
La foto di copertina è di Dino Ignani
La lettura di questa vibrante pagina di Carlo Diano dal titolo I dormenti mi è parsa assai congeniale per evocare la giusta atmosfera spirituale e culturale che permetta poi di accostarsi con la giusta disposizione d’animo al turbinoso e cristallino mondo poetico di James Harpur di cui questo recente libello – Il vento e la creta (Molesini Editore, 2024) – presenta per la prima volta ai lettori italiani un’antologia di testi tra i più significativi:
«I dormenti, operai e cooperatori di ciò che avviene nel mondo. In che senso lo dici, Eraclito? Gocce d’acqua in un fiume, divise e veloci, che premono e sono premute? Ma operai e cooperatori come? Se un bene è compiuto, se un male è sofferto, noi nel nostro sonno ne abbiamo merito e colpa? Chi vuole, quegli è che opera; ma chi non sa di volere, come opererebbe? Viviamo nel sonno, agitati da oscure visioni, andiamo con gli occhi opachi, calpestando innumerevoli vite e il grido dell’altrui volere non giunge oltre la soglia della nostra anima assorta. In una solitudine sconfinata non possiamo reggere sotto l’oppressione del cielo. Invano innalziamo muri che arrestino e contengano la nostra paura; invano cingiamo di fiorite siepi i fantasmi del nostro voler essere; dovunque penetra il vuoto; tra occhi e mano s’apre come un abisso. A chi tenderemo le braccia, chi udrà la nostra voce? Nel sogno ci rincorriamo e chi insegue non giunge e chi fugge non ha scampo. Precisi contorni ha nel sole la nostra ombra e nella notte il terrore ci assale. Non intendiamo la vita ma non vogliamo morire. Dormenti. È la nostra colpa. Combattiamo colle ombre del sogno e diciamo di fare il bene e di vincere il male. Ma il bene e il male stanno nel centro della terra e bisogna sollevarla tutta col nostro dolore. Cristo, Tu non hai dato pane agli affamati e non vendetta agli offesi, né per la misera vita hai detto «Lazzaro, sorgi!». Quella notte terribile, nell’orto dei Getsamani, quando sul Tuo vigile cuore pesò l’universo, i Tuoi discepoli dormivano, cooperatori delle tenebre. «Vegliate», gridasti invano. Ma perché il sonno si fuggisse dalle loro anime dovesti scendere al centro della terra.»
Il brano citato è tratto dalla recente pubblicazione Bompiani – pag. 45 – (Carlo Diano, Opere, 2022) che, con la curatela di Francesca Diano e i contributi di Massimo Cacciari e Silvano Tagliagambe, ci offre «una visione pressoché completa» dell’appassionata ricerca del grande intellettuale hipponionita «come filologo, grecista e innovativo interprete del mondo classico, ma anche come scrittore, saggista, teorico di estetica, poeta e, soprattutto, filosofo originale».
Il testo in verità era già stato pubblicato, come si legge in una nota dello stesso volume Bompiani, nel marzo del 1929 su Bilychnis, Rivista mensile di studi religiosi ed è proprio facendo attenzione alle date di pubblicazione che quelle parole sembrano nascondere in sé qualche tratto a loro modo persino profetico.
«Ma chi non sa di volere come opererebbe?»
La domanda risuona instancabile nella mente, si dilata nel cosmo, attraversa il tempo e giunge, per così dire, a far vibrare le corde di un’arpa che, accarezzata dalla mano del poeta anglo-irlandese James Harpur, si trasforma in un assillante quesito, poeticamente sussurrato dalle labbra di un anonimo monaco dell’XI secolo (The Monastic Star-timetable, da The Dark Age, 2007):
I dread nights of fog, mist, vapours, cloud,
The clinging absence, the separation from God.
Lord, how long before a star expands inside me
Flooding my soul and flesh with gracious light?
L’assenza della divinità che determina quel particolare sonno, la conseguente nescienza d’ogni ragione e l’infiacchimento d’ogni volontà, la stessa assenza che «in una solitudine sconfinata» turba i dormenti di Carlo Diano, quella che aveva scosso l’umanità del Cristo nella «notte terribile, nell’orto dei Getsamani» è la medesima che risuona ora in questi versi del poeta – The clinging absence, the separation from God – che Francesca, la figlia di Carlo Diano, sapientemente traduce con “L’assenza che s’avvinghia, il distacco da Dio”.
Si tratta una mancanza assai pervicace che penetra come un serpente nello spirito e lo corrompe. E tuttavia non lo distrugge e non può annientarlo.
