Dopo il 1948, la Santa Sede aveva espresso ripetutamente profonda preoccupazione sia per lo stato dei Luoghi Santi, sia per il destino dei cristiani palestinesi, molti dei quali avevano perso la casa lottando a fianco dei loro connazionali musulmani nella prima guerra arabo-israeliana. Paolo VI fu il primo papa ad affermare in modo esplicito che i palestinesi erano un popolo, piuttosto che un semplice gruppo di rifugiati e che, anche se cosciente della tragedia che aveva condotto il popolo ebraico a cercare una protezione sicura in un suo Stato sovrano e indipendente, non si potevano ignorare i diritti e le aspirazioni legittime dei palestinesi. Mentre i cattolici erano divisi nelle loro posizioni, e quindi se alcuni, ricordando la tragedia catastrofica della Shoah, avevano maggiore comprensione per gli ebrei ed esprimevano solidarietà con Israele e altri evidenziavano l’ingiustizia inflitta ai palestinesi e la necessità di riconoscere una loro patria, la Santa Sede era esplicitamente pro-Palestina. Per i primi diciassette anni dell’esistenza d’Israele, dal 1948 al 1965, il Vaticano si era rifiutato di riconoscere lo Stato di Israele per ragioni teologiche e solo con il Concilio Vaticano II la situazione migliorò e la Chiesa assunse una posizione di equidistanza ed equilibrio nelle questioni arabo-israeliane. È ovvio comunque che in primis che la Chiesa cattolica avesse sempre avuto un orientamento pacifista, nel senso che le controversie si sarebbero dovute risolvere con il dialogo e non con la violenza. E’ vero che quando l’Onu nel 1948 aveva individuato nella Palestina una terra per gli ebrei, i palestinesi non erano stati affatto consultati, e ciò chiaramente aveva portato a seminare odio e dissapori. Per la Santa Sede gli ebrei non avrebbero dovuto espropriare i palestinesi che vivevano in quella terra da secoli. Il Cardinal Francesco Monterisi, originario della città di Barletta, ha dichiarato che nel 1970, quando in veste di diplomatico della Santa Sede fu incaricato di seguire le delicate questioni del Medio Oriente, aveva incontrato delle autorità religiose ebraiche le quali sostenevano che la chiesa avrebbe dovuto comprendere, dalle pagine dell’Antico Testamento, come la Palestina fosse la terra promessa al popolo ebraico. Un motivo che poteva sembrare valido, riferisce il Cardinale, solo se quella terra non avesse avuto un popolo e l’occupazione non avesse generato una guerra perenne. Soffermandoci intanto nella lettura del Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana del 15 novembre 1973 in cui si apprende il contenuto del Comunicato del Consiglio Permanente della C.E.I.:
«Nei giorni 16-17-18 ottobre 1973 si è riunito a Roma, in sessione autunnale, il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana. Punto culminante di questa sessione è stata la solenne concelebrazione, presieduta dal Card. Giuseppe Siri, per esprimere nella preghiera la più intensa partecipazione spirituale al dolore dei popoli travolti dalla guerra. Un messaggio di piena solidarietà agli sforzi che la Sede Apostolica sta compiendo per la pace, è stato inviato al Santo Padre».
Da qui deduciamo come la Chiesa, esaminando le tragiche vicende degli ultimi tempi, senza però avanzare giudizi politici o comunque senza impegnarsi nella difficile valutazione dei singoli avvenimenti che turbavano il mondo, non essendo questo il suo compito specifico, non poteva non rilevare che la guerra, con la sua inumanità e i suoi orrori, stava lacerando popoli con una già tormentata vicenda storica. Per questo motivo si sollecitava ogni sforzo per favorire la pace e molti furono gli appelli che in quei giorni il Papa invocava a favore di una tregua. Nel Il Nuovo Torrazzo, nell’articolo in prima pagina dal titolo Reiterati e accorati inviti di Paolo VI alla pace di Michele Bertazzoli del 13 ottobre 1973, Paolo VI, durante l’Angelus della Domenica 17 ottobre, alle prime voci pervenute sul nuovo conflitto: opera questo tipo di riflessione:
«Le notizie amare sull’improvvisa ripresa della guerra nel Medio Oriente, con quelle tristi delle repressioni violente provenienti dal Cile, con tante altre di endemiche situazioni oppressive, commuovono profondamente i nostri animi, e rendono questo momento di preghiera festiva tanto più intenso e più afflitto, anche se non privo, come sempre, di invincibile fiducia. Sì, di fiducia, per il fatto stesso che la sensibilità, anzi la deplorazione da parte dell’opinione pubblica nel mondo, si fa più viva davanti alla violenza ed al sangue, apparendo ormai sempre più chiara l’irrazionalità, l’inumanità del ricorso alla cecità e alla crudeltà delle armi omicide per stabilire l’ordine, o meglio la sopraffazione di uomini sopra altri uomini».
