“Avere un cuore che non si indurisce mai,
un carattere che non si stanca mai
e un tocco che non fa mai male”
Charles Dickens
Il 1800 fu un secolo d’oro per la letteratura inglese. Se cerchiamo una lista dei 19th-century British writers troveremo quasi 500 nomi tra cui quelli di molte scrittrici. Il più celebre scrittore nel mondo tra di loro era Charles Dickens. Era dotato di una inesauribile fantasia, di uno stile letterario unico che a volte può sembrare quasi bizzarro e stravagante al lettore non inglese, specialmente in “Casa desolata”, spesso intriso di un linguaggio dialettale o del gergo della malavita consono ai personaggi, animato da un forte amore verso la giustizia e verso i più vulnerabili della società. Una volta entrati nel suo mondo romanzesco rutilante, non a caso definito Dickensian, si rimane assolutamente affascinati dalle sue trame appassionanti, dalle descrizioni di botteghe e bottegucce, di officine e tetri tribunali, di case ricche e tuguri e dall’umanità che pervade alcune sue intuizioni e dalla saggezza di alcune sue frasi.
Charles Dickens fu anche il primo scrittore a dare rilievo ai personaggi dei bambini e degli adolescenti (primo fra tutti Oliver Twist a cui viene rifiutato un cucchiaio di zuppa) a denunciare con grande forza la condizione terrificante dell’infanzia disagiata nell’Inghilterra Vittoriana (basti pensare a quel capolavoro che è “Nicholas Nickleby”), un’Inghilterra che per quanto potente su un piano territoriale e militare (era il più grande impero del mondo) lasciava nella povertà una gran parte della sua popolazione. Egli stesso aveva avuto un’infanzia molto difficile, era nato a Portsmouth, una cittadina, nel 1812 sotto il segno sognatore ed avventuroso dell’Acquario. Suo padre era un impiegato della Marina e la famiglia si trovava in notevoli ristrettezze economiche. Queste ristrettezze aumentarono sempre di più quando il padre venne incarcerato per via di alcuni debiti non pagati, un trauma che Dickens rivelò durante la sua vita soltanto a due amici e che venne reso pubblico dal suo primo biografo Forster. Il padre, che era un uomo distinto, restò in carcere soltanto pochi mesi ma Charles Dickens si ricordava con terrore le visite nella prigione Marshalsea, che descrisse con vivida forza letteraria nei romanzi “La piccola Dorrit” e “Il circolo Pickwick”. La famiglia del futuro grande scrittore era allora precipitata in una grande povertà, i loro mobili erano stati venduti e Charles, dodicenne, era stato costretto a trovare lavoro come operaio in una fabbrica di lucido da scarpe. Si era sentito umiliato e il fatto che sua madre avesse approvato il lavoro in fabbrica, anziché aver cercato di evitarlo fu un ricordo sempre doloroso per lo scrittore. Egli era un ragazzino molto grazioso e amabile nei modi, scherzoso e simpatico, di salute cagionevole, ed avrebbe voluto continuare gli studi. La rivoluzione industriale era in pieno svolgimento e stava travolgendo tutto un mondo e una mentalità. Proprio l’Inghilterra fu il paese dove questa rivoluzione aveva avuto inizio al principio del 1800 con l’apertura delle fabbriche, casermoni grigi e sconfortanti spesso sotto la classica pioggia britannica, con orari di lavoro lunghissimi, nessun diritto sindacale, e men che meno tutele per la salute. La rivoluzione industriale produsse alcuni effetti: il primo fu la fine del mondo antico, settecentesco, facendo scomparire tanti lavori che si potevano fare a casa, poi lo spostamento di moltissime persone da piccoli borghi verso grandi città come Londra o altre, l’arricchimento di tanti industriali, la nascita di un movimento pre socialista che si oppose alle condizioni in cui vivevano gli operai che spesso trovavano nell’alcolismo l’unico rifugio alla loro emarginazione nella capitale fumosa e piena di nebbia.