La poesia di James Harpur di cui questo preziosa pubblicazione, illuminata da note non solo esplicative ma in qualche modo complementari al poetare e arricchito da una appassionata, compartecipe traduzione, ci dona emblematici passi, si snoda tutta dentro questa tensione tra una parola poetica che, mai avvertita come mero «atto d’arte letteraria», diviene man mano una sorta di «missione», un viaggio che non riesce mai a compiersi interamente, che non ha traguardi preordinati e che si orienta soltanto verso ciò di cui tutto ignoriamo, in una misteriosa trazione di progressivo, interminato avvicinamento.
Come si legge in queste pagine la poesia di Harpur diventa «un’attività sacra, quasi quanto la meditazione e la preghiera».
E proprio da questo poetare che per sua natura nasce e si sviluppa in un silenzio epifanico, colmo di immagini e di visioni, si generano incessantemente domande e questioni destinate a rimanere aperte, estranee ad ogni definitiva assertività.
La vita di questa poesia quindi è anche la vita dei suoni e della musica, di ciò che per sua natura è destinato a vivere e a espandersi indefinitamente nello spazio e nel tempo.
In un’intervista su Poetry Ireland Review (n. 105, 2011/2012 a cura di John F. Deane) Harpur afferma:
«Mi piacciono poesie i cui versi somigliano alla corde di un’arpa, trattenute da una struttura elegante, ben tese e aggraziate, che risuonano perfettamente ciascuna per proprio conto e in consonanza con la musica della altre.»
E Francesca Diano con felice mano così commenta: «Harpur tiene a spiegare che il significato originario del suo cognome, documentato già nel XII secolo, è arpista, dunque poeta. Lo fu sicuramente un suo antenato se, in qualche modo, Harpur ha così interiorizzato una percezione anche visiva, oltre che musicale, dei propri versi, legando nome, attività poetica, ascendenza e tradizione in un unico amalgama armonico».
L’amalgama biografico, musicale e poetico di Harpur riesce così a tenere saldamente insieme, come opportunamente si legge in quarta di copertina, “cultura classica, pensiero filosofico occidentale e orientale, mitologia celtica, tradizione bardica, patristica medievale, mistica occidentale e orientale, pensiero junghiano, e naturalmente tutta la grande tradizione poetica che l’ha preceduto.”
Questi versi tratti da A Vision of Comets (1993) che propongo arricchiti dalla traduzione di Francesca Diano ne sono un luminoso esempio:
Revisited Myth Mito aggiornato
The snake lay still, the essence La serpe stave immobile, l’essenza
Of snake generations compressed Di generazioni di serpi compressa
Into each atom of nerve and muscle; In ciascun atomo di nervi e muscoli;
Its oily green coils glistening Le verdi spire oleose scintillanti
With the dryness of glazed paint. Con l’asciuttezza del colore a smalto.
The warm-blooded serene saint Il santo sereno, dal carattere ardente
Leant over and let drip drops of holy water Si piegò e verso gocce d’acqua santa
Until like a fork of lightning spam Finché come un forcuto spasmo di saetta
The snake, crucified, spat and spat La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori
Back the gospel with hiss and venom, Il vangelo con sibili e veleno,
Its blind tongue flickering foil-like Vibrando come un fioretto la lingua cieca,
Head and tail split each other Staccata la testa dalla coda
By the great sackweight of solid flesh. Dal peso abnorme di solida carne.
Unpeeling itself, it began to shudder, Uscendo dalla pelle, prese a treamare
Then rocketed through the braken Poi sfrecciò verso le felci
That crackled like rain on live rain. Che crepitarono come pioggia su un’inferiata viva.
Wherever he went, The snakes vanished: Ovunque andasse i serpenti svanivano:
He lobbed a cross, Lui scagliava una croce,
They darted into floxholes. Loro guizzavano in tane di volpe.
He clicked his fingers, Lui schioccava le dita,
They slipped between the cracks of gravestones. Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.
He mouthed “Abracadabra”, Diceva “Abracadabra”
They melted into their own mirages. E loro si scioglievano diventando miraggi.
But while the the saint kicked off his sandals Ma mentre il santo gettava via i sandal
The snakes chewed their way through thick carth, Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,
And they met, and snake ate snake E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe
Until just one serpent, sweating in its juices, Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,
Its back crusted with the hills of Ireland, Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda,
Lay still. Ristette immobile.
And now it lies waiting, Ed ora sta in attesa,
Swelling under the thin skin of the New Testament, S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,
Waiting for the saints on St Peter’s Aspettando che i santi su San Pietro
To drop off, one by one, Crollino ad uno a uno,
Like stand-up ducks at a rifle range. Come tante oche in fila al tirassegno.