Si pone in risalto come con queste parole il Papa non si esimeva dal mostrare tutta la sua disapprovazione, l’indignazione e la commiserazione per le violenze perpetrate e dava atto che la tragicità dei fatti relativi al conflitto dipendesse dall’inguaribile passionalità dell’uomo e dal suo repentino regresso verso le antiche logiche di violenza, con la conseguenza che le incomprensioni potevano risolversi solo con la guerra.
Come riporta Rulli nell’articolo dal titolo Schiarita nel contrasto arabo-israeliano in La Civiltà Cattolica del 17 novembre 1973, Paolo VI, nell’ Udienza Generale del mercoledì 10 ottobre 1973, chiedeva la sospensione della lotta e l’apertura del dialogo diplomatico:
«Noi affermiamo che la pace non deve essere normalmente cercata con la violenza della rivoluzione, né mantenuta con il peso della repressione; la pace non deve essere una semplice tregua, un equilibrio, come un braccio di ferro, di forze avverse, una pura e contingente combinazione materialista di interessi temporanei, né un’ambiziosa gara di prestigio. La pace deve essere una creazione dinamica e continua di principi umani fondamentali, un frutto dei diritti dell’uomo professati e difesi con radicale onestà».
È plausibile che la constatazione pessimistica della mancata tregua e il fallimento di una mediazione non aveva scoraggiato il Papa il quale, dinanzi ai fedeli radunati in piazza San Pietro la domenica del 14 ottobre, asseriva:
«Questo momento spirituale, per noi, rivestiti d’una missione universale di amore e di servizio, e, pensiamo, per voi, che ormai vi sentite cittadini del mondo, non può oggi prescindere dalla coscienza della guerra, che divampa nel Medio Oriente, intorno al Paese di Gesù […]. Non possiamo chiudere gli occhi; e non possiamo contenerci come spettatori davanti ad una straordinaria partita di forze, lasciandoci prendere dal puro interesse delle crudeli o clamorose notizie, o dalle congetture mentali circa l’esito del conflitto».
Se si parte dall’idea che la guerra non era altro che una tragedia, una minaccia e un prologo di ulteriori catastrofi, un concreto pericolo di intensificazione di guerriglie che avrebbero potuto coinvolgere nuovi paesi, comprendiamo l’aspra condanna da parte del Papa al coinvolgimento nella guerra delle popolazioni civili e le rappresaglie sugli innocenti. Il mercoledì seguente, il 17 ottobre, tracciando il programma per l’Anno Santo, Paolo VI proponeva ai suoi ascoltatori dell’udienza generale due punti essenziali: il rinnovamento interiore di ogni fedele e la riconciliazione sociale in riferimento soprattutto al Medio Oriente, dove la riconciliazione sociale e la pace diventavano ogni giorno sempre più un’imminente necessità:
«Bisogna dunque dare vigore al metodo della pace e riconoscere l’autorità delle istituzioni che la storia finalmente ha stabilito al suo servizio e alla sua tutela».
L’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale della Santa Sede, aveva spesso riflettuto sugli eventi della guerra dello Yom Kippur mantenendo una posizione coerente con la dottrina della Chiesa Cattolica riguardante la pace. L’interpretazione che ne deduciamo è che la Santa Sede era sempre rimasta imparziale nei giudizi poiché l’interesse principale era rivolto sostanzialmente alle vittime del conflitto, soprattutto quelle civili anche se poi il pensiero principale e gli aiuti materiali venivano destinati solo alla popolazione palestinese. Dopo l’ultima guerra mondiale l’auspicio comune risultava quello che la pace fosse un valore acquisito per sempre a fronte degli enormi sforzi compiuti dall’umanità e dai governi mondiali. Il 22 ottobre 1973 l’ONU proponeva la tregua, accettata subito da Israele e con qualche ora di ritardo dall’Egitto. Paolo VI insisteva sulla necessità di bandire dalla società i mezzi violenti e di instaurare lo strumento del dialogo diplomatico e delle trattative di pace. Durante l’Udienza Generale del 24 ottobre il Papa argomentava nuovamente sul tema della riconciliazione:
«Ci ha sorpreso come un tuono dal cielo la notizia che riempie in questi giorni tutte le voci della pubblica informazione: la tregua, forse la pace, nel Medio Oriente!».