Ciò che salvò Charles Dickens da rimanere uno dei tantissimi poveri operai inglesi fu proprio la scoperta della letteratura e la sua determinazione. La memorabile scena in cui David Copperfield scopre i libri e si innamora della letteratura è un episodio autobiografico come confermano sia la figlia Mary, detta Mamie, sia dal fedele amico e biografo Forster. Conclusa la brutta esperienza della fabbrica Charles Dickens divenne un ottimo dattilografo che ricopiava ciò che veniva detto nei processi, iniziò ad essere notato per la sua solerzia e precisione e riuscì a pubblicare, appena ventenne, alcuni schizzi umoristici su una rivista e a diventare un giornalista.
A quei tempi i romanzi venivano pubblicati spesso sulle riviste capitolo dopo capitolo ogni settimana e se avevano avuto successo venivano poi pubblicati in un unico volume. Lettori e lettrici aspettavano ansiosamente settimana dopo settimana il capitolo susseguente pagando pochi spiccioli per le riviste che era uno dei pochi svaghi di quei tempi senza elettricità oltre alle partite a carte serali, a twist o faraona, e al gioco degli scacchi. Un testimone racconta che operai, lavandaie e cameriere anche se analfabeti pagavano qualcosa a qualcuno che sapeva leggere a voce alta nel loro quartiere e si riunivano insieme la domenica per ascoltare i capitoli dei romanzi di Dickens. Le case editrici facevano contratti capestro agli scrittori (ieri come oggi), e, solo per menzionare i casi più eclatanti, ci fu quello di Silvio Pellico che per un best seller autobiografico come “Le mie prigioni” aveva avuto come unico compenso dal suo editore una cifra modestissima o come Dostoevskij che fu addirittura obbligato a scrivere un romanzo, “Il giocatore”, in pochissimo tempo perché vincolato a un editore lestofante. Anche Dickens venne oppresso da un editore che guadagnava molto più di lui, come Victor Hugo in Francia, ma riuscì a liberarsene. A 24 anni egli divenne celebre pubblicando “Il circolo Pickwick”, divertente libro sui viaggi, le avventure e le disavventure di quattro singolari personaggi nell’Inghilterra rurale del 1827 (in cui risplende il personaggio del saggio domestico Sam Wellers), e pian piano ricchissimo, ma sempre aiutando i più sfortunati con larghe donazioni e progetti filantropici. Egli scriveva tutti i giorni e ben presto le sue opere divennero un’amabile abitudine per lettrici e lettori non solo in Inghilterra ma anche all’estero. Ma fu “La piccola Dorrit” il romanzo della maturità in cui lo scrittore attaccò energicamente la società in cui viveva descrivendola non più in stile umoristico ma potentemente drammatico: contro il sistema carcerario descrivendo Marshalsea, la già citata prigione londinese; contro il potere politico corrotto e contro, lui che era cristiano, la religiosità artificiosa e severissima della madre di Clemman, introverso eroe del romanzo. La timida, delicata Amy Dorrit sembra invece essere un ritratto di Ellen Ternan, che come vedremo fu tanto importante negli ultimi vent’anni di vita dello scrittore o forse della mai dimenticata cognata Mary Hogarth, (Mary era deceduta improvvisamente a soli 16 anni al ritorno da un ballo e Dickens ne fu comprensibilmente tanto addolorato e scioccato che non poté più scrivere per vari mesi).
