esperienza, la fenomenologia dell’appunto, come la vive Penna, gli è più vicina. Allora si comprende come la multiforme, molteplice realtà imponga a sua volta le molteplici reazioni che danno origine a queste pitture, sculture e altro. Pulsoni è anzitutto uno straordinario osservatore che come un impressionista si lascia invadere dal reale per poi, però, restituircelo attraverso il filtro di un suo preciso pensiero e di una precisa emozione (mi riferisco, per esempio, al filone dei Volti travolti).

Bisogna intendersi su questo che ho definito eclettismo, che è spesso – o anche – una forma della maniera per molti artisti, ma non in Pulsoni. La varietà del suo segno è indice semmai di una ricchezza espressiva, va da sé, e il suo eclettismo si nutre proprio della varietà più che della variazione. Eclettismo qui equivale a sperimentalismo nel significato più artigianale, nobilmente artigianale del termine e in questa accezione è sinonimo anche di una curiosità altrettanto inesausta, che porta Pulsoni ad avvicinarsi proprio ai poeti, alla ricerca di possibili sinergie. Questa curiosità è spesso accompagnata, a sua volta, dall’ironia. Nel suo percorso Pulsoni si è fatto anche editore con il progetto 51-70, una serie di volumetti in edizione d’arte che seguono una numerazione giocosamente reinventata; qui il segno artistico si scinde tra segno linguistico, alfabetico (ma è comunque una scrittura che subisce una ri-scrittura) e segno grafico, per poi ricomporsi in unità straordinarie nella loro peculiarità, che riprende tecniche e modi tipici (per esempio leporetti e doppi leporetti speculari, o il gioco surrealista del cadavre exquis).

C’è in effetti un certo surrealismo di fondo che percorre questo tracciato nella sua interezza, a ben guardare. Sempre a proposito di disegni, Pulsoni ha affermato che «tendono al nero come un sonno artificiale che ci inabissa in un vortice profondo di sensazioni». Ci troviamo allora nel cuore di una percettività ancora moderna, più che post-moderna, dove quel «vortice» riflette il guardare e il sentire eccessivamente stimolati nel soggetto ottocentesco e novecentesco, che vive (subisce) le grandi trasformazioni metropolitane. Penso a quella “simultaneità” che già il Baudelaire dello Spleen di Parigi descriveva come de tous le cotes à la fois: nella celebre Perdita d’aureola la morte arriva al galoppo da ogni lato e simultaneamente. C’è già qualcosa di surrealista, qui, ed è proprio la vertigine di una modernità che incombe e provoca quello che un interprete d’eccezione come Walter Benjamin ha definito «choc».

Questa speciale reattività la ritrovo in Pulsoni, nella sua vibratile varietà, nel suo eclettismo gioioso e insieme sofferto. Il gran teatro del mondo è divenuto una miriade di spettacoli simultanei che l’occhio dell’artista non sa, né vuole evitare. Insomma Pulsoni ci mostra una doppia anima, come è sempre quella del comico: sotto la maschera sorridente si avvertono il disagio, la critica, la presa di distanza, l’urgenza del dire, insomma un soffrire anticonformistico di cui mi sembra di cogliere le tracce in ogni sua opera. Stavo per scrivere in ogni sua tappa, ma proprio per ciò che ho cercato di descrivere non saprei parlare di vere e proprie tappe: qui non si procede per periodi, per sperimentazioni susseguenti, ma tutto può accadere e trovare espressione in un medesimo nucleo di tempo, tempo che in Pulsoni si fa azione.

Allora, volendo tentare una chiusura di discorso – che in ogni caso contrasterebbe con le tracce sempre aperte di cui Pulsoni dissemina i suoi molteplici sentieri – potrei forse dire che la risposta che questo artista replica alle tentazioni (alle lusinghe?) del post-moderno è sempre una risposta viva e non concettuale. È, direi, una risposta profondamente materica, che deve nutrirsi di necessità di ogni supporto possibile, perché è proprio nel polimorfismo, nella plasticità della materia che l’artista demiurgo, come Pulsoni è, trova la radice prima del suo speciale eclettismo.

L'autore

Roberto Deidier
Roberto Deidier (Roma, 1965) è poeta e saggista. Nel 1995 pubblica Il passo del giorno (Sestante, premio Mondello opera prima), con prefazione di Antonio Prete; nel 1999 Libro naturale, con un’incisione di Giulia Napoleone e nel 2002 riunisce i primi due libri in Una stagione continua (peQuod, risvolto di Fernando Bandini). Sempre di quell’anno è Il primo orizzonte (San Marco dei Giustiniani, prefazione di Luigi Surdich, incisione di Piero Guccione). Nel 2011 con Empirìa pubblica una scelta delle sue traduzioni poetiche, Gabbie per nuvole e nel 2014 appare Solstizio (Mondadori, premio L’Aquila-Laudomia Bonanni, premio Frascati, premio Brancati). Nel 2017, con acquarelli di Giancarlo Limoni, dà alle stampe Dietro la sera (Il Bulino) e nel 2021 All’altro capo (Mondadori, copertina di Giulia Napoleone, premio Pisa, premio Moncalieri, premio Pascoli). Nel 2022, con disegni di Laura Fortin, appare Nero residuo (Le farfalle). Nel 2025 escono le poesie di Quest’anno il lupo fissa negli occhi l’uomo, per l’editore Molesini di Venezia e una raccolta di prose, Altre Samarcande, per le edizioni Giometti & Antonello. È ordinario di Letteratura italiana presso l’università di Palermo. Per Sellerio ha pubblicato Le forme del tempo. Miti, fiabe, immagini di Italo Calvino (2004, nuova edizione 2023), Le parole nascoste. Le carte ritrovate di Sandro Penna (2008), Il lampo e la notte. Per una poetica del moderno (2012); per Marsilio Persefone. Variazioni sul mito (2010) e per Donzelli Kore, la ragazza ineffabile. Un mito tra passato e presente (2018). Ha curato opere e carteggi di autori come Montale, Saba, Sicari, Manganelli, Bellezza e Sandro Penna, di cui è apparso nel 2017 il “meridiano” Mondadori. Per la stessa collana ha tradotto le poesie di John Keats (2019). Ha ricevuto il premio Città di Latina (2019) e il premio Libero de Libero (2021), entrambi alla carriera.