Anche nell’Udienza Generale del 14 novembre 1973 il Papa diceva:
«Sull’orizzonte del Medio Oriente, ultimamente oscurato dalla ripresa di un sanguinoso conflitto, si è ora riaccesa una luce di speranza. Noi vogliamo esprimere qui il nostro plauso, il nostro apprezzamento per chi ha preso l’iniziativa e per quanti hanno collaborato a ritessere con fiduciosa pazienza le fila di un accordo per la cessazione del fuoco che sembrava compromesso già sul suo nascere, in modo da aprire la via a ravvicinate prospettive di una Conferenza di pace, della quale mai, forse, come in questi tempi si è sentita l’urgenza, di fronte al pericolo d’un minaccioso aggravarsi della situazione».
Risuona appassionato l’appello alla pace del papa rivolto ai Capi di Stato e ai responsabili dei popoli. Alla luce di quanto la cronaca raccontava drammaticamente ogni giorno, si potrebbe ritenere che, su questo specifico tema, l’appello di Paolo VI scaturì dal suo essere pellegrino ed ebbe radici teologiche.
Ma non si deve dimenticare che quella pace non era stata che una semplice tregua d’armi, poiché sedici giorni di guerra avevano complicato ancora di più la situazione strategica e politica della zona, già così ingarbugliata dopo il conflitto del 1967. Nella rivista Il Nostro Tempo del 28 ottobre del 1973, in un articolo intitolato In attesa della pace il giornalista Paolo Patruno descriveva la situazione ancora precaria di quei popoli malgrado la tregua:
«Ci sono israeliani sulla sponda occidentale del Canale di Suez, ci sono ancora israeliani nel Sinai e altri sulle alture del Golan e sul monte Hernon. Ma ci sono anche soldati di Sadat sulla sponda orientale del canale e la bandiera egiziana sventola in qualche zona del Sinai».
Da una riflessione ovvia ne deriva che la guerra, pur essendo stata sanguinosa, non aveva lasciato né vinti né vincitori, né successi e né sconfitte irrimediabili, ma era stato solo un ulteriore attrito che aveva portato al deterioramento delle forze umane e militari. Un interessante articolo, presente nel settimanale diocesano di Tortona Il Popolo, datato 18 novembre 1973 dal titolo Solo una tregua, pace lontana in Medio Oriente di Enrico Merli, spiegava che gli esiti del conflitto medio orientale e soprattutto la soluzione a cui si era giunti, erano un ennesimo risultato precario derivante dalla bipolarità dell’equilibrio politico internazionale:
«Le due superpotenze, dominatrici incontrastate della scena per la mancanza di altri validi interlocutori, essendo la Cina troppo giovane e troppo impegnata nel suo sviluppo e l’Europa troppo divisa, possono dunque imporre al mondo i propri ricatti: a Israele che viene a trovarsi solo in mezzo a nemici storici, agli Arabi riforniti di armi e propaganda invece che di tecnici e capitali. La scelta per questi popoli diventa quindi un obbligo: la guerra».
Sulla base di tali considerazioni si evince che la situazione che si era creata dopo l’accordo aveva soltanto e temporaneamente fermato i carri armati, ma non aveva portato alla pace definitiva. Tuttavia la Chiesa aveva accolto positivamente questa soluzione poiché, pur trattandosi di tregua, questa aveva messo principalmente fine alle violenze e alle sofferenze inflitte ai civili coinvolti nella guerra e aveva ridato diritti e dignità alle persone. Forse la Chiesa aveva anche pensato che lo stop alla guerra avrebbe rappresentato l’occasione e il pretesto per un dialogo interreligioso tra ebrei, cristiani e musulmani coabitanti la stessa regione, sempre ostili tra loro, prefigurando così l’inizio di un periodo di pace duratura nel Medio Oriente. L’occupazione di Israele e tutte le conseguenze della dominazione di un popolo ad opera di un altro, era segno di apprensione per la Chiesa. Senza la tregua palestinesi e israeliani avrebbero continuato ad uccidersi, o in un conflitto a bassa intensità o con violenza diffusa, fino a che il nodo di tutto, cioè l’occupazione israeliana, non sarebbe stato affrontato nella legge internazionale e come principio di diritto umanitario. Per questo motivo il mondo ecclesiale accettò di buon grado lo stop bellico.
L'autore
- Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».
Ultimi articoli
In primo piano28 Settembre 2026De Filippo: la Cantata di un secolo in crisi
In primo piano15 Settembre 2026Dialetto e italiano nel primo Eduardo De Filippo: una scelta ideologica
In primo piano1 Settembre 2026La questione della lingua nel teatro di Eduardo De Filippo
avvenimenti16 Luglio 2025A conclusione dell’indagine riguardante la Guerra dello Yom kippur