Nei libri di Dickens non mancano personaggi cupi, criminali come quello che uccide la prostituta in “Oliver Twist”, sfruttatori, ladri, violenti e malvagi come Uriah Heep in “David Copperfield” o il sadico psicopatico Orlick in “Grandi speranze” o spaventosi come Cruncher, il custode del tribunale, che dissotterra cadaveri di notte per venderli agli anatomisti (un “mestiere” che esisteva davvero nella Londra del 1700 e 1800) e che maltratta fisicamente e psicologicamente la sua brava moglie con accuse paranoiche. E ancora il gelido e spietato signor Dombey che in “Dombey e figlio” fa soffrire tanto i piccoli Paul e Florence e che è, insieme al suo socio Carker, il ritratto perfetto di un deplorevole capitalista. Personaggi sprezzanti e insensibili come la bella Estella, coprotagonista di “Grandi speranze” insieme al piccolo e tenero Pip, poi adulto, da sempre innamorato di lei, o Edith Granger in “Dombey e figlio”, donna altera, sprezzante, molto bella e profondamente delusa dalla vita. E anche molti personaggi brillanti, teatrali, esilaranti o stravaganti, tra i quali Miss Havisham sempre in “Grandi speranze”, un’anziana signora ricchissima che vive isolata, solitaria, terrorizzata dagli orologi e che odia tutti gli uomini da quando è stata lasciata da un vecchio spasimante, ieratica ed eccessivamente attaccata alla sua “figlia” adottiva. Estella, o divertenti come la scapestrata Flora che si esprime in lunghi monologhi saltando da un argomento all’altro nel vano tentativo di riconquistare le attenzioni sentimentali del buon e disilluso Clemman in “Little Dorrit” o il celebre Scrooge, l’avaro di “Racconto di Natale”, che cambia radicalmente dopo l’inquietante apparizione notturna di un fantasma (un racconto di forte impatto emotivo perché tocca i temi delle occasioni perdute, della nostalgia e dei rimorsi). Nei romanzi ci sono anche alcuni personaggi particolarmente contrastanti ma complementari come nell’avvincente “Racconto di due città”: una figura “luce”, il nobile di nome e di fatto Darney e una “ombra”, secondo la teoria junghiana che Dickens anticipa letterariamente di un secolo, nel depresso Carton, che avrà un grande riscatto morale o particolarmente delicati come Lucie Manette che sarebbe, secondo i critici, un ritratto di Ellen Ternan. Ma i suoi romanzi sono anche pieni di personaggi buoni e sensibili come Pip e David, Oliver Twist, Amy Dorrit, Paul e Florence o Esther di “Casa desolata”, forse il romanzo tra i suoi con la trama più intricata, o il fantastico, indolente, affabile Joe, il fabbro di “Grandi speranze”. Nel romanzo “Martin Chuzzlewit” Dickens crea due personaggi meravigliosi: uno è quello di Tom Pinch, un uomo sensibile, delicato e ingenuo che vede crollare il mito in cui aveva creduto: il falso moralista Pecksniff, che in verità è un pessimo soggetto. Il capitolo 31 del libro è uno dei più belli mai scritti da Dickens. L’ altro personaggio è l’esilarante Sarah Gamp, un’infermiera che usa metodi poco ortodossi, occupandosi sia di nascite che di funerali, alcolizzata, che gira sempre con un ingombrante ombrello, che parla incessantemente ed immagina di prendere il tè nel pomeriggio conversando amabilmente con una signora, la signora Harris, il cui unico problema è che in realtà non esiste! Il personaggio ebbe tanto successo che in inglese slang “gamp” significa ombrello. Tra i romanzi di Dickens vanno infine menzionati, “La bottega dell’antiquario”, un capolavoro, e il quindicesimo e ultimo romanzo incompiuto “Il mistero di Edwin Drood”.
Nel 1870 Charles Dickens stava lavorando al romanzo ed aveva scritto fino al 22esimo capitolo quando ebbe un grave ictus e morì il giorno seguente. Le edizioni del libro sono state poi continuate da altri autori, una scorrettezza letteraria verso Charles Dickens. La storia si ambienta in una immaginaria cittadina inglese, tranquilla e sonnolenta, fino a quando il giovane Edwin Drood, un ragazzo indolente, scompare misteriosamente. Vengono solo ritrovati due oggetti appartenuti a lui. Il caso viene catalogato come un omicidio anche se in realtà non si sa se Edwin non sia invece fuggito volontariamente dalla cittadina. Lo zio di Edwin Drood, Jasper, è un personaggio che già solo in pochi capitoli sembra essere un caposaldo dickensiano: un uomo ancora giovane ma afflitto da molti misteri nonché frequentatore di una venditrice di oppio nei sobborghi londinesi. Egli ha anche una violenta passione segreta per Rose, la fidanzata di Edwin. La parte che descrive gli stati d’animo durante il viaggio di Rose a Londra, il suo stupore da provinciale di fronte alla capitale è, secondo me, la più bella del manoscritto.