La lettura simultanea del testo inglese e della traduzione in italiano produce una assai strana sensazione. Ci si sente come attraversati da due diversi fiumi che, sebbene distanti fra loro, avverti però avere la stessa portata d’acqua e la medesima misteriosa forza vitale. Sei indotto così a camminare dentro due alvei distinti pur rimanendo immerso in una sola, unica corrente di suoni e visioni. Due testi un’unica poesia.
Nella “Nota del Traduttore” si leggono parole importanti e profonde sull’«impresa quasi disperata» del tradurre testi poetici, parole sulle quali è bene tornare a meditare. Riporto qui solo brevi passi:
Il suono di una sola mano è un silenzio colmo; così è il silenzio del testo originale a colmare di sé la sua traduzione…Se la poesia è ricerca che mai può giungere a meta [ ] come si potrà travasare un inesprimibile in un altro inesprimibile?… Si deve lasciare rispettosamente uno spazio tra l’originale e l’opera che un traduttore di poesia compie. Uno spazio veritiero. L’autentica traduzione è quello spazio stesso; il suono di una sola mano.
Anche nell’arte del tradurre torna quindi fondamentale la fertile e dubbiosa sacralità del silenzio che, seppur pregno di suoni, resta tuttavia estraneo ad ogni pretenziosa assertività.
“Il suono di un sola mano”, versi che si rincorrono tra loro e “somigliano alle corde di un’arpa”: ma stiamo ragionando di musica o di poesia? Non sono esse arti ben distinte?
Questo straordinario passo di Carlo Diano tratto da Linee per una fenomenologia dell’arte (Op. cit., pagg.173-174) ci può aiutare a capire:
«Per la loro natura di categorie e come punto di convergenza d’illimitate poetiche, tutte le arti oscillano, nell’ambito dei propri limiti, tra un massimo di esistenzialità e un massimo di sostanzialità….Se tutte le arti oscillano…solo queste due [musica e scultura] hanno la possibilità di rendere sensibile la divisibilità del continuo, che, inseparabile com’è dal movimento e dal tempo, viene rifiutata, in ciò che essa ha di specifico, dalla scultura, e costituisce insieme la materia e l’estremo contenente della musica. Ed è però che la musica è l’arte per eccellenza cosmogonica ed è specifica del “sacro”.»
Ma al centro di tutte le arti, come suggerisce, subito dopo il passo citato, ancora Carlo Diano, resta la poesia «come arte della parola, che, essendo nome e verbo, aggettivo ed avverbio, interiezione e discorso, ed avendo ritmo e suono, plasticità e colore, temporalità e struttura, comprende in sé tutte le categorie.»
Vieppiù, aggiungo io, una poesia che, come la musica nella sua massima peculiarità, si occupi del “sacro”. Una sacralità che, pur fondandosi sulla bellezza, può soltanto evocare il divino e resta sostanzialmente “unprepared”. Lo testimoniano anche questi versi tratti dal componimento “Retired Augur”, “L’augure in pensione”:
The point is beauty – not E la bellezza conta – non
Divine communication: La comunicazione degli dèi:
A flash of unprepared-for beauty Un lampo di bellezza cui non si è preparati
Penetrating, traceless Penetrante e che non lascia traccia
Before the mind can cast Prima che la mente possa trarne
Its predetermined meaning. Il senso predeterminato.
L'autore
- Paolo Ottaviani è nato a Norcia nel 1948 e vive a Perugia. Laureato in Filosofia con una tesi su Giordano Bruno, ha pubblicato negli Annali dell’Università per Stranieri di Perugia saggi sul naturalismo filosofico italiano. È stato direttore della Biblioteca della medesima Università e ha fondato la rivista Lettera dalla Biblioteca. In poesia ha fra l’altro pubblicato: Funambolo (Edizioni del Leone, Spinea, 1992) con prefazione di Maria Luisa Spaziani; Geminario (Edizioni del Leone, 2007), poemetto bilingue vergato in un idioletto neo-volgare e in lingua italiana, con una nota di Paolo Ruffilli; Il felice giogo delle trecce (LietoColle, 2010) vincitore del Premio “Verba Agrestia”; Trecce sparse (Grafiche Fioroni, 2012) quaderno d’arte diretto da Eugenio De Signoribus; Nel rispetto del cielo (puntoacapo Editrice, 2015) con postfazione di Mauro Ferrari; La rosa segreta – Velate assenze d’armoniche rime (Manni Editori, 2022).
Ultimi articoli
avvenimenti18 Maggio 2025Il canto dell’arpa e il suono di una sola mano. Breve viaggio nella poesia di James Harpur
avvenimenti16 Ottobre 2024Disiecta membra e unità poetica ne “La scatola onirica” di Maurizio Cucchi
avvenimenti18 Maggio 2023Dal “villaggio oscuro” di Eugenio De Signoribus all’universo luminoso della contemplazione poetica