Nel 1836 a 24 anni Charles Dickens, ormai famoso, si era sposato con la ventunenne Catherine Hogarth, una ragazza bruna molto carina, figlia di un giornalista scozzese, e sembra che a lungo il loro matrimonio sia stato felice. Sappiamo poco di questa donna che divenne la moglie di uno scrittore celebre, che pubblicò un libro di cucina intitolato “Shall we Have for Dinner ?”, che lo accompagnò nel viaggio negli Stati Uniti in cui Dickens restò indignato da come erano trattati gli Afro American, allora schiavi e che si batté contro la schiavitù e nei viaggi in Italia (su cui egli scrisse un piacevole memoriale) o in Francia e Svizzera. Ebbero dieci figli e vissero insieme la già menzionata tragedia di Mary e più tardi la perdita di due figli. La casa di Dickens a Londra, è una gradevole casa tipicamente britannica a tre piani, benestante ma non sfarzosa, anzi con una sua semplicità, un pianoforte, un tombolo, alcuni mobili, una cucina assai bella, con sobri utensili. Nel breve e squisito memoriale di Mary Dickens, Mamie, “My Father as I Recall Him” emerge un Dickens privato, molto affettuoso con i figli, amante delle recite, scherzoso ed affezionato al suo uccellino domestico e altri animali nonché indefesso lavoratore. Egli si interessò anche alla nascente parapsicologia e al magnetismo del dottor Mesmer, allora molto famoso.
Nel 1856 quando Dickens aveva 45 anni e già il matrimonio con la moglie era in crisi egli conobbe un’attrice diciottenne, Ellen Ternan, spesso chiamata Nellie. Era una ragazza bionda molto carina dall’aria arguta. Bisogna ricordare che il mondo del teatro godeva allora di una cattiva fama: gli attori erano visti come vagabondi girovaghi, le attrici come ragazze di facili costumi (anche se nessuno dice che Ternan lo fosse), accanto ad opere di Shakespeare i loro repertori erano costituiti da improponibili feuilleton. La nota saggista Claire Tomalin ha tentato di ricostruire questa storia, quella di Charles ed Ellen, in un pregevole saggio intitolato “The Invisible Woman” che è stato poi alla base di un bellissimo film. Fu una situazione drammatica perché Dickens si trovò a vivere una doppia vita, una cosa certamente spiacevole per lui, ma se fosse emersa pubblicamente una relazione sentimentale extra coniugale sarebbe scoppiato uno scandalo enorme, forse Dickens sarebbe stato processato per adulterio e last but not least Ellen Ternan avrebbe perso la sua reputazione. Ciò che per noi che viviamo nel XXI secolo è accettabile, non lo era affatto nel XIX secolo. In più la regina Victoria, che Dickens aveva conosciuto personalmente, aveva instaurato un severo moralismo nella suo regno nonché nelle sue vastissime colonie tra cui l’India. Ciò dovette comportare per lo scrittore una grande tensione psicologica e dissidi con la moglie, basti pensare che avevano due camere da letto comunicanti e che Dickens aveva messo un armadio davanti alla porta di comunicazione per impedire alla moglie di entrare nella sua stanza. Addirittura c’è chi dice che Dickens abbia tentato di far ricoverare la moglie in una clinica per malattie nervose il che non è confermato da evidenze storiche. Sembra però che Catherine abbia realmente sofferto di un non diagnosticato malessere psicologico. C’è chi dice che Dickens ed Ellen avessero avuto un figlio in Francia che sarebbe deceduto in tenera età, ma anche qui siamo nel campo delle ipotesi senza solide basi. Nel 1860 Dickens con la collaborazione di tre figli, bruciò tutta la sua corrispondenza tra cui anche lettere di altri scrittori celebri, familiari, amici e di Ellen. Ci si chiede perché questo auto da fé quando sarebbe bastato bruciare le lettere di lei. Forse era esausto del passato o forse voleva essere ricordato dai posteri solo per le sue opere letterarie. Infatti Ellen è stata una persona importantissima nella vita dello scrittore e come ipotizza la Tomalin nonché la stragrande maggioranza dei biografi moderni dello scrittore la sua compagna o amante che dir si voglia per ben 13 anni, praticamente una seconda moglie. Ormai quasi nessuno sostiene più come prima che lei fu solo un’amica dello scrittore ma sembra sempre più evidente che fu il motivo principale della rottura tra Charles Dickens e la moglie dopo 24 anni di matrimonio. Egli fu talmente abile da far sparire praticamente quasi tutte le tracce del rapporto umano tra lui ed Ellen tanto che esso rimase sconosciuto fino al 1939 e poi riemerse nel 1952, suscitando grande scandalo. I biografi precedenti ad allora avevano accuratamente omesso di menzionare Ellen mentre invece ne parlarono Peter Ackroyd ed altri. Tuttavia alcuni rumours o voci di corridoio erano emerse anche quando lo scrittore era ancora in vita ed egli aveva pubblicato un vibrante annuncio sul Times dichiarando che le voci che circolavano su di lui e anche su “innocent persons dear to my heart”, come scriveva, erano assolutamente false. Erano quelle innocenti persone care al suo cuore Ellen e la madre di lei? Quasi certamente sì.
Il 9 giugno 1865 Charles Dickens, Ellen e la madre di lei stavano viaggiando su un treno quando avvenne un tragico incidente ferroviario noto come “incidente di Staplehurst”. Essi si salvarono per miracolo, soltanto il vagone in cui stavano viaggiando non era deragliato. Dickens, confortate e messe le due donne al sicuro, si prodigò per aiutare i passeggeri, molti dei quali morenti o gravemente feriti, diede loro qualche sorso di rum per tentare di alleviare le loro sofferenze e prestò loro soccorso per quello che poteva. Egli evitò sempre di raccontare questo tragico episodio, da cui rimase scioccato, perché era in compagnia della giovane attrice. Qualche anno dopo la morte dello scrittore, che aveva lasciato un’ingente somma e una villa ad Ellen, ella si sposò con un distinto inglese e sia lui sia i loro due figli rimasero all’oscuro di questa vicenda. Ellen, fedele alla linea di condotta di Dickens, aveva mantenuto il silenzio.
La crisi con la moglie si risolse quando Dickens le comprò una casa e le diede un alto vitalizio, dei dieci figli ben nove rimasero con il padre e solo un figlio maschio seguì la madre. Anche oggi sui social media ci sono inglesi che insultano quello scrittore, che tanto ha influenzato la loro patria, accusandolo di essere stato un marito degenere ma in realtà Charles Dickens fu solo un uomo che a un certo punto della sua vita si innamorò di un’altra donna. Con ciò non vogliamo dire che Catherine Hogarth Dickens, sua moglie, avesse avuto sempre torto, anzi Lillian Nayder ha pubblicato il saggio “The Other Dickens: A Life of Catherine Hogarth” dedicato a lei. Catherine era veramente diventata una moglie insopportabile o era Dickens ad essere obnubilato da Ellen? Oppure la verità era nel mezzo? Il fatto che nove dei loro dieci figli si fossero schierati con il padre testimonia a suo favore? A mio avviso è una storia talmente privata, che tocca sentimenti così intimi e di cui si conoscono solo labili frammenti per cui non si possono esprimere sensate opinioni e tantomeno giudizi su di essa. La salute fisica dello scrittore si deteriorò, le conferenze che teneva ad un ritmo frenetico lo esaurivano, iniziò ad avere problemi cardiaci e purtroppo a 54 anni, l’8 giugno 1870, ebbe una grave emorragia cerebrale e morì il giorno seguente. Per una coincidenza più che singolare era l’anniversario, cinque anni dopo, dell’incidente ferroviario, il 9 giugno.
(L’articolo è tratti dal libro Pagine Sparse – Studi Letterari)
L'autore
- Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna e di Giuliana Scappino, produttrice cinematografica. Ha pubblicato finora otto libri: "Un navigante senza bussola e senza stelle" (poesie); "Pensieri cristallini" (poesie); "La nostalgia delle 6 del mattino" (poesie); "In questi giorni UFO volano sul New Jersey" (poesie), "Storie fatte di niente", (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo "Il giovane senza nome" e il saggio "Pagine sparse – Studi letterari" e "Poesie 1982 - 2025". Ha scritto 200 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film "La lampada di Wood" che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio "Ciao, Francesca" e alcuni documentari tra Londra e Zurigo. Collabora con le riviste letterarie Insula Europea, Il Randagio e un paio website. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
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